sella nevea mountain experience

io ride

20-21-22 marzo si terrà la terza edizione del Sella Nevea mountan experience. Un fine settimana di freeride, sicurezza sulla neve, notti in igloo e molto altro. Trovate le informazione al link qui sotto:

http://www.marcomilanese.com/#!eventi-news-offerte/c1pz

A presto!

Marco

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la classica sciata di Luglio

DCIM100GOPRO

 

Sabato 12 luglio 2014, decidiamo di farci una sciatina a Sella Nevea….boh…. Ormai siamo abituati a non capire più il normale trascorrere delle stagioni, ma quando esci di casa (pensando alla spiaggia) con un bel caldo e vai in cantina in infradito a prendere gli sci, senti che c’è qualcosa che non ti torna. Nonostante questo, lo trovi estraneamente divertente!

Carichiamo sci, scarponi e dato che ci sono mi porto anche la vela per fare un pochino di speedride. L’ARVA lo porto per dovere ma so che sarà totalmente inutile.

Lo spettacolo inusuale che ci si prospetta al Gilberti e ricco di bianco sporco, la neve sembra una distesa di catene montuose in miniatura. Questo a causa delle scioglimento irregolare della neve dovuto alle impurità presenti sopra di essa come sassi e terra. La sciata è sicuramente meglio delle aspettative.

Una giornata decisamente diversa, ovviamente in ottima compagnia!!

INFO per chi volesse andare a sciare:

– l’impianto di risalita è aperto ogni giorno

– la neve non è male, sono presenti ancora molti metri in Prevala e in Ursic

– si riesce anche a salire sul Canin, presnti solo brevissimi tratti di neve lungo la ferrata (ATTENZIONE)

– pericoli valanga inesistenti

AMORE A PRIMA VISTA

focella mosè

Innoltrarsi in val Spragna diciamo che non è proprio come andare in Dolomiti, una valle isolata, che soprattutto d’inverno, riserva grandi giornate per tutti.

Il racconto di un amore alpino di Nicola Narduzzi.

Arranco sulla neve in mezzo alla nebbia che avvolge la Spragna. Sono sudato, gli scarponi mi fanno stranamente male e le gambe non rispondono. Un pensiero attraversa la mente e mi viene da sorridere. Un deja-vù.

Otto anni fa, in una giornata di metà estate, arrancavo ugualmente sudato e stanco in mezzo alla nebbia proprio in questa valle. Volevo percorrere il sentiero Chersi, raggiungere forcella Nabois e scendere verso il Rifugio Pellarini. Il mio entusiasmo si scontrò con il meteo e mi dovetti accontentare di raggiungere il bivacco Mazzeni, posto sullo zoccolo roccioso che separa l’Alta Spragna dalla Bassa. Durante la pausa ristoratrice al Bivacco le nebbie si aprirono un momento e fu allora che la vidi: una sottile linea bianca inforrata tra vertiginose pareti ad indicare la via verso un’alta forcella. Allora non lo sapevo ma avevo appena visto il canale nord di Forcella Mosè. Un fulmine a ciel sereno. Più che desiderio provai timore: ero ancora alle prime armi in montagna e quel canale avvolto dalle nebbie aveva un aspetto “himalayano” nella mia mente. Tornato a casa cercai informazioni sulla eventuale percorribilità di quella linea e, per una volta, la realtà superò l’immaginazione: non solo si poteva percorrere, ma addirittura scendere con gli sci!!!

focella mosè

Con il tempo e l’esperienza mi accorsi che le Giulie offrono canali più prestigiosi a chi ne abbia le capacità, ma il ricordo di quella visione non mi abbandonò. Ogni volta che si presentava l’occasione cercavo quella linea dalle cime circostanti, come a ricordarle che ancora la pensavo, che non era ancora il suo momento ma non mi ero dimenticato di lei.

Finalmente tre anni fa mi decisi a imparare la nobile arte dello scialpinismo, o almeno provarci. Di certo i “nuovi” Yeti anni novanta che avevo ai piedi non aiutavano tanto la mia già carente tecnica sciistica. Nonostante tutto un nuovo mondo si era spalancato davanti a me: la montagna in inverno. Non più solo pareti, creste e passagi chiave ma anche pendii, canali, forcelle. Il pensiero tornò a quella linea bianca che mi aspettava negli angoli remoti della Spragna. Spesso davanti all’immancabile birra di fine gita cercavo di far cadere lì il discorso: “Ma quanto è ripido? Quanto è stretto?” “Eh serve la neve giusta.. Macina un bel po’ di gite prima.. Vedi di migliorare la sciata..” Tra una caduta e l’altra mi chiedevo se e quando avrei avuto la capacità di provare la “mia” Mosè.

