TRAPEZISTI

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“Quando apri la mente, liberi la tua vita.

Quando liberi i tuoi occhi, eterno è il premio.”

SOAD

Con enorme piacere condivido questo scritto di Nicola Narduzzi su uno degli itinerari più affascinanti delle Alpi Giulie, la cresta integrale del gruppo del Canin in versione invernale. Complimenti a tutti!

Il tempo è trascorso. Lo sento nell’aria, non più gelata da bruciare i polmoni. Lo avverto nel calore dei raggi del sole ormai alto nel cielo. Lo vedo nelle gemme degli alberi, pronte a sbocciare per donare nuova vita e colore dopo il freddo grigiore invernale. Una fitta di tristezza mi accompagna mentre i lampioni illuminano il parabrezza dell’auto, lanciata nell’alternanza di luce e ombra di un’anonima strada di periferia. Come sabbia tra le dita il tempo è passato finché non mi sono ritrovato di nuovo qui, a casa, con la sensazione di aver perso qualcosa. In queste giornate terse del tardo inverno anche le montagne sembrano tristi così, tese in un’inutile attesa della dama bianca. Eppure forse non è nemmeno questo il vero problema, forse il tempo non è l’unica cosa persa. Con la mente imprigionata in una gabbia di svogliatezza e pigrizia vago senza meta nella città del ritorno. Nel senso di solitudine che solo luci e palazzi possono dare, mi rendo conto che nella gelida ombra dell’ovest ho smarrito anche la sorgente dell’incanto, quella fame che dava sapore e il giusto valore ad ogni cosa. Perso in questa palude un messaggio criptico di Saverio mi risveglia un po’: “Tira fuori lo Steve House che c’è in te…” Mi viene da sorridere, ormai sa che è facile attirare la mia attenzione.

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A volte basta davvero poco per essere felici. Un paio di scarponi e bastoncini, le braccia che spingono e le gambe che si muovono, con la neve dura che scricchiola al tuo passaggio. Il mondo ridotto a un piccolo cono di neve illuminato dalla frontale, la sagoma scura di una grande montagna sopra di te e nient’altro. Nessun pensiero, niente a disturbare la perfetta essenzialità del momento. Spengo la frontale e lascio che gli occhi si abituino gradualmente all’oscurità. Pian piano riesco a distinguere l’enorme mole della Baba Grande stagliarsi contro il cielo stellato e la chiara linea del canale da seguire. Pochi minuti dopo mi ribalto armato di zaino e ramponi dentro la botte rossa del bivacco semi sommerso dalla neve, seguito a breve da Stefano e Saverio.

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Il fornelletto a gas fornisce del prezioso calore alla nostra piccola dimora, eppure la porta rimane aperta, la notte è troppo bella per non essere ammirata. Avvolto nel sacco a pelo, cercando di trattenere un po’ di caldo, guardo le luci lontane dei paesi giù in valle e la trama delle stelle che ci sovrasta. Avevo bisogno di tutto questo: sapere di essere gli unici uomini nel raggio di chilometri,  fuori da tutto, sapere che domani sarà una grande giornata e immagazzinare tutta l’energia potenziale necessaria. Penso a domani, penso ai mesi trascorsi che mai mi sono sembrati così lontani e, finalmente sereno, mi addormento.

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I primi raggi del sole nascente che ci accolgono sull’ampio pendio dello Slebe sono la promessa di una giornata limpida. La neve è dura e trasformata, il massimo per salire rapidamente il facile tratto iniziale. Bisogna andare veloci finché la cresta ce lo consente, guadagnare tempo prezioso da spendere nell’affilato tratto che precede il Porton Sotto Canin. Dai pendii resiani del Laska Plagna degli stambecchi ci guardano, probabilmente chiedendosi chi sono questi usurpatori di terreni che non gli competono, prima di impartirci una lezione di sci ripido gettandosi a capofitto lungo la massima pendenza.

