climb and fly: that’s the dream

Un sogno vecchio come la scalata, un desiderio che ho sempre avuto da quando feci  la Dibona in tre cime di Lavaredo con mio padre. Proprio lì, guardando dall’alto la verticalissima parete nord ho provato questo desiderio, un’attrazione verso il vuoto, un senso di tranquillità nel guardare giù. So che per molti queste parole sono strane, ma per me è veramente così. Quando sono in parete, o su un aereo pronto per saltare, o in un decollo per parapendio o su un highline la mia mente si rilassa, il mio corpo sente il vuoto ed è felice!

Da quella volta in Tre Cime ho sempre desiderato scendere da una scalata volando. Dopo tutto chi non lo ha mai desiderato? lunghi rientri da vie, ghiaioni o terribili strade forestali spacca-ginocchia. Bene, finalmente dopo anni di allenamento in tutte e due le discipline e grazie al mio socio Andrea, ho potuto realizzare questo sogno.

Come sempre le giornate migliori escono a caso. Il giorno precedente, nell’indecisione sul da farsi ormai era diventata sera e brancolavamo con la mente tra Dolomiti, Alpi Carniche o Giulie, oppure mandare tutto in vacca e andare in falesia. E poi come al solito la lampadina si accende. Andiamo in Cavallo ( alpi Carniche, passo Pramollo), a fare tutte e due!

La via in questione è una via che ha aperto un amico (Fabio Gigone & friends) nel 2006 e su cui aleggiavano storie strane: si chiama gocce di guttalax, e con questo forse ho detto tutto.

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La giornata quindi inizia con molte incognite; riusciremo a fare la via viste le molte ritirate precedenti? riusciremo a portare su il sacco con il mio materiale da speedfly? ci sarà un decollo in cima? ci sarà il vento giusto? ci sarà un atterraggio?

Eravamo pronti a tutto, o a niente.

La via è un piccolo capolavoro su placca, roccia eccellente e movimenti di altissima qualità. I gradi sono indicativi, più che altro perchè il tipo di arrampicata è talmente diverso da quello che si trova in falesia che è difficile fare paragoni. Una cosa è certa però, bisogna avere piedi buoni e un po’ di pelo. Le protezioni sono ottime ma diciamo che cadere, a meno che tu non sia vicino allo spit, non è una buona idea!

Detto questo la via è stupenda e passa via pulita pulita, in uscita il vento sembra buono e sistemato lo zaino corro in su per trovare un decollo. Fremo dal desiderio di trovare un decollo adatto, inutilmente. Il vento inizia a girare. Aspetto, cerco di capire il vento, con le orecchie, con la faccia. Un possibile decollo forse c’è ma è veramente pieno di sassi. Indeciso provo a correre senza vela provando ad evitarli. Con il tipo di vela che ho bisogna correre parecchio anche con il vento contrario. Faccio un ometto per sapere qual è il punto di non ritorno, il punto in cui è meglio fermare la corsa se non si è sicuri perchè dopo sono solo sassi grandi come computer.

Preparo il materiale e il vento si intensifica, perfetto, sento di potercela fare. Appena finisco di preparare tutto arriva una bella folata, è il momento giusto, 5 secondi e sono in aria. Incredibile!

Volo guardando la via che ho appena salito, vedo tutto perfettamente, i sensi si acutizzano, sento meglio, vedo meglio, vedo tutte le cime, i boschi e i ghiaioni in un secondo. Per poco però, perchè qua si corre giù veloci. Avevo individuato un paio di atterraggi ma il primo lo supero alla svelta. Punto al secondo, più brutto ma fattibile. Niente da fare neanche per il secondo atterraggio, il vento mi sposta troppo avanti. Capisco subito il da farsi e viro a destra andando a prende un costone dove atterrare di lato su un  prato. Atterraggio perfetto. Tiro i comandi con violenza per far cadere la vela come a volerla abbattere.

Sono esausto, la mente oggi ha lavorato parecchio sia per salire che per scendere. Mi siedo e per una buona mezz’ora non mi alzo, ma semplicemente osservo. Vedo pareti ovunque, nessuno in giro, solo stambecchi che fanno cadere sassi da pareti lontane, alberi, prati, nuvole e vento.

Quando inizi ad arrampicare o a volare o a sciare, non vedi più l’elemento roccia l’elemento aria e l’elemento acqua come lo vedevi prima di iniziare, qualcosa è cambiato dentro di te. Questo è il motivo per cui amo fare tante attività, perchè vivi la natura più intensamente, la fai più tua.

L’aria per esempio, non è soltanto uno spostamento d’aria a volte fastidioso, è un qualcosa che può sostenerti e che devi comprendere nel profondo per far si che accada. Lo senti in faccia il vento, ti devi fermare ed ascoltare, voltarti più volte e aspettare, capire i cicli delle folate e l’intensità. Capirne il senso.

La roccia non sarà più solo roccia, chi la guarda con un occhio esperto vedrà sinfonie di movimenti, appigli e appoggi unici, vedrà sforzi pazzeschi o delicati passaggi. Vedrà una linea, e sognerà di salirla assecondando la roccia, non forzandola.

La neve non sarà più un disagio oppure una lastra di ghiaccio servita da impianti di risalita. Sarà la cosa più morbida su cui tu ti sia mai posato, ti entrerà ovunque ma ne sarai contento. Ti farà saltare e scendere veloce, come la migliore delle amanti. Creerà per te lingue su pareti dove poter espandere il tuo terreno di gioco.