Arriva infine il 2014 dell’abbondanza e del caldo. Nonostante il tempo inclemente la stagione scialpinistica ingrana e senza accorgermene mi ritrovo perso in un vortice di neve fresca, curve e pelli di foca. Complice un nuovo paio di sci non perdo occasione di lanciarmi giù per qualche pendio e provare, provare, provare, cadere, rialzarmi e riprovare. Ad ogni gita, assieme al dislivello percorso, aumenta la confidenza e la voglia di qualcosa di più. Un tarlo inizia a rodermi in testa: forse, chissà, che sia arrivato il momento? Un paio di gite a dir poco perfette fugano ogni dubbio: voglio provare, posso provare, provo. Il momento è arrivato!

Attaccare gli scarponi agli sci e sentire le pelli che scivolano sulla neve della Val Saisera ha un sapore speciale oggi. L’emozione è tanta e le gambe cercano di starle dietro. Dopo anni di salite ormai riesco a dormire bene indipendentemente da quello che si farà il giorno dopo, ma oggi non è così, ho passato una notte irrequieta e lo sento. Le nuvole vanno e vengono, ci avvolgono, scompaiono, si rincorrono. Inizia un viaggio psichedelico, i pensieri si accavallano. Fa caldo, o è solo una mia impressione? La neve è molla, non ha ghiacciato stanotte. Meglio così che ghiacciata no? Si però cavolo che fatica. Eh lo sapevo che dovevo andare a dormire prima, magari anche andare a correre qualche volta. La visibilità è sempre poca. Tanto meglio, così non mi preoccuperò guardando dall’alto il canale.

Questo dialogo interiore si dissolve assieme alle ultime nebbie. Alle nostre spalle compaiono il Buinz, il temibile Huda e il Montasio. Davanti a noi la linea. Questa visione mi scuote nel profondo, trovo la carica giusta, aumento il passo e via verso la meta. Quando finalmente metto piede in forcella vengo accolto da una folata di vento freddo. “è davvero un momento importante per me” dico a Luca, anche se in realtà non provo assolutamente niente, la mente pensa ad altro. Il pensiero si concentra sulla discesa. Soffia un vento gelido, il sole è coperto da delle velature e per questo la pausa sarà breve. Il tempo di sistemare le pelli, bere un thè caldo, cercare di riposare le gambe e poi di nuovo sci ai piedi.

Mi avvicino al bordo del canale e guardo giù. Il cuore accellera i battiti: timore, preoccupazione, eccitazione. Un respiro profondo e si parte, nel cuore di quella linea che tanto mi impressionò otto anni fa. La neve è piuttosto dura all’imbocco del canale, speravo di meglio. Qualche derapage, qualche curva saltata, una scivolata interrotta sul nascere e il tratto più ripido è di nuovo sopra di noi. Pochi intensi minuti e una cosa a lungo sognata si realizza. Guardo in alto la forcella: era questo il momento che aspettavo, il cerchio si è chiuso. È tempo di allungare le curve, godersi la neve e l’ambiente che ci circonda mentre scivoliamo giù, verso il sole. In basso mi volto e do un’ultimo sguardo al canale, così uguale ma anche così diverso.

Di certo non una sciata memorabile, ma in fondo i sogni non si possono ridurre in qualità della neve, pendenze o gradi. È una questione intima quella che alle volte ci lega ad una linea: una luce, un’immagine, una sensazione. L’ho osservata, desiderata, sognata ed infine percorsa. Una grande storia d’amore.

TRE STORIE….. di sci, di neve e di quella strana, insolita grazia VOL III

 

Spik

3. Inconsapevolmente

di Saverio D’eredità

Inconsapevolmente. Abbiamo rimesso gli sci sulle spalle, tendendo le mani ai rami appiccicosi dei mughi come braccia di amici lontani, rivisti dopo passati remoti. Accarezzato le rocce, rinnovando ancora una volta promesse per la stagione. Un narciso, emerso da un’isola nella neve sotto un grande faggio, è un punto esclamativo nel fitto vociare del bosco. Una risposta pacata, ma decisa: che il grande fiume ha ricominciato a scorrere. Le montagne sembrano andare alla deriva come un pack. Ne sono un avviso i tuoni delle valanghe che ci immobilizzano.

