Love is in the air

 

 

Faccio video amatoriali per ricordare!

Spero siano di ispirazione per chiunque volesse provare a volare, non è poi cosi impossibile. Passo dopo passo si fa tutto.

peace

Marco

 

Michelazzi, vecchi racconti e relazioni d’alpinismo

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Stefano Michelazzi nasce a Trieste l’8 gennaio 1966 ed inizia a sperimentare le esplorazioni speleologiche già all’età di 8 anni, accompagnato dal padre appassionato di questa attività.

A metà anni ’80 scopre la passione per l’arrampicata e l’alpinismo in generale che a quel punto diventerà una passione quasi totalizzante.

Nei primi anni ’90 batte in lungo ed in largo le Alpi Carniche, che per la loro vicinanza a Trieste considera montagne di casa, abbracciando l’etica rigida che contraddistingue l’alpinismo di quei monti. Apre una decina di vie nuove e ripete molte vie, anche in solitaria.

Diventare “Ragazzo padre” e crescere sua figlia da solo, lo porta a ridurre l’attività alpinistica ai minimi termini, ma nel 2002 la scelta di abbandonare Trieste ed il “posto fisso”, per “emigrare” sui monti.

Nel 2004 si trasferisce a Trento dove conseguirà il Diploma di Guida Alpina, professione che esercita a tempo pieno, con l’intento non solo di accompagnare ma anche di formare la cultura di rispetto della montagna.

Ha al suo attivo oltre 60 nuove salite e nuove varianti tra Dolomiti e Alpi Carniche e circa 1000 ripetizioni di cui molte in solitaria. Ha pubblicato nel 2010 la guida: “Emozioni Dolomitiche” e nel 2013 “Emozioni verticali”

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Vi lascio ora al racconto di Stefano, tra ricordi passati, emozioni verticali e persone che sono passate tra le montagne friulane.

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Quel giugno del 1979 la neve non voleva saperne di mollare…

Arrivammo alla Colonia estiva di Pierabech, che all’epoca era gestita dall’Opera figli del popolo di Trieste, ed indossammo tutto ciò che avevamo per ripararci un po’ dal freddo intenso.

I giorni seguenti la situazione meteo si ristabilì e come per incanto la neve si sciolse in breve tempo lasciando spazio ad una delle più belle estati della mia vita.

Un po’ perché a 13 anni cominci a diventare grande e l’anno dopo non fui più lo stesso ragazzo di quei giorni, un po’ perché da lì parti la mia passione per il salire le montagne.

Fu proprio a metà del giugno ’79 che un gruppetto di noi ragazzi, scelti fra quelli ritenuti più idonei, accompagnati da 3 assistenti ed il direttore della Colonia estiva, salì la normale alla cima del Monte Volaia.

Fu una salita epocale, nulla ci venne risparmiato.

Verso i due terzi il tempo cambiò improvvisamente e giunti in cima, ci ritrovammo nel mezzo della tempesta con acqua che scorreva ogni dove e fulmini che ci saettavano attorno, scaricandosi sui muri calcarei e dandoci ogni tanto una scossetta che ci faceva sussultare, mentre con attenzione ma il più velocemente possibile, perdevamo quota.

Nessuno di noi cadde nel panico, malgrado la paura ci fosse, eccome…

Una provvidenziale cavernetta di postazione sentinella della prima guerra ci offrì un minimo di riparo e potemmo aspettare quindi che l’inferno finisse di scatenarsi per riprendere la via del ritorno, bagnati fradici, infreddoliti ma felici di essere giunti lassù.

Oggi a distanza di tanti anni e con la coscienza di alpinista oltre che di Guida Alpina, mi fa rabbrividire, il pensare a quali responsabilità si presero i nostri accompagnatori…

Dieci anni più tardi, quelle stesse montagne divennero il mio terreno di gioco preferenziale per ciò che sarebbe diventato il mio alpinismo.