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Dopo il Cerni Vogu la cresta si assottiglia. Sotto di noi compaiono salti di rocce verticali, sopra i quali la neve si affila a fare da spartiacque. Una prima calata ci porta sul filo di questa lama di coltello. Da che lato conviene scivolare? A sinistra un salto di trecento metri ci separa dai prati resiani, a destra i ripidi pendii dell’altopiano del Canin, più vicini eppure ancora lontani. Saverio li guarda e cerca di sdrammatizzare: “In fondo magari non è un altezza per la quale si può morire.” Magari anche si, però. Istintivamente le dita si serrano attorno al manico della picozza, e la pianto ancora più saldamente nel pendio. Come trapezisti seguiamo la sottile linea che separa il successo dal disastro, la corda a volte legata in vita, ma più spesso lasciata nello zaino. In fondo la “conserva creativa”, come la chiama Saverio, a volte mi sembra più un conforto psicologico che una reale rete di sicurezza contro gli effetti di una scivolata sgradevole. Una seconda calata ci deposita su un ripido pendio di neve non ancora assestata. Quasi strisciando mi porto su una sella lungo il crinale, ormai solo un breve tratto di misto ci separa dal punto più basso della nostra cavalcata. La tensione cala, ormai manca un breve tratto in piano all’inizio della lunga risalita verso il Canin Basso e Saverio sicuro apre la strada sul filo di cresta. Improvvisamente si ferma, la montagna ci gioca un ultimo scherzo a pochi passi dalla fine delle difficoltà: la cresta si assottiglia, la neve scompare mettendo a nudo una liscia schiena di roccia. Saverio prova a fare un passo ma non se la sente e mi cede il posto. Senza troppa convinzione provo anche io, ma lascio subito stare: la corda ricompare dallo zaino e il fastidio è presto evitato.

Intanto le nuvole che gradualmente si sono alzate dal fondovalle ci hanno avvolto. Il calore dei raggi del sole è solo un ricordo e solamente il movimento garantisce protezione dal freddo. Ormai dispersi nella nebbia fitta non possiamo fare altro che salire, lenti, distrutti, verso quella cima che da qualche parte sopra di noi ci aspetta. Nonostante la scarsa visibilità riesco a riconoscere il posto dove ci troviamo: ero già stato qui due anni fa, in una tersa giornata d’autunno con un freddo sole a baciare le cime imbiancate dalla prima neve. Non era questo il pendio dove esce la via resiana? Cazzo quanto manca allora! Cerco di racimolare la concentrazione necessaria per evitare un errore: sotto di noi so esserci l’infinito scivolo definito dagli scialpinisti la “white magic line” del Canin, anche se al momento possiamo solo intuirla.

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Guardo il pendio che scompare nella nebbia pochi metri sotto di noi. Come dev’essere scivolare verso il basso nel nulla? Cosa si prova a sparire, semplicemente non esserci più da un momento all’altro?  Quanto può essere facile smettere di lottare, solo appoggiarsi al pendio e arrendersi? A un certo punto Saverio si ferma, si accascia sulla picozza. Io faccio lo stesso, ansimando fortemente, mentre mi guarda e chiede: “Manca poco vero?” Vorrei potertelo dire con certezza Sav, davvero vorrei saperlo. “Ormai ci siamo, che quella specie di costa rocciosa che si intravede è la cima” La fine di questa agonia. In questa situazione, con le gambe pesanti e il cuore che sembra esplodere nel petto una piccola bugia ha più valore della verità. Anche se mancasse tanto, ormai non abbiamo scelta. Possiamo solo andare avanti sospesi in questo vuoto grigiore, e prima o poi anche questa montagna avrà una fine. Otto ore, sono solamente otto ore che ci muoviamo! Cosa si prova, Steve? Cosa succede dopo 60 ore di salita sui fianchi di un gigante come il Denali? Cosa hai trovato negli abissi della tua anima che solo la Diretta ceca poteva tirar fuori? Dove hai trovato la forza di andare avanti quando tutto il tuo corpo chiedeva solo di mollare? Il vento inizia a soffiare più intensamente, segno che forse la cima davvero non è lontana. Un passo dopo l’altro andiamo avanti finché non compare un palo di legno, la fine della cresta, il nostro obiettivo. Quassù, sul punto estremo dei nostri sogni, Saverio si butta per terra. Un gesto che vuol dire più di mille parole: vuol dire gioia, liberazione, freddo, sete, rabbia. Poco dopo arriva anche Stefano, ci sorridiamo: sorrisi stanchi e tirati ma carichi di significato. Neanche la promessa infranta dei raggi del sole nascente ha molta importanza ormai. La consapevolezza del viaggio appena percorso è l’unico calore contro il vento gelido che mi fa tremare e impone una sosta breve, prima di affrontare la discesa.