Adoro la natura perchè sento di farne parte. La comprendo e la rispetto. Sarebbe sicuramente bellissimo se le persone capissero questo, perchè allora anche una semplice carta su un prato sarebbe un sacrilegio.

Grazie infine ad Andrea che ha reso possibile questa piccola avventura e grazie anche alla mamma e al suo zaino che si è rivelato un rispettabile saccone da recupero, vista l’età. Che sia stato il suo ultimo grande viaggio? Non credo.

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Do not compare yourself to others just do your line.

climb&fly

Marco

 

TRAPEZISTI

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“Quando apri la mente, liberi la tua vita.

Quando liberi i tuoi occhi, eterno è il premio.”

SOAD

Con enorme piacere condivido questo scritto di Nicola Narduzzi su uno degli itinerari più affascinanti delle Alpi Giulie, la cresta integrale del gruppo del Canin in versione invernale. Complimenti a tutti!

Il tempo è trascorso. Lo sento nell’aria, non più gelata da bruciare i polmoni. Lo avverto nel calore dei raggi del sole ormai alto nel cielo. Lo vedo nelle gemme degli alberi, pronte a sbocciare per donare nuova vita e colore dopo il freddo grigiore invernale. Una fitta di tristezza mi accompagna mentre i lampioni illuminano il parabrezza dell’auto, lanciata nell’alternanza di luce e ombra di un’anonima strada di periferia. Come sabbia tra le dita il tempo è passato finché non mi sono ritrovato di nuovo qui, a casa, con la sensazione di aver perso qualcosa. In queste giornate terse del tardo inverno anche le montagne sembrano tristi così, tese in un’inutile attesa della dama bianca. Eppure forse non è nemmeno questo il vero problema, forse il tempo non è l’unica cosa persa. Con la mente imprigionata in una gabbia di svogliatezza e pigrizia vago senza meta nella città del ritorno. Nel senso di solitudine che solo luci e palazzi possono dare, mi rendo conto che nella gelida ombra dell’ovest ho smarrito anche la sorgente dell’incanto, quella fame che dava sapore e il giusto valore ad ogni cosa. Perso in questa palude un messaggio criptico di Saverio mi risveglia un po’: “Tira fuori lo Steve House che c’è in te…” Mi viene da sorridere, ormai sa che è facile attirare la mia attenzione.

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A volte basta davvero poco per essere felici. Un paio di scarponi e bastoncini, le braccia che spingono e le gambe che si muovono, con la neve dura che scricchiola al tuo passaggio. Il mondo ridotto a un piccolo cono di neve illuminato dalla frontale, la sagoma scura di una grande montagna sopra di te e nient’altro. Nessun pensiero, niente a disturbare la perfetta essenzialità del momento. Spengo la frontale e lascio che gli occhi si abituino gradualmente all’oscurità. Pian piano riesco a distinguere l’enorme mole della Baba Grande stagliarsi contro il cielo stellato e la chiara linea del canale da seguire. Pochi minuti dopo mi ribalto armato di zaino e ramponi dentro la botte rossa del bivacco semi sommerso dalla neve, seguito a breve da Stefano e Saverio.

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Il fornelletto a gas fornisce del prezioso calore alla nostra piccola dimora, eppure la porta rimane aperta, la notte è troppo bella per non essere ammirata. Avvolto nel sacco a pelo, cercando di trattenere un po’ di caldo, guardo le luci lontane dei paesi giù in valle e la trama delle stelle che ci sovrasta. Avevo bisogno di tutto questo: sapere di essere gli unici uomini nel raggio di chilometri,  fuori da tutto, sapere che domani sarà una grande giornata e immagazzinare tutta l’energia potenziale necessaria. Penso a domani, penso ai mesi trascorsi che mai mi sono sembrati così lontani e, finalmente sereno, mi addormento.

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I primi raggi del sole nascente che ci accolgono sull’ampio pendio dello Slebe sono la promessa di una giornata limpida. La neve è dura e trasformata, il massimo per salire rapidamente il facile tratto iniziale. Bisogna andare veloci finché la cresta ce lo consente, guadagnare tempo prezioso da spendere nell’affilato tratto che precede il Porton Sotto Canin. Dai pendii resiani del Laska Plagna degli stambecchi ci guardano, probabilmente chiedendosi chi sono questi usurpatori di terreni che non gli competono, prima di impartirci una lezione di sci ripido gettandosi a capofitto lungo la massima pendenza.

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Dopo il Cerni Vogu la cresta si assottiglia. Sotto di noi compaiono salti di rocce verticali, sopra i quali la neve si affila a fare da spartiacque. Una prima calata ci porta sul filo di questa lama di coltello. Da che lato conviene scivolare? A sinistra un salto di trecento metri ci separa dai prati resiani, a destra i ripidi pendii dell’altopiano del Canin, più vicini eppure ancora lontani. Saverio li guarda e cerca di sdrammatizzare: “In fondo magari non è un altezza per la quale si può morire.” Magari anche si, però. Istintivamente le dita si serrano attorno al manico della picozza, e la pianto ancora più saldamente nel pendio. Come trapezisti seguiamo la sottile linea che separa il successo dal disastro, la corda a volte legata in vita, ma più spesso lasciata nello zaino. In fondo la “conserva creativa”, come la chiama Saverio, a volte mi sembra più un conforto psicologico che una reale rete di sicurezza contro gli effetti di una scivolata sgradevole. Una seconda calata ci deposita su un ripido pendio di neve non ancora assestata. Quasi strisciando mi porto su una sella lungo il crinale, ormai solo un breve tratto di misto ci separa dal punto più basso della nostra cavalcata. La tensione cala, ormai manca un breve tratto in piano all’inizio della lunga risalita verso il Canin Basso e Saverio sicuro apre la strada sul filo di cresta. Improvvisamente si ferma, la montagna ci gioca un ultimo scherzo a pochi passi dalla fine delle difficoltà: la cresta si assottiglia, la neve scompare mettendo a nudo una liscia schiena di roccia. Saverio prova a fare un passo ma non se la sente e mi cede il posto. Senza troppa convinzione provo anche io, ma lascio subito stare: la corda ricompare dallo zaino e il fastidio è presto evitato.