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Indiscusso capo-scuola dell’alpinismo carnico, era in quegli anni il tolmezzino Roberto Mazzilis promotore di una serie di regole non scritte, le quali rendevano il salire le pareti un gioco con un’etica piuttosto severa:

niente spit, pochi chiodi, difficoltà elevate.

In quest’etica anch’io mi rispecchiai e salii in questo stile moltissime vie classiche e moderne, spingendomi anche oltre e ripetendo diverse salite in free-solo, altro stile che in quegli anni cominciava a diventare una realtà.

Tra una ripetizione e l’altra intervallavo con qualche nuova salita, un alpinismo di ricerca, dunque, che ancora oggi è lo stile che più amo.

Tra la decina di nuovi itinerari che ho avuto modo di imprimere nelle rocce carniche, tra i quali “Arcobaleno” sulla sud del Monte Casaro aperta in free-solo (soltanto scarpette e sacchetto del magnesio…) le due che più mi stanno a cuore sono “Valentina” del 1993 alla sud della Torre Ravascletto, dedicata a mia figlia di un anno appena e nata dopo un’esplorazione di due anni prima sul versante est, aprendo la mia prima via nuova, e “Lucia” sulla sud della Torre Gennaro entrambe nel gruppo del Monte Peralba..

La Lucia gestiva il rifugio “Sorgenti del Piave” e malgrado un modo di fare piuttosto chiuso e riservato è stata in quegli anni, quando giovani e senza un soldo scalavamo rocce e sogni, il punto di riferimento per me e per molti altri alpinisti, tra i quali il feltrino Pier Verri col quale molte volte ci si incontrava al rifugio.

Una mecenate sicuramente, dei giovani alpinisti che frequentavano all’epoca la zona. Tutti senza un soldo (a volte arrivavo lassù in pullmann che costava poco, partendo poi a piedi da Sappada, carico come un asino, perché soldi per la benzina neanche a sognarli…) ma pieni di grandi progetti come tutti i giovani…!

Ringraziarla per il posto letto sempre a disposizione e per la cena che ogni tanto arrivava pure quella, nel modo in cui potevo meglio esprimere la mia gratitudine, mi sembrò il minimo!
Sono ormai quasi vent’anni che non torno più da quelle parti, purtroppo, la vita e le scelte fatte, mi hanno tenuto lontano dalle montagne che ho tanto amato, e dalle persone che hanno rappresentato quel periodo, ma i ricordi di quegli anni sono rimasti indelebili e le loro rocce ogni tanto mi fanno ancora compagnia, quando con la mente ripenso alle cose belle della mia vita!

Di seguito trovate due relazioni di vie aperte da Stefano nei lontani anni novanta.

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TORRIONE RAVASCLETTO- via ‫ Valentina schizzo

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 Grazie infine a Stefano per l’articolo e per le relazioni, buone salite a tutti.

Marco

arrampicando in Carnia

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con il vento in poppa rifugio lambertenghi

Recentemente ho ripetuto due vie in alpi Carniche, due stile diversi due ambienti diversi due scalate diverse.

La prima è il diedro Enza e Fabio, una classica dell’Avastolt. L’Avastolt è una parete cupa di fronte alla casera Fleons, e si trova risalendo la strada forestale da Pierabech. Tanto la parete incute soggezione tanto i verdi pascoli e l’ambiente che ci circonda ti  rilassano. Questo binomio di sensazioni è alquanto singolare, durante i run out sui chiodi di 25 anni fa’ sentivamo le famigliole allegre che scorrazzavano sui pascoli. Inevitabilmente ti chiedevi perchè cavolo eri li e non con loro. Tuttavia la salita è stata appagante, la roccia meno, ma sicuramente non vai a fare una via del genere per la roccia, la ricerca dell’itinerario e il fiuto per i passaggi e le protezione fanno di questa via un must nel curriculum di un alpinista.

