Base jump tre cime di lavaredo

In montagna ho sempre creduto nella creatività, come modo di rinnovarsi e di scoprire. Questo però a volte comporta l’uscita dagli schemi, soprattuto quelli dell’alpinismo classico, un mondo dove ormai la parola alpinismo ha un suono cosi ” vecchio”. Ebbene credo che la parola “alpinismo” sia un po’ come la sua stessa attività, ovvero una continua evoluzione. Questa evoluzione ogni tanto è capita mentre altre volte è quasi criticata. Le attività che svolgo in montagna sono tra le più particolari, ed è per questo che spesso mi sento una pecora nera sia all’interno della società che in quella dell’alpinismo. Un grazie va ad un amico, il quale penso mi abbia fatto il complimento migliore di sempre, mi ha detto che sono un artista, beh alla fine la creatività è arte, quando decidi una nuova via di arrampicata o una linea di volo, o una linea di highline o un salto di base io sto dipingendo, non per mostrare, ma perchè sento di dovermi esprimere semplicemente così. Tre cime di Lavaredo B.A.S.E

1.15h up..and down, alla fine di novembre in maniche corte!!

thanks to

Intrudair-It Intrudair Skydive and Wingsuits Monvic Rédélé Blud Garmont 

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TRAPEZISTI

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“Quando apri la mente, liberi la tua vita.

Quando liberi i tuoi occhi, eterno è il premio.”

SOAD

Con enorme piacere condivido questo scritto di Nicola Narduzzi su uno degli itinerari più affascinanti delle Alpi Giulie, la cresta integrale del gruppo del Canin in versione invernale. Complimenti a tutti!

Il tempo è trascorso. Lo sento nell’aria, non più gelata da bruciare i polmoni. Lo avverto nel calore dei raggi del sole ormai alto nel cielo. Lo vedo nelle gemme degli alberi, pronte a sbocciare per donare nuova vita e colore dopo il freddo grigiore invernale. Una fitta di tristezza mi accompagna mentre i lampioni illuminano il parabrezza dell’auto, lanciata nell’alternanza di luce e ombra di un’anonima strada di periferia. Come sabbia tra le dita il tempo è passato finché non mi sono ritrovato di nuovo qui, a casa, con la sensazione di aver perso qualcosa. In queste giornate terse del tardo inverno anche le montagne sembrano tristi così, tese in un’inutile attesa della dama bianca. Eppure forse non è nemmeno questo il vero problema, forse il tempo non è l’unica cosa persa. Con la mente imprigionata in una gabbia di svogliatezza e pigrizia vago senza meta nella città del ritorno. Nel senso di solitudine che solo luci e palazzi possono dare, mi rendo conto che nella gelida ombra dell’ovest ho smarrito anche la sorgente dell’incanto, quella fame che dava sapore e il giusto valore ad ogni cosa. Perso in questa palude un messaggio criptico di Saverio mi risveglia un po’: “Tira fuori lo Steve House che c’è in te…” Mi viene da sorridere, ormai sa che è facile attirare la mia attenzione.

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A volte basta davvero poco per essere felici. Un paio di scarponi e bastoncini, le braccia che spingono e le gambe che si muovono, con la neve dura che scricchiola al tuo passaggio. Il mondo ridotto a un piccolo cono di neve illuminato dalla frontale, la sagoma scura di una grande montagna sopra di te e nient’altro. Nessun pensiero, niente a disturbare la perfetta essenzialità del momento. Spengo la frontale e lascio che gli occhi si abituino gradualmente all’oscurità. Pian piano riesco a distinguere l’enorme mole della Baba Grande stagliarsi contro il cielo stellato e la chiara linea del canale da seguire. Pochi minuti dopo mi ribalto armato di zaino e ramponi dentro la botte rossa del bivacco semi sommerso dalla neve, seguito a breve da Stefano e Saverio.