Al diavolo le guide, i percorsi consigliati e le 5 stelle. E anche le foto di copertina, i post e gli status. Troveremo anche la polvere, inattesa, ma non saremo felici per questo. Inconsapevolmente, abbiamo accettato questa fatica, la traccia penosa nella neve molla, le virate incalcolabili, per capire quanto è lecito alzare la soglia del dolore, del non poterne più di trascinare gli sci come palle e catene ai piedi per un fine inspiegabile. Per lasciarci la libertà dell’essere inutili. Inconsapevolmente e solo per quel piacere che si trova nel fiutare la traccia, il passaggio nascosto. Abbiamo seguito le cacche dei camosci, apprezzandole quali inconfutabili segni che la vita resiste e rivendica il suo posto. Abbiamo chiesto scusa a certi rami già affranti dal peso dell’inverno per averne pelato la corteccia. Ci siamo sentiti vivi, ispidi, sudati, distrutti. Tutto per misurare una montagna nella sua interezza, quasi ispettori di un mandante sconosciuto. Un passo avanti e ancora un altro fino a piangere, ridere o comunque qualunque cosa ci facesse sentire inutili e inconsapevoli.

Lo Spik, questa piramide magnetica che avanza come una sentinella dalla regione selvaggia del Martulijek non è una cima per sci di largo consumo. Anzi, qui per metà lo sci è goduria, per metà patimento. Non so ancora perché stiamo salendo questi crinali ruvidi. Ma abbiamo accettato il gioco. Senza farci troppe domande, senza paragoni o ripensamenti. Come bambini ci siamo divertiti nelle curve finali e sono pronto a scommettere che bastino queste a far dimenticare ogni fatica. Ripenso alle parole di Buzzati che una volta scrisse “personalmente non conosco immagine più perfetta, ingenua e spensierata di felicità – la felicità consentita sulla terra – che un mattino di sole limpido… e intorno c’è la pace, e ci si sente gli sci ben sicuri ai piedi, e si sta per lanciarsi in basso: quell’impazienza, quell’insensato appagamento, quel non pensare a nulla, quel sentirsi così bene, quell’illusione, ahimè, di giovinezza; anche se dura un breve istante”.

Perché lo sci, in fondo, è quella cosa che ci farà sentire sempre stupidamente felici ed eternamente bambini.

 

TRE STORIE….. di sci, di neve e di quella strana, insolita grazia VOL II

mangar

Eccezionale salita al Mangart d’inverno.

Di Saverio D’eredità

“Niente come la neve ci riporta la cifra delle stagioni, del tempo che passa, il senso di un ritmo profondo. Porta la grazia sopra ogni cosa e ciò che era brutto e triste, o semplicemente grigio, si riscatta.”

VOL II . Una questione di passi

Un piccolo morso al polpaccio arresta i miei passi, avvertendomi che dopo 1700 metri di dislivello a ritmo tambureggiante è lecito andare fuori giri. Mi fermo, lasciando passare avanti i compagni ben contenti di poter andare a riempire di orme la cima ancora intatta. La cosa non mi spiace, perché dopo un po’di ore posso tirare il fiato e guardarmi indietro.

Il sole invade la conca di Fusine erodendo la scorza dell’inverno, aprendo una prima breccia sulla superficie gelata del lago a liberarla da mesi di prigionia bianca.  Ci vorrà ancora un po’prima che venga sgomberare la neve dalla croce di vetta, che emerge superstite quale relitto di un mondo passato. E anche noi ci aggiriamo sulla cupola del Mangart come i primi uomini sbarcati nel mondo nuovo. Seduto sulle tavole degli sci, ammiro l’opera dell’inverno che appare come svelata in questa giornata tersa. Adoro l’inverno perché esso sovrasta ogni cosa, colmandola, sommergendola, livellandola. Come una marea lenta ed inesorabile ricopre tutto, smorza le asperità, plasma le forme. Niente come la neve ci riporta la cifra delle stagioni, del tempo che passa, il senso di un ritmo profondo. Porta la grazia sopra ogni cosa e ciò che era brutto e triste, o semplicemente grigio, si riscatta. Come queste giornate infinite, in cui la montagna ti entra dentro come un fiume in piena.