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L’atra via che ho ripetuto è con il vento in poppa sulla torre Carla Maria, nei pressi del rifugio Lambertenghi. Un eccellente qualità della roccia e della scalata portano in cima a questa torre che domina il panorama del Coglians e del Volaia. Lo stile, come le difficoltà sono completamente diverse.  Qui Zanderigo non ha sicuramente risparmiato sugli spit, il che permette di scalare senza troppi pensieri e su una roccia incredibile.

eric secondo tiro con il vento in poppa

Entrambe le vie meritano sicuramente di essere ripetute e ringrazio come sempre gli apritori che con il loro duro lavoro permetto a tutti di godere di queste scalate.

La montagna è in primis libertà, ed è per questo che ho scritto di queste due vie. La decisione di scegliere uno stile di apertura piuttosto che un altro posso essere discutibili all’infinito ma ciò non toglie che la montagna permette a tutti di esprimersi secondo i proprio gusti e desideri. Questo cerco in montagna ma anche al mare, la libertà di esprimere la mia voglia di vivere la natura.

Si dice che la libertà sia fare quello che si vuole fino a quando non si danneggiano gli interessi altrui e si rispetta l’ambiente ( che poi farebbe parte degli interessi altrui ma ogni tanto ho dei dubbi) , e a parte qualche via di Roberto la cosa è perfettamente valida in montagna!

grazie come sempre ai soci di scalata per le favolose giornate assieme 🙂

peace and rock!

Marco ” rasta” Milanese

TRAPEZISTI

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“Quando apri la mente, liberi la tua vita.

Quando liberi i tuoi occhi, eterno è il premio.”

SOAD

Con enorme piacere condivido questo scritto di Nicola Narduzzi su uno degli itinerari più affascinanti delle Alpi Giulie, la cresta integrale del gruppo del Canin in versione invernale. Complimenti a tutti!

Il tempo è trascorso. Lo sento nell’aria, non più gelata da bruciare i polmoni. Lo avverto nel calore dei raggi del sole ormai alto nel cielo. Lo vedo nelle gemme degli alberi, pronte a sbocciare per donare nuova vita e colore dopo il freddo grigiore invernale. Una fitta di tristezza mi accompagna mentre i lampioni illuminano il parabrezza dell’auto, lanciata nell’alternanza di luce e ombra di un’anonima strada di periferia. Come sabbia tra le dita il tempo è passato finché non mi sono ritrovato di nuovo qui, a casa, con la sensazione di aver perso qualcosa. In queste giornate terse del tardo inverno anche le montagne sembrano tristi così, tese in un’inutile attesa della dama bianca. Eppure forse non è nemmeno questo il vero problema, forse il tempo non è l’unica cosa persa. Con la mente imprigionata in una gabbia di svogliatezza e pigrizia vago senza meta nella città del ritorno. Nel senso di solitudine che solo luci e palazzi possono dare, mi rendo conto che nella gelida ombra dell’ovest ho smarrito anche la sorgente dell’incanto, quella fame che dava sapore e il giusto valore ad ogni cosa. Perso in questa palude un messaggio criptico di Saverio mi risveglia un po’: “Tira fuori lo Steve House che c’è in te…” Mi viene da sorridere, ormai sa che è facile attirare la mia attenzione.

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A volte basta davvero poco per essere felici. Un paio di scarponi e bastoncini, le braccia che spingono e le gambe che si muovono, con la neve dura che scricchiola al tuo passaggio. Il mondo ridotto a un piccolo cono di neve illuminato dalla frontale, la sagoma scura di una grande montagna sopra di te e nient’altro. Nessun pensiero, niente a disturbare la perfetta essenzialità del momento. Spengo la frontale e lascio che gli occhi si abituino gradualmente all’oscurità. Pian piano riesco a distinguere l’enorme mole della Baba Grande stagliarsi contro il cielo stellato e la chiara linea del canale da seguire. Pochi minuti dopo mi ribalto armato di zaino e ramponi dentro la botte rossa del bivacco semi sommerso dalla neve, seguito a breve da Stefano e Saverio.