Intanto le nuvole che gradualmente si sono alzate dal fondovalle ci hanno avvolto. Il calore dei raggi del sole è solo un ricordo e solamente il movimento garantisce protezione dal freddo. Ormai dispersi nella nebbia fitta non possiamo fare altro che salire, lenti, distrutti, verso quella cima che da qualche parte sopra di noi ci aspetta. Nonostante la scarsa visibilità riesco a riconoscere il posto dove ci troviamo: ero già stato qui due anni fa, in una tersa giornata d’autunno con un freddo sole a baciare le cime imbiancate dalla prima neve. Non era questo il pendio dove esce la via resiana? Cazzo quanto manca allora! Cerco di racimolare la concentrazione necessaria per evitare un errore: sotto di noi so esserci l’infinito scivolo definito dagli scialpinisti la “white magic line” del Canin, anche se al momento possiamo solo intuirla.

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Guardo il pendio che scompare nella nebbia pochi metri sotto di noi. Come dev’essere scivolare verso il basso nel nulla? Cosa si prova a sparire, semplicemente non esserci più da un momento all’altro?  Quanto può essere facile smettere di lottare, solo appoggiarsi al pendio e arrendersi? A un certo punto Saverio si ferma, si accascia sulla picozza. Io faccio lo stesso, ansimando fortemente, mentre mi guarda e chiede: “Manca poco vero?” Vorrei potertelo dire con certezza Sav, davvero vorrei saperlo. “Ormai ci siamo, che quella specie di costa rocciosa che si intravede è la cima” La fine di questa agonia. In questa situazione, con le gambe pesanti e il cuore che sembra esplodere nel petto una piccola bugia ha più valore della verità. Anche se mancasse tanto, ormai non abbiamo scelta. Possiamo solo andare avanti sospesi in questo vuoto grigiore, e prima o poi anche questa montagna avrà una fine. Otto ore, sono solamente otto ore che ci muoviamo! Cosa si prova, Steve? Cosa succede dopo 60 ore di salita sui fianchi di un gigante come il Denali? Cosa hai trovato negli abissi della tua anima che solo la Diretta ceca poteva tirar fuori? Dove hai trovato la forza di andare avanti quando tutto il tuo corpo chiedeva solo di mollare? Il vento inizia a soffiare più intensamente, segno che forse la cima davvero non è lontana. Un passo dopo l’altro andiamo avanti finché non compare un palo di legno, la fine della cresta, il nostro obiettivo. Quassù, sul punto estremo dei nostri sogni, Saverio si butta per terra. Un gesto che vuol dire più di mille parole: vuol dire gioia, liberazione, freddo, sete, rabbia. Poco dopo arriva anche Stefano, ci sorridiamo: sorrisi stanchi e tirati ma carichi di significato. Neanche la promessa infranta dei raggi del sole nascente ha molta importanza ormai. La consapevolezza del viaggio appena percorso è l’unico calore contro il vento gelido che mi fa tremare e impone una sosta breve, prima di affrontare la discesa.

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Quanto manca a Forcella Tedesca? Domanda inutile, stupida. Eppure, non posso esimermi dal porla alla nebbia attorno a me. Avevamo iniziato la discesa fiduciosi di un rientro rapido alla normalità, ma la realtà dei fatti aveva mandato a rotoli i nostri programmi. Pericolosamente in equilibrio su ripidi pendii, coperti da una neve più vicina allo stato liquido che a quello solido, avevamo ancora una volta penzolato da uno spuntone provvidenziale per tirarci fuori dai casini, ma adesso nessuna corda può aiutarci a guadagnare metri in questo infinito traverso. Sprofondando passo dopo passo, con la testa bassa ed in silenzio avanzo sull’ennesimo pendio nevoso. Mutismo e rassegnazione, condito da una buona dose di quel menefreghismo che accompagna gli stadi più avanzati della fatica, sono l’unica soluzione. Non so bene dove sono, e ormai non me ne frega neanche. So che devo andare avanti e il corpo esegue come un automa. Quanto manca? Cento passi o mille ha forse importanza? Guardo le punte dei ramponi, libero la mente e vado avanti. Con le gambe pieni di acido lattico, svuotate di ogni energia, ogni cedimento della neve sotto il mio peso è come una coltellata. Vaffanculo Steve. Vaffanculo a te, e a tutte le tue cazzate sulla consapevolezza. Vaffanculo a te, e alla fatica. La realtà è che fa solo male.