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Il fornelletto a gas fornisce del prezioso calore alla nostra piccola dimora, eppure la porta rimane aperta, la notte è troppo bella per non essere ammirata. Avvolto nel sacco a pelo, cercando di trattenere un po’ di caldo, guardo le luci lontane dei paesi giù in valle e la trama delle stelle che ci sovrasta. Avevo bisogno di tutto questo: sapere di essere gli unici uomini nel raggio di chilometri,  fuori da tutto, sapere che domani sarà una grande giornata e immagazzinare tutta l’energia potenziale necessaria. Penso a domani, penso ai mesi trascorsi che mai mi sono sembrati così lontani e, finalmente sereno, mi addormento.

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I primi raggi del sole nascente che ci accolgono sull’ampio pendio dello Slebe sono la promessa di una giornata limpida. La neve è dura e trasformata, il massimo per salire rapidamente il facile tratto iniziale. Bisogna andare veloci finché la cresta ce lo consente, guadagnare tempo prezioso da spendere nell’affilato tratto che precede il Porton Sotto Canin. Dai pendii resiani del Laska Plagna degli stambecchi ci guardano, probabilmente chiedendosi chi sono questi usurpatori di terreni che non gli competono, prima di impartirci una lezione di sci ripido gettandosi a capofitto lungo la massima pendenza.

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Dopo il Cerni Vogu la cresta si assottiglia. Sotto di noi compaiono salti di rocce verticali, sopra i quali la neve si affila a fare da spartiacque. Una prima calata ci porta sul filo di questa lama di coltello. Da che lato conviene scivolare? A sinistra un salto di trecento metri ci separa dai prati resiani, a destra i ripidi pendii dell’altopiano del Canin, più vicini eppure ancora lontani. Saverio li guarda e cerca di sdrammatizzare: “In fondo magari non è un altezza per la quale si può morire.” Magari anche si, però. Istintivamente le dita si serrano attorno al manico della picozza, e la pianto ancora più saldamente nel pendio. Come trapezisti seguiamo la sottile linea che separa il successo dal disastro, la corda a volte legata in vita, ma più spesso lasciata nello zaino. In fondo la “conserva creativa”, come la chiama Saverio, a volte mi sembra più un conforto psicologico che una reale rete di sicurezza contro gli effetti di una scivolata sgradevole. Una seconda calata ci deposita su un ripido pendio di neve non ancora assestata. Quasi strisciando mi porto su una sella lungo il crinale, ormai solo un breve tratto di misto ci separa dal punto più basso della nostra cavalcata. La tensione cala, ormai manca un breve tratto in piano all’inizio della lunga risalita verso il Canin Basso e Saverio sicuro apre la strada sul filo di cresta. Improvvisamente si ferma, la montagna ci gioca un ultimo scherzo a pochi passi dalla fine delle difficoltà: la cresta si assottiglia, la neve scompare mettendo a nudo una liscia schiena di roccia. Saverio prova a fare un passo ma non se la sente e mi cede il posto. Senza troppa convinzione provo anche io, ma lascio subito stare: la corda ricompare dallo zaino e il fastidio è presto evitato.

Intanto le nuvole che gradualmente si sono alzate dal fondovalle ci hanno avvolto. Il calore dei raggi del sole è solo un ricordo e solamente il movimento garantisce protezione dal freddo. Ormai dispersi nella nebbia fitta non possiamo fare altro che salire, lenti, distrutti, verso quella cima che da qualche parte sopra di noi ci aspetta. Nonostante la scarsa visibilità riesco a riconoscere il posto dove ci troviamo: ero già stato qui due anni fa, in una tersa giornata d’autunno con un freddo sole a baciare le cime imbiancate dalla prima neve. Non era questo il pendio dove esce la via resiana? Cazzo quanto manca allora! Cerco di racimolare la concentrazione necessaria per evitare un errore: sotto di noi so esserci l’infinito scivolo definito dagli scialpinisti la “white magic line” del Canin, anche se al momento possiamo solo intuirla.