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Il fornelletto a gas fornisce del prezioso calore alla nostra piccola dimora, eppure la porta rimane aperta, la notte è troppo bella per non essere ammirata. Avvolto nel sacco a pelo, cercando di trattenere un po’ di caldo, guardo le luci lontane dei paesi giù in valle e la trama delle stelle che ci sovrasta. Avevo bisogno di tutto questo: sapere di essere gli unici uomini nel raggio di chilometri,  fuori da tutto, sapere che domani sarà una grande giornata e immagazzinare tutta l’energia potenziale necessaria. Penso a domani, penso ai mesi trascorsi che mai mi sono sembrati così lontani e, finalmente sereno, mi addormento.

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I primi raggi del sole nascente che ci accolgono sull’ampio pendio dello Slebe sono la promessa di una giornata limpida. La neve è dura e trasformata, il massimo per salire rapidamente il facile tratto iniziale. Bisogna andare veloci finché la cresta ce lo consente, guadagnare tempo prezioso da spendere nell’affilato tratto che precede il Porton Sotto Canin. Dai pendii resiani del Laska Plagna degli stambecchi ci guardano, probabilmente chiedendosi chi sono questi usurpatori di terreni che non gli competono, prima di impartirci una lezione di sci ripido gettandosi a capofitto lungo la massima pendenza.

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Dopo il Cerni Vogu la cresta si assottiglia. Sotto di noi compaiono salti di rocce verticali, sopra i quali la neve si affila a fare da spartiacque. Una prima calata ci porta sul filo di questa lama di coltello. Da che lato conviene scivolare? A sinistra un salto di trecento metri ci separa dai prati resiani, a destra i ripidi pendii dell’altopiano del Canin, più vicini eppure ancora lontani. Saverio li guarda e cerca di sdrammatizzare: “In fondo magari non è un altezza per la quale si può morire.” Magari anche si, però. Istintivamente le dita si serrano attorno al manico della picozza, e la pianto ancora più saldamente nel pendio. Come trapezisti seguiamo la sottile linea che separa il successo dal disastro, la corda a volte legata in vita, ma più spesso lasciata nello zaino. In fondo la “conserva creativa”, come la chiama Saverio, a volte mi sembra più un conforto psicologico che una reale rete di sicurezza contro gli effetti di una scivolata sgradevole. Una seconda calata ci deposita su un ripido pendio di neve non ancora assestata. Quasi strisciando mi porto su una sella lungo il crinale, ormai solo un breve tratto di misto ci separa dal punto più basso della nostra cavalcata. La tensione cala, ormai manca un breve tratto in piano all’inizio della lunga risalita verso il Canin Basso e Saverio sicuro apre la strada sul filo di cresta. Improvvisamente si ferma, la montagna ci gioca un ultimo scherzo a pochi passi dalla fine delle difficoltà: la cresta si assottiglia, la neve scompare mettendo a nudo una liscia schiena di roccia. Saverio prova a fare un passo ma non se la sente e mi cede il posto. Senza troppa convinzione provo anche io, ma lascio subito stare: la corda ricompare dallo zaino e il fastidio è presto evitato.

Intanto le nuvole che gradualmente si sono alzate dal fondovalle ci hanno avvolto. Il calore dei raggi del sole è solo un ricordo e solamente il movimento garantisce protezione dal freddo. Ormai dispersi nella nebbia fitta non possiamo fare altro che salire, lenti, distrutti, verso quella cima che da qualche parte sopra di noi ci aspetta. Nonostante la scarsa visibilità riesco a riconoscere il posto dove ci troviamo: ero già stato qui due anni fa, in una tersa giornata d’autunno con un freddo sole a baciare le cime imbiancate dalla prima neve. Non era questo il pendio dove esce la via resiana? Cazzo quanto manca allora! Cerco di racimolare la concentrazione necessaria per evitare un errore: sotto di noi so esserci l’infinito scivolo definito dagli scialpinisti la “white magic line” del Canin, anche se al momento possiamo solo intuirla.