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Quanto manca a Forcella Tedesca? Domanda inutile, stupida. Eppure, non posso esimermi dal porla alla nebbia attorno a me. Avevamo iniziato la discesa fiduciosi di un rientro rapido alla normalità, ma la realtà dei fatti aveva mandato a rotoli i nostri programmi. Pericolosamente in equilibrio su ripidi pendii, coperti da una neve più vicina allo stato liquido che a quello solido, avevamo ancora una volta penzolato da uno spuntone provvidenziale per tirarci fuori dai casini, ma adesso nessuna corda può aiutarci a guadagnare metri in questo infinito traverso. Sprofondando passo dopo passo, con la testa bassa ed in silenzio avanzo sull’ennesimo pendio nevoso. Mutismo e rassegnazione, condito da una buona dose di quel menefreghismo che accompagna gli stadi più avanzati della fatica, sono l’unica soluzione. Non so bene dove sono, e ormai non me ne frega neanche. So che devo andare avanti e il corpo esegue come un automa. Quanto manca? Cento passi o mille ha forse importanza? Guardo le punte dei ramponi, libero la mente e vado avanti. Con le gambe pieni di acido lattico, svuotate di ogni energia, ogni cedimento della neve sotto il mio peso è come una coltellata. Vaffanculo Steve. Vaffanculo a te, e a tutte le tue cazzate sulla consapevolezza. Vaffanculo a te, e alla fatica. La realtà è che fa solo male.

Durante una vaga schiarita sento Stefano e Saverio chiamarmi, mi volto e li vedo indicare la linea di cresta che li sovrasta: forcella Tedesca è sopra di loro, nello sconforto l’avevo superata di una ventina di metri senza accorgermene!

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Le luci di Sella, incassate tra i ripidi pendii che coronano la Raccolana, si fanno sempre più vicine. La neve appena battuta delle piste è ancora morbida e si lascia scalfire facilmente dagli scarponi in una quasi piacevole corsetta verso la fine del viaggio. Sopra di noi le nuvole hanno ceduto il posto alla volta celeste, interrotta dinanzi a noi dalla bastionata del Montasio. Guardando tutto questo, respirando l’aria fredda, sentendo le gambe pesanti andare ancora avanti, lascio scivolare via la gabbia in cui mi ero rinchiuso e finalmente mi sento libero. Nella perfetta bellezza del momento, oltre la fatica e il freddo, oltre la monotonia della quotidianità e le incertezze del futuro trovo il mio punto fisso, assaporo la profondità di quanto vissuto e, finalmente, sento di essere davvero tornato a casa. Forse non avevi tutti i torti, Steve. In fondo proprio queste 12 ore sono il motivo di questa percezione più acuta delle cose, di questa visione d’insieme più nitida. Eppure tutto ciò dura un attimo, e improvviso come è arrivato scompare. “Qualcosa m’hanno detto la sera e la montagna, ma l’ho perduto.” scrisse Jorge Luis Borges.

Alla discesa seguirà un ritorno, e poi  un altro ancora, per provare a ritrovare quanto perduto, alla continua ricerca di qualcosa che forse non esiste, se non per un breve istante nella mente di un trapezista in equilibrio precario sulla cresta di una montagna.

sella nevea mountain experience

io ride

20-21-22 marzo si terrà la terza edizione del Sella Nevea mountan experience. Un fine settimana di freeride, sicurezza sulla neve, notti in igloo e molto altro. Trovate le informazione al link qui sotto:

http://www.marcomilanese.com/#!eventi-news-offerte/c1pz

A presto!

Marco

Montasio in veste invernale

in tre nel canale findenegg. Montasio

A voi le impressioni di questa bella gita del nostro maestro di sci preferito!