Mangart_via nord

Sono forse queste le scialpinistiche da cui traggo più soddisfazione. Quando l’idea nasce fulminea come un’intuizione e ti rode lentamente come un tarlo. Allora si iniziano a studiare i bollettini anche in lingue sconosciute, si fanno tarature di isobare e temperature, ragionando su esposizioni e stratigrafie, effettuando ricognizioni non dichiarate e comparazioni tra itinerari simili. Più che sci alpinisti ci si sente generali alle grandi manovre, oppure giocatori d’azzardo. Per dei dilettanti come noi, del resto, tentare un Mangart fuori stagione è proprio una scommessa. Ma è da qui che nasce la soddisfazione. Sentire la concentrazione crescere già dalla sera prima, soppesare i materiali, quindi uscire in albe altrimenti riservate agli animali, i panettieri e i turnisti.

Riguardo indietro i nostri passi. Perché in fondo lo scialpinsimo è una questione di passi. I primi pesanti passi del mattino, lo sguardo rivolto a cime, forcelle, pendii che sembrano appartenere da altri continenti, sentirsi terribilmente stupidi e masochisti nel voler passare ore dentro delle scatole di plastica trascinando gli sci ai piedi. Litigare con i rami di un bosco e compiere acrobazie nel passare letti di torrenti, solo per non togliere gli sci, quasi fosse un disonore. Quindi uscire in spazi aperti, dove larici affogati boccheggiano nella neve. E poi ancora canaloni, creste, cornici, traversi, ognuno una sua storia privata e segreta, ognuno una trattativa tra gli attriti, la gravità e il desiderio. Tutto per due curve disegnate su una tavola bianca.

mangart

Abbiamo solcato vasti deserti di neve portandoci nel cono d’ombra della cupola del Mangart e seguendone la linea più diretta quasi senza dire niente siamo arrivati sulla cima. Anche per oggi i miei sci ormai segnati da ferite insanabili hanno avuto il privilegio di toccare la vetta sulle mie spalle, ma non l’onore di potersi posare sulla neve e iniziare la discesa dalla cima. Anche per oggi mi accontenterò di ciò che ho avuto perché mai come in questi casi è la montagna a lasciare gli spazi aperti e tocca a noi saperli scegliere. Anche per oggi della rinuncia farò una forma di saggezza. Del resto non è la prestazione, il pezzo forte dell’inverno. Rifaremo quindi al contrario la procedura fin qui seguita, la procedura dei passi misurati e cadenzati, uno dopo l’altro marcheremo le nostre impronte a ritroso su quel lenzuolo bianco steso nel cielo di Fusine. Passato anche l’ultimo ostacolo mi decido a rompere gli indugi e mettere gli sci ai piedi. Una prima curva rigida, una seconda malfatta, ed una terza finalmente padrona del pendio mi portano a gran velocità fuori dal cono d’ombra e con una piccola soddisfazione. E nello scivolare sul fondo del torrente che prepara il disgelo sembra quasi che ogni ferita venga sanata, mentre le scie delle nostre curve ricoprono ancora una volta i nostri passi, rendendoli invisibili.

TRE STORIE….. di sci, di neve e di quella strana, insolita grazia VOL I

canalone del siera

Una meravigliosa e classicissima storia che molti ameranno. La storia di una rivincita. Dedicato a tutte le persone che vogliono e cercano costantemente di migliorarsi.

di Saverio D’eredità

VOL I . Del cadere. E del rialzarsi.

“E tu? E tu da dove vieni?”

Lo sguardo del maestro, mascherato dagli occhiali a specchio, era puntato proprio su di me. Anche se io in quel momento non stavo perfettamente seguendo le indicazioni su come impostare la curva a sci paralleli. Il mio sguardo, invece, era rapito da quel cupo canalone incassato tra le pareti del Siera, del quale non vedevo lo sbocco ma ne immaginavo avventurose strettoie, linee fragili, sfuriare di venti.

“Sì, parlo proprio a te, con quel piumino verde!”