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Guardo il pendio che scompare nella nebbia pochi metri sotto di noi. Come dev’essere scivolare verso il basso nel nulla? Cosa si prova a sparire, semplicemente non esserci più da un momento all’altro?  Quanto può essere facile smettere di lottare, solo appoggiarsi al pendio e arrendersi? A un certo punto Saverio si ferma, si accascia sulla picozza. Io faccio lo stesso, ansimando fortemente, mentre mi guarda e chiede: “Manca poco vero?” Vorrei potertelo dire con certezza Sav, davvero vorrei saperlo. “Ormai ci siamo, che quella specie di costa rocciosa che si intravede è la cima” La fine di questa agonia. In questa situazione, con le gambe pesanti e il cuore che sembra esplodere nel petto una piccola bugia ha più valore della verità. Anche se mancasse tanto, ormai non abbiamo scelta. Possiamo solo andare avanti sospesi in questo vuoto grigiore, e prima o poi anche questa montagna avrà una fine. Otto ore, sono solamente otto ore che ci muoviamo! Cosa si prova, Steve? Cosa succede dopo 60 ore di salita sui fianchi di un gigante come il Denali? Cosa hai trovato negli abissi della tua anima che solo la Diretta ceca poteva tirar fuori? Dove hai trovato la forza di andare avanti quando tutto il tuo corpo chiedeva solo di mollare? Il vento inizia a soffiare più intensamente, segno che forse la cima davvero non è lontana. Un passo dopo l’altro andiamo avanti finché non compare un palo di legno, la fine della cresta, il nostro obiettivo. Quassù, sul punto estremo dei nostri sogni, Saverio si butta per terra. Un gesto che vuol dire più di mille parole: vuol dire gioia, liberazione, freddo, sete, rabbia. Poco dopo arriva anche Stefano, ci sorridiamo: sorrisi stanchi e tirati ma carichi di significato. Neanche la promessa infranta dei raggi del sole nascente ha molta importanza ormai. La consapevolezza del viaggio appena percorso è l’unico calore contro il vento gelido che mi fa tremare e impone una sosta breve, prima di affrontare la discesa.

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Quanto manca a Forcella Tedesca? Domanda inutile, stupida. Eppure, non posso esimermi dal porla alla nebbia attorno a me. Avevamo iniziato la discesa fiduciosi di un rientro rapido alla normalità, ma la realtà dei fatti aveva mandato a rotoli i nostri programmi. Pericolosamente in equilibrio su ripidi pendii, coperti da una neve più vicina allo stato liquido che a quello solido, avevamo ancora una volta penzolato da uno spuntone provvidenziale per tirarci fuori dai casini, ma adesso nessuna corda può aiutarci a guadagnare metri in questo infinito traverso. Sprofondando passo dopo passo, con la testa bassa ed in silenzio avanzo sull’ennesimo pendio nevoso. Mutismo e rassegnazione, condito da una buona dose di quel menefreghismo che accompagna gli stadi più avanzati della fatica, sono l’unica soluzione. Non so bene dove sono, e ormai non me ne frega neanche. So che devo andare avanti e il corpo esegue come un automa. Quanto manca? Cento passi o mille ha forse importanza? Guardo le punte dei ramponi, libero la mente e vado avanti. Con le gambe pieni di acido lattico, svuotate di ogni energia, ogni cedimento della neve sotto il mio peso è come una coltellata. Vaffanculo Steve. Vaffanculo a te, e a tutte le tue cazzate sulla consapevolezza. Vaffanculo a te, e alla fatica. La realtà è che fa solo male.