Viste le condizioni della neve poco favorevoli allo scialpinismo ed al freeride, il mountain experience si è dato all’alpinismo invernale! Marco Milanese, la Guida Alpina del Sella Nevea Mountain Experience ha proposto una meta impegnativa; lo Jof di Montasio. Salendo per il canale Findenegg e scendendo per la scala Pipan ( la normale). Un bellissimo giro con vista sulla Val Dogna e la Val Saisera. Arrivati in cima si dominano i piani del Montasio e l’occhio può spaziare su tre paesi diversi ITALIA, SLOVENIA e AUSTRIA. E stata una bella avventura con ottima compagnia e spirito.

Grande Livio e complimenti a Saverio e Nicola per questa circumnavigazione di una montagna simbolo del Friuli.

TRE STORIE….. di sci, di neve e di quella strana, insolita grazia VOL II

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Eccezionale salita al Mangart d’inverno.

Di Saverio D’eredità

“Niente come la neve ci riporta la cifra delle stagioni, del tempo che passa, il senso di un ritmo profondo. Porta la grazia sopra ogni cosa e ciò che era brutto e triste, o semplicemente grigio, si riscatta.”

VOL II . Una questione di passi

Un piccolo morso al polpaccio arresta i miei passi, avvertendomi che dopo 1700 metri di dislivello a ritmo tambureggiante è lecito andare fuori giri. Mi fermo, lasciando passare avanti i compagni ben contenti di poter andare a riempire di orme la cima ancora intatta. La cosa non mi spiace, perché dopo un po’di ore posso tirare il fiato e guardarmi indietro.

Il sole invade la conca di Fusine erodendo la scorza dell’inverno, aprendo una prima breccia sulla superficie gelata del lago a liberarla da mesi di prigionia bianca.  Ci vorrà ancora un po’prima che venga sgomberare la neve dalla croce di vetta, che emerge superstite quale relitto di un mondo passato. E anche noi ci aggiriamo sulla cupola del Mangart come i primi uomini sbarcati nel mondo nuovo. Seduto sulle tavole degli sci, ammiro l’opera dell’inverno che appare come svelata in questa giornata tersa. Adoro l’inverno perché esso sovrasta ogni cosa, colmandola, sommergendola, livellandola. Come una marea lenta ed inesorabile ricopre tutto, smorza le asperità, plasma le forme. Niente come la neve ci riporta la cifra delle stagioni, del tempo che passa, il senso di un ritmo profondo. Porta la grazia sopra ogni cosa e ciò che era brutto e triste, o semplicemente grigio, si riscatta. Come queste giornate infinite, in cui la montagna ti entra dentro come un fiume in piena.

Mangart_via nord

Sono forse queste le scialpinistiche da cui traggo più soddisfazione. Quando l’idea nasce fulminea come un’intuizione e ti rode lentamente come un tarlo. Allora si iniziano a studiare i bollettini anche in lingue sconosciute, si fanno tarature di isobare e temperature, ragionando su esposizioni e stratigrafie, effettuando ricognizioni non dichiarate e comparazioni tra itinerari simili. Più che sci alpinisti ci si sente generali alle grandi manovre, oppure giocatori d’azzardo. Per dei dilettanti come noi, del resto, tentare un Mangart fuori stagione è proprio una scommessa. Ma è da qui che nasce la soddisfazione. Sentire la concentrazione crescere già dalla sera prima, soppesare i materiali, quindi uscire in albe altrimenti riservate agli animali, i panettieri e i turnisti.

Riguardo indietro i nostri passi. Perché in fondo lo scialpinsimo è una questione di passi. I primi pesanti passi del mattino, lo sguardo rivolto a cime, forcelle, pendii che sembrano appartenere da altri continenti, sentirsi terribilmente stupidi e masochisti nel voler passare ore dentro delle scatole di plastica trascinando gli sci ai piedi. Litigare con i rami di un bosco e compiere acrobazie nel passare letti di torrenti, solo per non togliere gli sci, quasi fosse un disonore. Quindi uscire in spazi aperti, dove larici affogati boccheggiano nella neve. E poi ancora canaloni, creste, cornici, traversi, ognuno una sua storia privata e segreta, ognuno una trattativa tra gli attriti, la gravità e il desiderio. Tutto per due curve disegnate su una tavola bianca.