Durante una vaga schiarita sento Stefano e Saverio chiamarmi, mi volto e li vedo indicare la linea di cresta che li sovrasta: forcella Tedesca è sopra di loro, nello sconforto l’avevo superata di una ventina di metri senza accorgermene!

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Le luci di Sella, incassate tra i ripidi pendii che coronano la Raccolana, si fanno sempre più vicine. La neve appena battuta delle piste è ancora morbida e si lascia scalfire facilmente dagli scarponi in una quasi piacevole corsetta verso la fine del viaggio. Sopra di noi le nuvole hanno ceduto il posto alla volta celeste, interrotta dinanzi a noi dalla bastionata del Montasio. Guardando tutto questo, respirando l’aria fredda, sentendo le gambe pesanti andare ancora avanti, lascio scivolare via la gabbia in cui mi ero rinchiuso e finalmente mi sento libero. Nella perfetta bellezza del momento, oltre la fatica e il freddo, oltre la monotonia della quotidianità e le incertezze del futuro trovo il mio punto fisso, assaporo la profondità di quanto vissuto e, finalmente, sento di essere davvero tornato a casa. Forse non avevi tutti i torti, Steve. In fondo proprio queste 12 ore sono il motivo di questa percezione più acuta delle cose, di questa visione d’insieme più nitida. Eppure tutto ciò dura un attimo, e improvviso come è arrivato scompare. “Qualcosa m’hanno detto la sera e la montagna, ma l’ho perduto.” scrisse Jorge Luis Borges.

Alla discesa seguirà un ritorno, e poi  un altro ancora, per provare a ritrovare quanto perduto, alla continua ricerca di qualcosa che forse non esiste, se non per un breve istante nella mente di un trapezista in equilibrio precario sulla cresta di una montagna.

cascata col dei bos

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Le meravigliose giornate di questo inverno hanno permesso di girovagare parecchio. Tra lavoro e passione, ho la fortuna di andar spesso per monti ed è proprio durante una ciaspolata in 5 Torri che noto questa linea. Non ci volevo credere, sono tanti anni che faccio ghiaccio nella conca ampezzana ma di quella cascata, incastonata nel canale del Col dei Bos non avevo minimamente nessuna notizia.

Una curiosità quasi fastidiosa mi spinge lungo il sentiero e poi lungo il canale, ma è quando sto per uscire dal primo tiro che capisco che le nostre possibilità di riuscita schizzano alle stelle. Manca solo un tiro nel canale per vedere la cascata, sperando sia attaccata a terra e non sospesa. Non c’è la faccio ad aspettare Leo in sosta e appena passa un piccolo passaggio di misto partiamo in conserva. La cascata è attaccata! ed è anche molto grossa. CI mangiamo i due meravigliosi tiri al sole e in un batter’d’occhio siamo in cima.

WOW! quasi tutto troppo veloce. Che dire, una giornata spettacolare in eccezionale compagnia non mi serve altro.

La Cascata dei Bos si trova a 1 km prima del Passo Falzarego, arrivando da Cortina. Questa cascata offre un eccezionale concentrato di difficoltà e ambiente a due passi dalla macchina.

La facilità di accesso e anche di discesa permettono di affrontare questa cascata in modo abbastanza semplice. La cascata è visibile solo per la parte superiore e unicamente da due tornanti all’altezza del parcheggio degli impianti delle 5 torri. Il luogo migliore tuttavia rimane il lago Bài de Dònes, guardando la partenza della seggiovia delle 5 torri dirigersi a sinistra per tracce e sentiero, dopo 100 metri circa si arriva al lago.

Cascata dei Bos

Questa cascata offre un eccezionale concentrato di difficoltà e ambiente a due passi dalla macchina.

La facilità di accesso e anche di discesa permettono di affrontare questa cascata in modo abbastanza semplice. Il primo tiro è molto bello e ingaggioso mentre la parte alta è puro godimento, la parte alta è addirittura al sole! Che dire, una cascata da non mancare.

ACCESSO GENERALE

Parcheggiare 1 km prima del Passo Falzarego, arrivando da Cortina, presso la casa cantoniera “Ra Nona”.

ACCESSO

Seguire il sentiero 412 che attraverso il bosco porta su una vecchia strada militare che costeggia tutta la montagna, da qui proseguire verso la Tofana fino ad una galleria. Subito prima della galleria girare a sinistra e iniziare a costeggiare le pareti fino all’imbocco dell’evidente ed unico canale. 1 h

Itinerario:

la salita è composta da tre parti:

– primo tiro di misto/dry che può essere affrontato sia direttamente con piccolo strapiombo o a destra su una fessura. Entrambi gradati M7, lunghezza 20 metri, sosta su due chiodi.

– canale con un breve passaggio di misto, fattibile anche qui sia a destra che a sinistra del masso incastrato. Sosta su ghiaccio alla base della cascata, eventuale tratto in conserva sul canale poco ripido.

– primo tiro di ghiaccio 40 metri WI5  sosta su ghiaccio e spit

– secondo tiro di ghiaccio 40 metri WI5 sosta su friends, oppure fermandosi per tempo su ghiaccio.

Discesa;

per la discesa la soluzione migliore è nascondere gli zaini durante l’avvicinamento all’altezza della galleria sulla strada militare. Una volta arrivati in cima non rimane che scendere a piedi verso le Tofane e ritornare tranquillamente alla galleria.