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Guardo il pendio che scompare nella nebbia pochi metri sotto di noi. Come dev’essere scivolare verso il basso nel nulla? Cosa si prova a sparire, semplicemente non esserci più da un momento all’altro?  Quanto può essere facile smettere di lottare, solo appoggiarsi al pendio e arrendersi? A un certo punto Saverio si ferma, si accascia sulla picozza. Io faccio lo stesso, ansimando fortemente, mentre mi guarda e chiede: “Manca poco vero?” Vorrei potertelo dire con certezza Sav, davvero vorrei saperlo. “Ormai ci siamo, che quella specie di costa rocciosa che si intravede è la cima” La fine di questa agonia. In questa situazione, con le gambe pesanti e il cuore che sembra esplodere nel petto una piccola bugia ha più valore della verità. Anche se mancasse tanto, ormai non abbiamo scelta. Possiamo solo andare avanti sospesi in questo vuoto grigiore, e prima o poi anche questa montagna avrà una fine. Otto ore, sono solamente otto ore che ci muoviamo! Cosa si prova, Steve? Cosa succede dopo 60 ore di salita sui fianchi di un gigante come il Denali? Cosa hai trovato negli abissi della tua anima che solo la Diretta ceca poteva tirar fuori? Dove hai trovato la forza di andare avanti quando tutto il tuo corpo chiedeva solo di mollare? Il vento inizia a soffiare più intensamente, segno che forse la cima davvero non è lontana. Un passo dopo l’altro andiamo avanti finché non compare un palo di legno, la fine della cresta, il nostro obiettivo. Quassù, sul punto estremo dei nostri sogni, Saverio si butta per terra. Un gesto che vuol dire più di mille parole: vuol dire gioia, liberazione, freddo, sete, rabbia. Poco dopo arriva anche Stefano, ci sorridiamo: sorrisi stanchi e tirati ma carichi di significato. Neanche la promessa infranta dei raggi del sole nascente ha molta importanza ormai. La consapevolezza del viaggio appena percorso è l’unico calore contro il vento gelido che mi fa tremare e impone una sosta breve, prima di affrontare la discesa.

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Quanto manca a Forcella Tedesca? Domanda inutile, stupida. Eppure, non posso esimermi dal porla alla nebbia attorno a me. Avevamo iniziato la discesa fiduciosi di un rientro rapido alla normalità, ma la realtà dei fatti aveva mandato a rotoli i nostri programmi. Pericolosamente in equilibrio su ripidi pendii, coperti da una neve più vicina allo stato liquido che a quello solido, avevamo ancora una volta penzolato da uno spuntone provvidenziale per tirarci fuori dai casini, ma adesso nessuna corda può aiutarci a guadagnare metri in questo infinito traverso. Sprofondando passo dopo passo, con la testa bassa ed in silenzio avanzo sull’ennesimo pendio nevoso. Mutismo e rassegnazione, condito da una buona dose di quel menefreghismo che accompagna gli stadi più avanzati della fatica, sono l’unica soluzione. Non so bene dove sono, e ormai non me ne frega neanche. So che devo andare avanti e il corpo esegue come un automa. Quanto manca? Cento passi o mille ha forse importanza? Guardo le punte dei ramponi, libero la mente e vado avanti. Con le gambe pieni di acido lattico, svuotate di ogni energia, ogni cedimento della neve sotto il mio peso è come una coltellata. Vaffanculo Steve. Vaffanculo a te, e a tutte le tue cazzate sulla consapevolezza. Vaffanculo a te, e alla fatica. La realtà è che fa solo male.

Durante una vaga schiarita sento Stefano e Saverio chiamarmi, mi volto e li vedo indicare la linea di cresta che li sovrasta: forcella Tedesca è sopra di loro, nello sconforto l’avevo superata di una ventina di metri senza accorgermene!