mangart

Abbiamo solcato vasti deserti di neve portandoci nel cono d’ombra della cupola del Mangart e seguendone la linea più diretta quasi senza dire niente siamo arrivati sulla cima. Anche per oggi i miei sci ormai segnati da ferite insanabili hanno avuto il privilegio di toccare la vetta sulle mie spalle, ma non l’onore di potersi posare sulla neve e iniziare la discesa dalla cima. Anche per oggi mi accontenterò di ciò che ho avuto perché mai come in questi casi è la montagna a lasciare gli spazi aperti e tocca a noi saperli scegliere. Anche per oggi della rinuncia farò una forma di saggezza. Del resto non è la prestazione, il pezzo forte dell’inverno. Rifaremo quindi al contrario la procedura fin qui seguita, la procedura dei passi misurati e cadenzati, uno dopo l’altro marcheremo le nostre impronte a ritroso su quel lenzuolo bianco steso nel cielo di Fusine. Passato anche l’ultimo ostacolo mi decido a rompere gli indugi e mettere gli sci ai piedi. Una prima curva rigida, una seconda malfatta, ed una terza finalmente padrona del pendio mi portano a gran velocità fuori dal cono d’ombra e con una piccola soddisfazione. E nello scivolare sul fondo del torrente che prepara il disgelo sembra quasi che ogni ferita venga sanata, mentre le scie delle nostre curve ricoprono ancora una volta i nostri passi, rendendoli invisibili.

THE BIG ONE

relazione via con gradi

Fuoco dentro, ghiaccio fuori.. a Luca.

E’ tutta la stagione che ad est il ghiaccio non è praticamente mai esistito, ho fatto una sola cascata in tutta la stagione, facendo 850 chilometri in giornata.  Ormai non ci pensavo quasi più anche perché a causa di un polso dolorante non scalo praticamente da 4 mesi.

Martedì assieme all’amico e collega Guido Candolini risaliamo con gli sci la val Spragna, il farwest dell’est, nel cuore delle alpi Giulie. Stiamo andando a fare un rilievo nivologico per l’ufficio regionale, il quale poi redigerà il bollettino per tutti i cari scialpinisti e freeriders. L’attenzione però cade su una linea evidentissima, cattura entrambi e lungo tutta la salita non riusciamo a staccargli  gli occhi di dosso. Neve, misto, neve, misto ancora, roccia e per finire, ghiaccio, tutto al posto giusto, in una sequenza perfetta, nella grande parete Nord Est del Montasio

Non ho dubbi, devo salirla il più presto possibile per due ragioni, la prima è che ormai inizia a scaldare troppo, e la seconda è che mi sta crescendo una motivazione totale.

Sono pervaso da un fuoco alimentato dall’alto, il mio maestro so che mi guarda dall’ azzurro del cielo, sono sicuro sia orgoglioso di me. Luca Vuerich mi ha insegnato questo stile di ascensione ed ora è il momento di metterlo in pratica nel migliore dei modi.

Carlo e Alex sono della partita, due giorni dopo, alle 5 di mattina, siamo già con gli sci ai piedi, schiacciati dagli zaini, ritorneremo alla macchina più di 15 ore dopo, sfiniti.

Dopo due ore e mezza di avvicinamento nell’ambiente magico e solitario dell’Alta Spragna, alla base della prima sezione della parete, ci cambiamo e prepariamo il materiale per l’ascensione. Dopo uno scivolo di neve e qualche passettino di misto, faccio sosta come posso, pronto per partire per il primo vero tiro. Un bel passo di M6 a parecchi metri da un nut mi fa pensare un pochino, ma sono totalmente focalizzato, passo via veloce. Il tiro dopo uguale. Carlo passa in testa e usciamo facile sulla cengia mediana, la scalata è stata divertente, il morale è alto, ma lassù si vede un mostro, un mostro di ghiaccio.

Arriviamo sulla verticale della cascata e ci riposiamo un pochino, acqua e nutella riportano energie. Alex parte per un tiro prevalentemente di neve e con un passo di misto siamo alla base della parte verticale.