Note

La cascata è visibile solo per la parte superiore e unicamente da due tornanti all’altezza del parcheggio degli impianti delle 5 torri. Il luogo migliore tuttavia rimane il lago Bài de Dònes, guardando la partenza della seggiovia delle 5 torri dirigersi a sinistra per tracce e sentiero, dopo 100 metri circa si arriva al lago.

Materiale

Friends fino al 2 BD ( giallo), viti da ghiaccio e NDA. per quanto riguarda i chiodi è a discrezione, gli unici due chiodi presenti sono quelli della prima sosta. Lungo il primo tiro ci si protegge a friends.

 

 

 

sella nevea mountain experience

io ride

20-21-22 marzo si terrà la terza edizione del Sella Nevea mountan experience. Un fine settimana di freeride, sicurezza sulla neve, notti in igloo e molto altro. Trovate le informazione al link qui sotto:

http://www.marcomilanese.com/#!eventi-news-offerte/c1pz

A presto!

Marco

AD UN PASSO DI DISTANZA “ovvero come finirsi in due giorni e vivere felici“

costanti-apollonio tofana cortina guide alpine

A voi il racconto di Nicola Narduzzi, dove la musica accompagna due grandi classiche dolomitiche, e riempie il cuore.

Prego procedere ascoltanto la musica dal video sottostante e iniziare a leggere. Yeah!

Un rumore stridulo rompe il silenzio che avvolge la stanza. Lascio passare un lasso di tempo che non saprei quantificare, prima di rendermi conto che la sveglia mi chiama fuori dall’accogliente tepore delle lenzuola. Con il braccio tasto il buio attorno a me, fino a che non riesco a interrompere questo supplizio. Un pensiero, come una corrente elettrica, accende improvvisamente il cervello: oggi si arrampica! Pochi minuti dopo una frugale colazione sono pronto per spegnere le luci, aprire la porta di casa e tuffarmi nell’oscurità del cortile. Nonostante la sveglia brusca, il primo passo fuori casa verso una parete è sempre un momento intimo e particolare: non è ancora mattina, non è più notte; il primo chiarore che precede l’alba compare sulle creste ad oriente, mentre in cielo le stelle ancora brillano. L’aria fresca di una strana estate fa rabbrividire mentre salgo in macchina. Giro la chiave, gli occhi abituati al buio vengono disturbati dall’accensione del quadro elettrico e la radio comincia far girare un cd. L’aria si riempie di musica:

This is how I show my love

I made it in my mind because

Mi avvio lungo la strada deserta, a quest’ora la guida è un piacevole momento di riflessione che consente alla mente di focalizzarsi sulla meta.

This is how an angel dies

Blame it on my own sick pride

Sarà abbastanza buono il tempo? Verso le montagne diversi banchi di nuvole scuotono le mie certezze fondate su previsioni ottime. Sarò all’altezza? Su ogni cima penso di aver trovato la mia risposta, ed ogni nuovo giorno invece ricomincio da zero.

Maybe I should cry for help

Maybe I should kill myself

Dietro di me la luce del crepuscolo inizia ad infiammare il cielo, le Prealpi si dischiudono davanti a me: una bellezza lontana e primordiale che osservo distaccato, quasi senza percepirla. La mente è altrove, completamente catturata dal perfetto spigolo che ci aspetta laggiù, sopra la Val Zoldana.

Sail with me into the dark, sail with me into the dark

Sail with me, sail with me

Il piano è semplice: salire lo spigolo Strobel in Bosconero, spostarmi a Cortina e il giorno dopo salire la Costantini-Apollonio al Pilastro di Rozes. Un lungo cammino attraverso pendii ghiaiosi e ottima dolomia, due giorni nel cuore delle Dolomiti. Forse stavolta me la sono cercata, eppure  48 ore di tempo decente non potevano andare sprecate. Con una buona dose di spacconeria ho rassicurato Saverio che non avrei avuto problemi a condurre sul giallo dolomitico della Rozes nonostante una via già alle spalle, e nelle braccia. Se questo atteggiamento abbia solide fondamenta pratiche lo scoprirò tiro dopo tiro. Meglio pensare ad un passo alla volta. Finalmente mi incontro con Federico, mio compagno in questa prima giornata: il viaggio può iniziare.

….

La larga fessura incombe sulla mia testa, squarciando la gialla dolomia sommitale della Rocchetta di Bosconero. Una decina di metri sopra di me uno strabiombo la chiude, incutendo un grande timore.

“Puoi usare il friend grande?” chiede Fede dalla sosta. Esito un attimo. “Sto pensando a come giocarmelo” è la mia laconica risposta. Guardo prima il grosso friend dorato che pende dall’imbrago, poi il  cuneo incastrato all’altezza della mia vita, antico testimone dell’alpinismo passato. Torno a scrutare lo strapiombo, lassù: la mia unica protezione devo sfruttarla al meglio.

Mi alzo un paio di metri in spaccata, la corda che penzola libera tra le mie gambe, guardo verso il basso e la decisione è istantanea: prendo il friend e lo incastro. Fortuna che Fabrizio mi ha detto di portarlo. Continuo in spaccata fino ad un paio di metri sotto lo strabiombo, finalmente vedo un chiodo, sperduta isola di salvezza in questo oceano giallo. Il friend è qualche metro sotto di me, è messo bene, razionalmente so che terrà un volo, ma la paura di cadere non è qualcosa di razionale: è una cosa primitiva, istintiva, provienente dai recessi più nascosti della mente. Una paura che non si può cancellare, al massimo si può controllare. Faccio un respiro profondo e guardo il chiodo che ammicca da sotto lo strapiombo. Ormai è li vicino a me, ad un passo di distanza. Ancora un respiro e sono pronto: faccio il passo.