In effetti l’abbigliamento non deponeva a mio favore. Salopette rossa in acrilico con rinforzi in gommapiuma anni ’70 tipo Piero Gros, stratificazioni varie dalla maglia di lana alla camicia di flanella infine un fiammante piumino verde acido che faceva tanto omino Michelin e molto poco sciatore provetto. Unico tocco alla moda del tempo, un cappellino con visiera in pile della Invicta dai toni fluo sgargianti – questo sì davvero anni ’90!

Si dice che l’abito non fa il monaco, ma nello sci forse sì. Quella “mise” molto poco trendy condizionava senz’altro le mie prestazioni, rendendole goffe e poco convincenti. A questo si aggiunga il fatto che – oggettivamente – il mio grado di apprendimento risultava piuttosto lento e farraginoso.

Cadere e rialzarsi. Per me lo sci non ha voluto dire altro, in quella prima settimana bianca. Non riuscivo proprio a capire come poter assumere una posizione stabile con quegli stretti e lunghi assi ai piedi, imprigionati in scatole di plastica rigide che non consentivano altri movimenti se non quelli di un disperato frenare puntellato dai bastoncini. Cadere e rialzarsi.

Molto spesso mi ritrovavo supino ad agitare gli sci in aria come lo scarafaggio di Kafka, imprigionato in un’inutile armatura e consapevole che tutto questo non aveva nulla a che fare con la montagna che immaginavo. Eppure per me lo sci, a 13 anni, era di fatto l’unica possibilità per starci in montagna seppure in una forma distante dal mio ideale di “stelle e tempeste”. La musica tamarra al baracchino della salsiccia, le urla dei bambini, l’irritante agilità ed eleganza dei più bravi. Cadere e rialzarsi. Quelle insopportabili punte degli sci che non facevano che incrociarsi mettendo a repentaglio le mie ginocchia e l’equilibrio.

Non era un caso che apprezzassi infatti molto di più i brevi periodi in seggiovia, quando – immancabilmente solo – potevo osservare i profili delle montagne da prospettive inedite.

“Quindi? Parlo con te !o sei sordo anche?”

Sì, parlava con me, ma come facevo a capirlo dietro quegli occhiali a specchio e il sorrisetto ironico nascosto dal baffone? Gli altri ragazzi, in fila, mi osservavano ridacchiando. Non ho mai avuto fortuna nei gruppi. Temo fosse colpa della tuta da sci. Per sfuggire ai commenti maligni di chi osservava le mie discese cercavo di mettermi in mezzo alla fila in modo che nessuno potesse notarmi più di tanto. Ad ogni esercizio infatti corrispondeva una caduta o ben che potesse andare una sonora culata per terra prontamente ripresa a prezzo di sforzi di braccia sovrumani. Sempre la stessa scena. Corpo indietro, culo basso, ginocchia rigide, punte che si incrociano. Cadere e rialzarsi.

Giorni sempre uguali, lo stesso sole, la stessa neve sciolta. Le casette di Cima Sappada piccole e lontane, separate da un calvario di lividi, goffaggini assortite e quella insopportabile sensazione di rigidità da burattino. Ginocchia tese e culo basso.

“Io? In che senso?” – il baffone se la ride dietro gli occhiali a specchio e i compagni di corso a ruota (gregge senza dignità!). “Sto dicendo, dove sei nato te?” Eccolo, il trabocchetto. Sono stato smascherato. 24 mesi non sono bastati a camuffare il mio accento. Forse è colpa anche del piumino verde acido.

“Io…bè abito a Udine…” – balbetto – “però sono di Palermo”.

Ecco, ho fatto outing. Non poteva durare per tutta la settimana bianca, il trucco. Ebbene sì sono l’usurpatore di nevi alpine, un nativo del 38° parallelo che si permette di assaggiare la purissima neve sappadina.

“E cosa ci fa un palermitano sulla neve?” La risata del baffone è sonora ed irritante. Quella del gregge anche. La mia posizione sociale tracolla.

Del resto, ai tempi, bisognava guadagnarsi la pagnotta a suon di sorrisi assecondando anche le peggiori battute. Ma se avessi imparato a sciare, bè quello sì che sarebbe stato un bel riscatto. Sì, anche un palermitano può imparare a stare su la neve. E non quella granita sporca che da bambino mi portarono a toccare ad un incrocio stradale sulle colline stranamente imbiancate attorno a Palermo. Ma se era la neve l’oggetto del desiderio, ebbene, sarebbe stata quella l’arma per affrancarsi!