Durante una vaga schiarita sento Stefano e Saverio chiamarmi, mi volto e li vedo indicare la linea di cresta che li sovrasta: forcella Tedesca è sopra di loro, nello sconforto l’avevo superata di una ventina di metri senza accorgermene!

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Le luci di Sella, incassate tra i ripidi pendii che coronano la Raccolana, si fanno sempre più vicine. La neve appena battuta delle piste è ancora morbida e si lascia scalfire facilmente dagli scarponi in una quasi piacevole corsetta verso la fine del viaggio. Sopra di noi le nuvole hanno ceduto il posto alla volta celeste, interrotta dinanzi a noi dalla bastionata del Montasio. Guardando tutto questo, respirando l’aria fredda, sentendo le gambe pesanti andare ancora avanti, lascio scivolare via la gabbia in cui mi ero rinchiuso e finalmente mi sento libero. Nella perfetta bellezza del momento, oltre la fatica e il freddo, oltre la monotonia della quotidianità e le incertezze del futuro trovo il mio punto fisso, assaporo la profondità di quanto vissuto e, finalmente, sento di essere davvero tornato a casa. Forse non avevi tutti i torti, Steve. In fondo proprio queste 12 ore sono il motivo di questa percezione più acuta delle cose, di questa visione d’insieme più nitida. Eppure tutto ciò dura un attimo, e improvviso come è arrivato scompare. “Qualcosa m’hanno detto la sera e la montagna, ma l’ho perduto.” scrisse Jorge Luis Borges.

Alla discesa seguirà un ritorno, e poi  un altro ancora, per provare a ritrovare quanto perduto, alla continua ricerca di qualcosa che forse non esiste, se non per un breve istante nella mente di un trapezista in equilibrio precario sulla cresta di una montagna.

sella nevea mountain experience

io ride

20-21-22 marzo si terrà la terza edizione del Sella Nevea mountan experience. Un fine settimana di freeride, sicurezza sulla neve, notti in igloo e molto altro. Trovate le informazione al link qui sotto:

http://www.marcomilanese.com/#!eventi-news-offerte/c1pz

A presto!

Marco

ice, mixed and fly

 

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Qualche foto di alcune giornate passate tra Vallunga, Col dei Bos, monte Elmo, Bus di Tofana e Monte Piana.

Le buone condizioni della cascata di ghiaccio “Yosemite icefall” in Vallunga ci hanno permesso di salire la cascata fino in cima offrendo tiri di rara formazione e scenari dolomitici unici. Un eccellente scalata su ghiaccio lavorato e assolato, salita solo con maglietta termica e guscio. Poche brevi docce e tanti metri per giocare. Una giornata di ottima compagnia, una di quelle che quando cammini verso la macchina ti senti proprio in pace.

Un altra cascata invece salita nella prima metà di febbraio è avvolta dal mistero!

Io e Leo partiamo carichi verso il col dei Bos senza nessun informazione ma tanta curiosità ( e materiale!). Nè uscirà una cascata spettacolare. Un primo tiro di misto ingaggioso porta in un canalino facile. Superato un masso incastrato la montagna ci fagocita di fronte a due stupendi tiri di ghiaccio verticale, al sole!

La cascata è già stata salita ma le informazioni che son riuscito a recuperare porterebbero ad una probabile salita Francese. A presto pubblicherò un report dettagliato per chi volesse ripeterla. La cascata poi è stata ripetuta da amici emiliani Lunedi 16 Febbraio.

Prima esperienza su ghiaccio anche per Elisa in quel di Borca di Cadore, Cascate formate e signorina contenta, perfetto!

Le meravigliose giornate di queste settimane hanno permesso anche di fare incredibili voli in Speedfly e Parapendio con il Taz, Nico e Armin. Svolacchiato tra monte Elmo, Monte Piana e Bus di Tofana. queste ultime con partenze abbastanza diciamo… psicologiche!

a breve un piccolo edit 🙂

Grazie a LeoCom e al Nico per qualche foto.