….

Martello, passo, passo. Ripeti. Martello, passo, passo. Ripeti. Un mantra ripetuto all’infinito, giù nel canalone innevato. Il mondo si è ridotto ad un quadrato di pochi di metri di neve attorno a me, il resto non voglio vederlo. Come un automa ho seguito il mantra, ho compiuto un centinaio di volte la stessa sequenza di azioni, eppure questo maledetto canale sembra non finire mai.

Mi faccio coraggio e provo a guardarmi attorno: Federico è già un centinaio di metri sotto di me, oltre il tratto più ripido. È forte, ha esperienza e non si lascia intimorire. Sopra di noi le ripide pareti incombono, imponendo un senso di claustrofobia. Il cielo è sempre più scuro: durante le pause in sosta osservavo attento il continuo alternarsi di temporali tra Tofana e Civetta, ora il tempo a nostra disposizione sembra essere finito.

Riprendo a muovermi, meglio sbrigarsi. Fisso intensamente il martello, la mia unica possibilità di fermare sul nascere una scivolata quantomeno sgradevole. La neve è abbastanza morbida da poter essere scalfitta con le scarpe da ginnastica, ma un crepaccio profondo la separa dalle pareti. Il mondo torna a rimpicciolirsi: martello, passo, passo, ripeti.

Lentamente supero la sezione più ripida, ora la fine del canalone è lì sotto di me, ad un passo di distanza. Raggiungo Federico, che pazientemente ha osservato la mia discesa. Cerca di rassicurarmi: “Guarda, fidati delle scarpe che su una neve così tengono un sacco!”

Ho ancora molto da imparare.

….

“Saverio, ho finito la benzina.” Non voglio immaginare le facce che si stanno scambiando i miei tre compagni  giù, trenta metri sotto di me, sulla seconda cengia del Pilastro di Rozes. Qualcosa non è andato come previsto. La sequenza di artificiale lungo i due tetti mi ha prosciugato più dei tiri in libera lungo l’estetica serie di tacche della celebre salita ampezzana. Ora, appeso ad un chiodo lungo il camino strapiombante noto come “schiena di mulo”, provo a sciogliere le braccia ormai acciaiate e in preda ai crampi.

Cerco di convincermi di averne abbastanza per superare quest’ultima strettoia: rocce più facili mi attendono lì, ad un passo di distanza. Ci provo, mi innalzo oltre questo stretto budello con il busto ma le braccia mi fanno male, ritorno al chiodo. Cazzo, un passo, è solo un singolo passo!

Eppure, solo poche ore fa, a Saverio che mi aveva chiesto se ero stanco avevo risposto: “Ma no dai, fresco come una rosa!” Ho dissimulato la stanchezza che avvertivo in corpo come uno sbruffone, e adesso la gravità mi chiede di renderne conto. Forse l’ambizione mi ha accecato, forse il desiderare davvero questa salita mi ha portato a ignorare dei segnali, forse ho puntato troppo in alto.

Forse, forse, forse…in pochi secondi tutti questi pensieri mi frullano nella mente, ma scrollo la testa e li scaccio. Nel momento in cui i dubbi ti assalgono hai già fallito. Sono arrivato fino a qui, la fine delle difficoltà si trova ora davanti a me, ad un solo maledetto passo di distanza.

“Adesso esco” annuncio con tutta  la convinzione che riesco a racimolare. Saverio mi dà corda, alzo i piedi più che posso e in tre movimenti sono fuori: il camino non strabiomba più, la dolomia riacquista il caratteristico grigiore da roccia appoggiata. Raggiungo la sosta e mi abbandono per un minuto alla stanchezza. Il mio turno è finito, non resta che farmi condurre da Saverio fuori dalla parete.

….

Il moto regolare della corriera mi culla, mentre i panorami continuano a scorrere davanti ai miei occhi. Appoggio la testa allo schienale, i muscoli della schiena e delle braccia sono indolenziti dai due giorni appena trascorsi e bramano riposo. Perchè devo andare a cacciarmi in queste situazioni? Una domanda che continuo a pormi da stamattina. Chiudo gli occhi, mi sento in pace. Piano piano  il sonno comincia a prendere il sopravvento. Seguendo passo dopo passo il tortuoso cammino che io stesso mi sono scelto ho scoperto l’abisso delle possibilità e ne ho rivelato il contenuto. Non ho più niente da dare, questo è il mio limite, questo è ciò che mi rimane. La serenità è la mia ricompensa.

Perchè? Ha forse importanza? Al momento sono sereno e non conta nient’altro. Arrampicando sulla sottile cresta tra ciò che posso e non posso osare trovo la mia pace. Il senso, il fine ultimo di questo arrampicare continua a rimanere celato tra le nebbie davanti a me. Man mano che avanzo continua a sfumare e rimane sempre lì, ad un passo di distanza.

nostra signora LA SFINGE

rifugio grauzaria

Luca è appena arrivato in sosta e tra una boccata d’aria e l’altra, afferma: ” questo è una vera via alpinistica!”. Ebbene si, percorrere una via sulla sfinge e una sfida bel lontana dall’arrampicata sportiva dei nostri tempi. La ricerca della linea, il saper attrezzare soste e non aver problemi con i run out, sono i principali aspetti di una via alpina che si rispetti.