E quindi un giorno per miracolo eccola, la neve. Giorno di bufera, di alberi cristallizzati e mucchietti a bordo pista. Immediatamente la fantasia adolescenziale si popolò di immagini di lotte nella tormenta, la situazione più alpinisticamente tipica. Mi sentivo bene quel giorno. Tutti bravi ad impostare la curva sci paralleli sulle piste tirate a biliardo. Ma è quando il gioco si fa duro che si tirano le somme. E quindi tutti a lamentarsi che non si vede niente, che la neve bagna, che è pesante e che non si curva. Pivelli, penso tra me. Un Bonatti sarebbe stato a batter traccia a quest’ora, altro che!

La solita scena della fila indiana a scalare. Stavolta ho fatto male i conti e son rimasto ultimo, a monte. Tutti potranno vedere dunque la maldestra esibizione. Curva a sci paralleli. Il baffone alza il bastoncino, mi muovo lentissimo, poi un briciolo di velocità e – senza accorgermene – voilà ecco fatta una perfetta curva a sci paralleli. Penso sia un caso, trattengo l’euforia e già pronto alla sconfitta, ne imposto un’altra ma il numero si ripete. Le imbrocco tutte fino a planare in mezzo alla fila indiana, a pochi metri dagli occhiali a specchio del baffone. Forse punto nell’orgoglio non mi fa un complimento diretto, ma si rivolge al gregge. “Ecco, avete visto? Dai, riproviamo!” Sono confuso e disorientato. Il miracolo si è compiuto. Guardo in alto il canalone inghiottito dalla nebbia. Forse un giorno scenderò anche di là.

Sarebbero passati vent’anni ed in ognuno di questi, passando con l’auto da Cima Sappada avrei abbassato lo sguardo ad indagare il canalone, promettendo a ciascuno dei miei compagni e più spesso a me stesso che avremmo fatto anche quello. Fino a quest’anno quando usciti dal tunnel di 2 mesi di nevicate e nel sole di marzo l’auto si ferma finalmente sotto la direttrice del canalone.

Poche ore dopo sto ansimando nel battere una traccia non condivisa perché i soci sotto hanno saggiamente deciso di lasciarmi andare avanti nell’opera masochista spostandosi in un ramo parallelo meno ripido. Mancano pochi metri, vedo la forcella e sento il vento fischiare. Pochi metri neve al petto e con un’insidiosa placca ventata da traversare. La maledizione invernale della forcella non raggiunta si ripeterà?

Stavolta sono determinato, con delicatezza e seguendone il bordo taglio la placca che valuta il mio peso consono alla sua tenuta. Striscio sulla forcella quasi come un ghepardo. I soci hanno rinunciato a portarsi gli sci e mi stanno raggiungendo a piedi dall’altro ramo. Per una sorta di nemesi, dunque, mi ritrovo solo ad affrontare l’incassato seppur breve imbuto nevoso appena salito e inclinato forse oltre il lecito per me. Ma se la maledizione della forcella è stata sconfitta anche quella reticenza ad osare una discesa ripida dovrà esserlo. Vedo le casette di Sappada finalmente dalla prospettiva agognata. È il momento di prendersi la rivincita sul baffone e il piumino verde. Il preparativo è meticoloso, ma è solo quando abbasso la maschera e batto gli sci sulla neve che sento quella strana sensazione di sicurezza che ti danno le tavole sotto i piedi. Una curva saltata, un derapage prudente, poi la sequenza prende forma e ritmo. La neve è leggera, le vibrazioni sulla frequenza giusta. Riscatto il canalone faticosamente tracciato alternando zucchero su fondo duro a qualche tratto di crosta e altri di valanga. Ma è tutto un preludio al gran finale, dove il canale si espande come la foce di un fiume, atteso da quella volta del baffone. Il sole entra di taglio e sembra illuminare ogni singolo cristallo, scelgo una linea e mi lancio. Trovo il raggio giusto, la neve perfetta, apro le curve e sento allargarsi un infantile sorriso sotto la maschera. Di nuovo quella stupida felicità mi pervade ed una strana, insolita grazia. Plano sulle piste sfiorando la fila indiana di un corso voltato verso di noi.