Climb hard, fly fast!!

Marco

arrampicata e geologia

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Presento con piacere la tesi di laurea di Luca, un ragazzo di Cormons dal titolo:

Geologia strutturale e arrampicata sportiva: un’opportunità di divulgazione scientifica.

Luca Iacolettig ha 22 anni e si è appena laureato in Scienze per l’Ambiente e la Natura a Udine. Frequenta le nostre montagne friulane ma non solo, spingendosi anche in monte Bianco. Volendo unire la passione per l’arrampicata ai suoi studi decide di cimentarsi con questa interessante tesi a cui rimando il link:

TESI arrampicata geologia

Dopo questa breve introduzione vi lascio alle sue parole, facendogli ovviamente i complimenti per il lavoro svolto, ringraziandolo per avermi spedito il materiale e augurandogli un meraviglioso futuro “montano”.

di Luca Iacolettig:

Ritengo che alpinismo ed arrampicata sportiva possano essere belle occasioni per divulgare la geologia (in particolare il ramo della geologia strutturale).

Noi alpinisti e scalatori di arrampicata siamo a strettissimo contatto con “l’elemento” roccia, oggetto di studio della geologia: quali destinatari migliori per divulgare la geologia?.

Durante una scalata, si sfruttano le strutture geologiche delle pareti come opportunità di progressione.

Nella mia tesi propongo la classificazione delle strutture geologiche in primarie, secondarie, forme superficiali ed antropiche.

Le strutture primarie si formano con la genesi della roccia. Ad esempio i giunti di raffreddamento basaltici (le “fessure” della Devil’s Tower) sono strutture primarie.

Le strutture secondarie sono strutture deformative, generate a roccia interamente formata. A seconda della reologia della roccia (il comportamento meccanico della roccia agli sforzi) si distinguono deformazioni fragili (ad esempio giunti o faglie) o duttili (come le pieghe).

Le forme superficiali sono quelle strutture apprezzabili sulla superficie delle rocce: nella nostra Regione un esempio è il carsismo, che dà forma a una miriade di strutture congeniali all’arrampicata

Le forme antropiche sono strutture provocate dall’uomo stesso alterando artificialmente la roccia. Ad esempio lo scavo di un galleria, del cemento sulla parete, una presa scavata con lo scalpello (!!!) …

A mio avviso c’è bisogno di una presa di coscienza del “problema” roccia da parte dell’alpinista medio: la maggior parte degli scalatori non sa su cosa stia arrampicando!

Non è difficile distinguere un calcare da una roccia granitoide, ma incominciano a sorgere dubbi tra calcari e dolomie o granito e gneiss…

Oppure, per quanto riguarda le strutture, vengono chiamate ugualmente col nome di “fessure” sia i giunti tettonici che i solchi carsici, dalla genesi completamente diversa!

Un valido alpinista non deve essere per forza geologo, ma la conoscenza di alcune nozioni basilari (litologia e strutture), oltre ad essere un arricchimento culturale, indirizza lo scalatore alla tecnica da adottare ed ha risvolti sulla sicurezza, potendo individuare zone instabili e, nel caso dell’alpinismo classico su roccia, consentendo il posizionamento delle protezioni più adatte al tipo di roccia e di struttura.

Per concludere: cosa dovrebbe sapere un alpinista come minimo? Secondo me che:

  • le rocce sono formate da minerali
  • le rocce si formano secondo tre meccanismi principali (magmatico, sedimentario, metamorfico)
  • la genesi delle rocce può già portare alla formazione di strutture (strutture primarie)
  • le rocce possono in seguito venir alterate da agenti endogeni o esogeni dando deformazioni fragili o duttili (strutture secondarie) o modifiche della superficie (forme superficiali)
  • litologia e strutture influenzano sicurezza, tecnica di arrampicata e tipologia di protezioni da piazzare (nel caso dell’alpinismo su roccia)