La buona roccia,  l’ambiente da big wall e la storia che avvolge questa parete rendono la scalata un esperienza unica. Un vero viaggio nel Friuli più vero e scostante, un esperienza di scalata che chiunque dovrebbe provare. Qui il fiuto e l’esperienza prendono il posto dei muscoli.

Riporto di seguito la relazione della salita, che propongo con entusiasmo, sperando che sia d’aiuto alla frequentazione.

Durante questa ascensione abbiamo effettuato una combinazione di due vie, la “Bizzarro-Simonetti” e la “Gilberti”o “classica”. Questa combinazione rende questa salita abbordabile ( un passo di VI, pochi V e molti III) , volendo e possibile continuare lungo la “Bizzarro Simonetti” con difficoltà crescenti.

sfinge grauzaria sernio moggio

Avvicinamento:

Da Moggio Udinese proseguire seguendo le indicazioni verso la Val Aupa, da qui, dopo qualche chilometro, sulla sinistra si nota il cartello per il rifugio Grauzaria. Parcheggiare la macchina alla fine della strada e salire lungo il sentiero. Dopo mezz’ora circa, sulla sinistra, è presente un bivio che porta evidentemente verso parete. Seguire il sentiero che si snoda tra i mughi e puntare poi verso destra dirigendosi facilmente verso la parete. Un ora di cammino dalla macchina.

Attacco:

L’attacco si trova a sinistra dell’evidente pilastro situato a sinistra dello spigolo. Salire il diedro che in alto si trasforma in camino per circa 55 metri, IV, sosta su spuntoni a sinistra della fine del pilastro. Ora la parete si fa frastagliata, salire per due lunghezze obliquando sempre a sinistra verso un camino che termina con un piccolo tettino (percorso non obbligato). Qui si fa sosta su un terrazzino erboso. III/III+ 80 metri. Traversare 5 metri a destra e seguire una netta fessura che obliqua a sinistra, continuare fino ad un comodo terrazzino. 30 metri V. Qui si presenta il passo chiave della via, pochi metri di VI e si raggiunge l’imbocco del camino successivo, sosta su chiodi. Da qua con un tiro unico percorrere tutto il camino con scalata “vecchia scuola” che può mettere in difficoltà. 60 metri V, sosta su sasso incastrato e friend. Qui ci si ritrova sulla cengia detritica che si unisce alla “Gilberti-Soravito”, traversare qualche metro a sinistra e imboccare il camino di destra. Ora per facile arrampicata seguire le grandi placche appoggiate che dividono la parete. Cercare di arrampicare sotto la parte fino in fondo, alla base del gran dietro sovrastante dove si trovano fittoni per sosta ( da integrare). Da qui entrare in un camino che con un breve passaggio rognoso porta dentro un canale detritico. Ora tenere la destra, salire per qualche metro e successivamente traversare nettamente a destra ( due chiodi) su una cengietta che porta sul filo dello spigolo. Seguire lo spigolo per tre lunghezze ( soste su fittoni, III+)Dove lo spigolo si impenna, spostarsi nel canale a sinistra che si risale interamente fino ad uscire su una forcella delimitata a destra da un piccolo gendarme.

Discesa:

Da qui seguendo i bolli rossi, risalire per qualche decina di metri e poi traversare prima in piano e poi in discesa. Raggiunto il canale della forcella del Portonat scendere per il sentiero fino al rifugio Grauzaria.

 

Volume consigliato: Alpi Carniche Volume I.

Materiale:NDA + chiodi e martello per rinforzare e fare soste.

Infine un ringraziamento agli apritori che ci permettono di apprezzare e condividere queste meravigliose salite, e un complimenti a Luca per la ” prestazione”.

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LIONS FREE ADVENTURES

 

 

LA GIUSTA PROSPETTIVA

alba

di Nicola Narduzzi

Strano anno, questo 2014. La pioggia concede solo brevi tregue e noi arrampicatori non possiamo far altro che adattarci. Tante le vie già percorse, alcune plaisir, altre impegnative. Tanti i bei progetti già realizzati, le vie a lungo sognate, ma mancava ancora qualcosa. Mancava una grande parete: non una via corta e cattiva, non un monotiro al limite. Volevo perdermi nell’immensità della roccia, sentire la parete incombere sopra di me nel buio della notte, addormentarmi pensando a lei, svegliarmi pensando ancora a lei. Volevo confrontarmi faccia a faccia con me stesso chiedendomi se sono veramente abbastanza bravo per provare. Volevo prendermi il tempo necessario per riacquistare la giusta prospettiva delle cose come si può fare solo immergendo tutto il sé in una via lunga. Distaccarmi dalla realtà quotidiana per vedere le priorità che si riallineano spontaneamente nel giusto ordine mentre si è appesi ad una sosta. L’ho voluto, l’ho trovato.

Finalmente dopo tanta pioggia questa pazza estate ci concede delle belle giornate, e subito mi chiama Marco. Dopo tante vie insieme ormai siamo allineati sulla stessa lunghezza d’onda: bastano poche parole ormai per concretizzare progetti pensati nelle fredde giornate invernali. Così, quasi improvvisamente, ci ritroviamo ancora una volta nell’auto rovente in viaggio per le Dolomiti. Come sempre con la motivazione alle stelle, come sempre con un progetto preciso e la voglia di essere rapidi ed efficaci. Le ultime luci della sera lambiscono la Valle d’Ombretta mentre cerchiamo di non inciampare percorrendo il sentiero con il naso all’insù a scrutare ogni piega, ogni placca della superba fronte meridionale della Regina.