Il ghiaccio che troviamo appoggiato alla parete è troppo poco per poterlo salire, il caldo lo stacca dalla roccia troppo facilmente. Proviamo a forzare la linea salendo a destra su un diedro di roccia marcia. Alex arriva alla fine di questo ma mentre affronta un delicatissimo traverso perde una picca. Provo io e con qualche acrobazia che ricorderò a lungo passo il traverso e raggiungo il ghiaccio “buono”.

I due tiri successivi mi spappolano le braccia e segnano la mente. Vedo il nevaio sommitale, è finita, dobbiamo assolutamente tornare da Alex, le pareti a sud continuano a tuonare per le grandi scariche, il clima è tenebroso.

La discesa su doppie precarie ci fa tenere ancora il cervello acceso, siamo in alpi Giulie, io e Alex sappiamo bene come funzione da queste parti, Carlo per sua sfortuna lo deve imparare sul campo. La roccia è quello che è, ci si deve accontentare di chiodi diciamo… freestyle.

Sono le 18.30 comincia a fare buio di nuovo e la luna fa capolino regalandoci colori argentei che riempiono l’animo. Un ringraziamento della montagna che ci saluta, offrendoci una sciata su un raggio lunare che proviene dalla forcella della Lavinal dell’Orso. Sento la montagna, sento l’energia che sprigiona, sento la sua forza ineguagliabile, sembra che oggi abbia apprezzato farsi accarezzare da piccoli uomini.

Questa salita è dedicata al “ big one”, a Luca Vuerich, un drago in parete, una persona speciale. Il mio Maestro, colui che mi prese sotto la sua ala e mi mostrò il mondo dell’alpinismo nella sua veste più severa. E’ stato per me fonte di grande ispirazione, anche come persona, non solo come alpinista. Cieli blu Luca, sei stato sempre con noi durante questa salita, un abbraccio.

Marco ” rasta” Milanese

RELAZIONE:

 Accesso stradale

Dallo svincolo Valbruna-Tarvisio dell’autostrada A23 raggiungere l’abitato di Valbruna e proseguire risalendo tutta la Val Saisera fino ai parcheggi nei pressi della Malga Saisera e delle piste di fondo.

Avvicinamento
Percorrere le piste di fondo fino alla testata della valle, sotto le grandi pareti del Montasio, dove le piste da fondo riportano verso valle. Ricalcando il percorso del sentiero estivo n. 616, i cui segnavia sono visibili sugli alberi, ci si addentra nella Bassa Spragna lungo il fianco orografico sinistro della valle, prima in un bosco di faggi e poi nella boscaglia. Continuare lungo la valle prendendo un canale alla destra orograzica del Biv. Mazzeni. Arrivati nel grande anfiteatro dirigersi a nord verso l’evidente parete del Buinz. 2.30 h

VIA

L1+L2: Neve e piccoli passaggi di misto

L3: M6, attacco alla sinistra del canale incastonato nella parete, ma dopo 15 metri immettersi nel suddetto canale. Abbiamo seguito questa linea perché l’entrata del canale presentava un muro di neve

L3: M6, seguire l’evidente canalino tenendo la destra fino ad uscire su neve

L4: Neve e piccoli passaggi di misto

L5: Neve

L6: M4, prevalentemente neve con un passaggio di misto

L7: M7 seguire un dietro fessura alla destra della colata di ghiaccio ( che si presentava troppo precaria), alla fine del diedro traversare a sinistra (1 chiodo) per ritornare sul ghiaccio più consistente

L8: WI5+ Ghiaccio precario all’interno di un diedro

L9: WI5+ Colonna di ghiaccio a tratti verticale

L10: Neve fino in cima

Discesa:

calate lunga la via su abalakov e chiodi.

Materiale lasciato:

7 chiodi, un nut

 

COME IL PANE O LA POESIA

Diedro Cozzolino, alpi giulie rifugio zacchi

 Una grande classica friulana raccontata da Saverio… godetevela.

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.

D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi che e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano.

Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi.