Ci sono pareti dove, più che in ogni altro luogo, i migliori alpinisti al mondo hanno sfidato i preconcetti e le imposizioni del passato per ribaltare la concezione comune dell’impossibile. Su  tutte regna la parete Sud della Marmolada, sperduta isola di calcare dispersa nell’oceano dolomitico. Goccia dopo goccia il tempo ha modellato, inciso, lavorato la parete d’argento, e così un mito è nato. La Marmolada è un regno a sé stante, nel quale ognuno può trovare la materia dei suoi sogni e provare a inseguirli. Diretta Messner, Tempi Moderni, Attraverso il Pesce sono solo alcune delle realizzazioni che hanno spostato il limite dell’arrampicata oltre gli standard dell’epoca. Accanto a queste grandi imprese, però, la parete lascia spazio anche al gioco, all’arte di salire per puro diletto rapidi e leggeri, ed è proprio con questo animo che Mariacher e Schiestl hanno salito la via Don Quixote così, quasi per scherzo, in una grigia giornata del lontano 1979. Due geniali folli che vedevano il mondo in un modo tutto loro, come il famoso Hidalgo di Cervantes.

La sera in rifugio passa veloce sfogliando il libro delle ascensioni alla parete. Tanti i nomi illustri, diretti a mete adatte al loro calibro. Tanti i nomi conosciuti; anche Marco (Milanese) è passato di qui nel 2011, accanto al suo nome una sola parola: Pesce. Qui non serve altro per indicare una leggenda. La notte passa lenta e tormentata nella camerata tra le risate di una compagnia di  tedeschi, scrosci di pioggia e la parete che, da fuori, osserva. Per fortuna la sveglia arriva veloce a porre fine al supplizio e alle prime luci dell’alba siamo già all’attacco, mentre i primi raggi di sole illuminano le Cime D’Ombretta, sovrastate dalla luna ancora alta nel cielo.

I tiri si susseguono veloci, alla ricerca dei punti di debolezza di questa immensa parete: immedesimandosi nel gioco dei primi salitori è facile intuire la linea di salita. Alla nostra sinistra, una nicchia a forma di pesce indica la linea ideale lungo la parete d’argento. Divoriamo in poco tempo la metà inferiore della parete e così, quasi senza accorgercene, siamo già alla cengia mediana. Siamo veloci, ma senza forzature, spontaneamente, assecondando una combinazione logica di motivazione, meteo e forma fisica. Un meccanismo ben oliato che semplicemente si muove senza incontrare attriti,

La pausa d’obbligo è breve, il superbo pilastro sopra di noi attira lo sguardo e la mente e quindi ci arrendiamo presto al suo richiamo. Tra un imprecazione e l’altra supero la nicchia bagnata alla base del pilastro, mentre attorno a noi i cumuli si stanno addensando addosso alla parete. Poco dopo ci ritroviamo sospesi in un grigio vuoto. Il pilastro, la valle sottostante, un qualsiasi punto di riferimento: tutto scompare, solo la gravità rimane per indicarci il basso e l’alto. Traversiamo a sinistra, non troviamo la sosta, proviamo verso l’alto, ci siamo, trovata! In alto, destra, no sinistra, aspetta là c’è un chiodo, ma sembra nel duro. Dove cavolo siamo? Fa freddo, le dita perdono sensibiltà, ma in fondo basta andare avanti, prima o poi anche questa montagna avrà fine! Un’estemporanea schiarita consente di vedere la fessura del tiro chiave, ci dà una direzione, e tutto riprende a scorrere. Lungo stupende placche a buchi ci ritroviamo ancora una volta immersi nel nostro sottile gioco fatto di equilibri, movimenti bilanciati e respiri profondi. Siamo così lontani dalle Tre Cime, non ci sono tacche da stringere o strapiombi da superare. Sulla fessura chiave, tanto per cambiare bagnata, non riesco a passare in libera. Se mi vedessero gli apritori si farebbero quattro risate, ma in fondo non sarò certo io a portare avanti la loro strada, per oggi va bene così. Poco sotto la cima ecco ricomparire il sole a scaldare le dita e l’anima. Ritroviamo il ritmo giusto, ormai manca poco. Mi affaccio sul lato settentrionale, dove la neve non vuole ancora saperne di svanire, lasciando ancora spazio di gioco agli ultimi tossici della neve.

Niente più roccia sopra di noi, niente più nuvole, solo il sole nel cielo azzurro. Muovo in fretta gli ultimi passi verso la vetta, mi slego, tolgo il casco, e mentre recupero Marco chiudo gli occhi e  rivolgo il viso al sole. Avevo bisogno di tutto questo. Appeso a due chiodi quasi sulla cima del pilastro ho guardato verso il basso, verso il rifugio ormai lontano, i ghiaioni in continua evoluzione, i pascoli dove le mucche vivono in pace, gli ultimi nevai alla base della parete. Questa è la prospettiva dalla quale voglio osservare il mondo. Sono a casa.

In discesa, cullato a valle dalla funivia, guardo le cime dolomitiche che si estendono a perdita d’occhio. Torno ancora una volta a chiedermi se sono bravo abbastanza. La risposta mi rimane ancora celata tra le pieghe della parete.