Siamo arrivati qua nel cuore antico dell’estate, nel punto più lontano dalle promesse e più vicino ai rimpianti. Aspettavamo da tempo questa salita, l’alchimia segreta che fa coincidere barometri, umori e motivazioni. Perché salite come queste sono come il pane o la poesia.

Diedro Cozzolino, alpi giulie rifugio zacchi

C’è da dire anche che siamo arrivati rifugio troppo presto per non superare le dose consentite di allegria. Quattro birre prima di cena sono il frutto di un calcolo errato dei tempi. Due grappe dopo una colpevole perseverazione. Abbiamo guardato il diedro dai riflessi del boccale come fosse la prima volta, eppure sentivamo che questa via, da qualche parte, c’era sempre stata.

C’era nella polvere dell’inverno, nelle braccia stanche delle prime falesie, nei giorni di noia e frustrazione passati a sognare ad  occhi aperti. E in tutte le vie, le rinunce e le speranze di questi anni,  in tutte le volte che l’abbiamo visto da lontano, da qualche rientro in auto o dalle cime circostanti e senza dire niente, al più sospirando, l’abbiamo salutato aggiungendo ancora una volta promesse a promesse.

Per poi scoprire, arrivando qui, che in fondo non è un azzardo, ma qualcosa di naturale, di ovvio persino, di cui non potevamo fare a meno. Come il pane o la poesia.

Ci siamo quindi alzati nel ventre della notte attraversando una terra non nostra, vincendo la gravità dei pensieri. I nostri passi hanno spezzato equilibri invisibili, facendosi largo tra tele di ragni appena tese e  carovane di formiche. Un’alba figlia di regione lontane ci ha sorpreso come intrusi ai piedi della muta sfinge del Piccolo Mangart. Solo una breve occhiata con Andrea prima di partire, stranamente senza traccia di ansia, ma solo voglia di salire, toccare queste pietre, cominciare. Semmai un dolcissimo senso di nostalgia, di quella che ti coglie quando sei troppo vicino a cose troppo lungo sognate.

Piccolo Mangart Diedro Cozzolino, alpi giulie rifugio zacchi

Da subito ci abituiamo a questa arrampicata ora faticosa ora delicata, fatta di spinte e opposizioni come a voler contrastare la forza schiacciante delle due facce del diedro. Le sue pietre lisce e candide mi hanno riportato ai pomeriggi solitari sui massi del fiume. Forse non è stato tempo perso.

Siamo passati attraverso il diedro e il diedro è passato attraverso noi, svuotandoci, erodendo come un mare lento ogni briciolo di energia. Perché siamo andati al cuore di proposito, proprio al centro del desiderio dove il rumore di fondo dei pensieri si allontana, prosciugando i dubbi e le incertezze.

Siamo passati tiro su tiro quasi senza far rumore, attratti da un magnete invisibile e metro su metro abbiamo ripercorso le tappe di un pellegrinaggio. Il cuore palpitante di Lomasti che affronta da solo la spaccata, la commovente sosta di Casarotto, un cordino nero penzoloni fuori dal diedro a testimoniare la tenacia di uomo solo nel gelo. Forse anche loro cercavano di spegnere un rumore di fondo.

Che silenzio che c’è qua. Procedo piano, sono gli ultimi metri. Rotolano dei sassetti, gli sloveni avanti a noi sono scomparsi da tempo. Siamo soli su questa parete immensa e questa luce rosata non lascia spazio ad ulteriori dubbi. Il bivacco sarà una logica conseguenza, ma in fondo va bene così.  Forse avevo solo paura di sapere cosa sarebbe stato dopo. Di scoprire che non mi sarebbe piaciuto o che sarei stato troppo stanco per essere felice. Paura di non voler arrivare alla fine del viaggio.

uscita in cengia Diedro Cozzolino, alpi giulie rifugio zacchi

Vedo Andrea stagliarsi contro un cielo rosso e blu e il corno del Jalovec giunge a salutarci. Sorrido pensando che siamo partiti da lì, anche se non la sapevamo ancora. E allora forse è vero, il viaggio non è finito. Avremo ancora bisogno di questi sogni ed altrettante promesse. Come il pane o la poesia.