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Le luci di Sella, incassate tra i ripidi pendii che coronano la Raccolana, si fanno sempre più vicine. La neve appena battuta delle piste è ancora morbida e si lascia scalfire facilmente dagli scarponi in una quasi piacevole corsetta verso la fine del viaggio. Sopra di noi le nuvole hanno ceduto il posto alla volta celeste, interrotta dinanzi a noi dalla bastionata del Montasio. Guardando tutto questo, respirando l’aria fredda, sentendo le gambe pesanti andare ancora avanti, lascio scivolare via la gabbia in cui mi ero rinchiuso e finalmente mi sento libero. Nella perfetta bellezza del momento, oltre la fatica e il freddo, oltre la monotonia della quotidianità e le incertezze del futuro trovo il mio punto fisso, assaporo la profondità di quanto vissuto e, finalmente, sento di essere davvero tornato a casa. Forse non avevi tutti i torti, Steve. In fondo proprio queste 12 ore sono il motivo di questa percezione più acuta delle cose, di questa visione d’insieme più nitida. Eppure tutto ciò dura un attimo, e improvviso come è arrivato scompare. “Qualcosa m’hanno detto la sera e la montagna, ma l’ho perduto.” scrisse Jorge Luis Borges.

Alla discesa seguirà un ritorno, e poi  un altro ancora, per provare a ritrovare quanto perduto, alla continua ricerca di qualcosa che forse non esiste, se non per un breve istante nella mente di un trapezista in equilibrio precario sulla cresta di una montagna.

arrampicata e geologia

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Presento con piacere la tesi di laurea di Luca, un ragazzo di Cormons dal titolo:

Geologia strutturale e arrampicata sportiva: un’opportunità di divulgazione scientifica.

Luca Iacolettig ha 22 anni e si è appena laureato in Scienze per l’Ambiente e la Natura a Udine. Frequenta le nostre montagne friulane ma non solo, spingendosi anche in monte Bianco. Volendo unire la passione per l’arrampicata ai suoi studi decide di cimentarsi con questa interessante tesi a cui rimando il link:

TESI arrampicata geologia

Dopo questa breve introduzione vi lascio alle sue parole, facendogli ovviamente i complimenti per il lavoro svolto, ringraziandolo per avermi spedito il materiale e augurandogli un meraviglioso futuro “montano”.

di Luca Iacolettig:

Ritengo che alpinismo ed arrampicata sportiva possano essere belle occasioni per divulgare la geologia (in particolare il ramo della geologia strutturale).

Noi alpinisti e scalatori di arrampicata siamo a strettissimo contatto con “l’elemento” roccia, oggetto di studio della geologia: quali destinatari migliori per divulgare la geologia?.

Durante una scalata, si sfruttano le strutture geologiche delle pareti come opportunità di progressione.

Nella mia tesi propongo la classificazione delle strutture geologiche in primarie, secondarie, forme superficiali ed antropiche.

Le strutture primarie si formano con la genesi della roccia. Ad esempio i giunti di raffreddamento basaltici (le “fessure” della Devil’s Tower) sono strutture primarie.

Le strutture secondarie sono strutture deformative, generate a roccia interamente formata. A seconda della reologia della roccia (il comportamento meccanico della roccia agli sforzi) si distinguono deformazioni fragili (ad esempio giunti o faglie) o duttili (come le pieghe).

Le forme superficiali sono quelle strutture apprezzabili sulla superficie delle rocce: nella nostra Regione un esempio è il carsismo, che dà forma a una miriade di strutture congeniali all’arrampicata

Le forme antropiche sono strutture provocate dall’uomo stesso alterando artificialmente la roccia. Ad esempio lo scavo di un galleria, del cemento sulla parete, una presa scavata con lo scalpello (!!!) …

A mio avviso c’è bisogno di una presa di coscienza del “problema” roccia da parte dell’alpinista medio: la maggior parte degli scalatori non sa su cosa stia arrampicando!

Non è difficile distinguere un calcare da una roccia granitoide, ma incominciano a sorgere dubbi tra calcari e dolomie o granito e gneiss…

Oppure, per quanto riguarda le strutture, vengono chiamate ugualmente col nome di “fessure” sia i giunti tettonici che i solchi carsici, dalla genesi completamente diversa!

Un valido alpinista non deve essere per forza geologo, ma la conoscenza di alcune nozioni basilari (litologia e strutture), oltre ad essere un arricchimento culturale, indirizza lo scalatore alla tecnica da adottare ed ha risvolti sulla sicurezza, potendo individuare zone instabili e, nel caso dell’alpinismo classico su roccia, consentendo il posizionamento delle protezioni più adatte al tipo di roccia e di struttura.

Per concludere: cosa dovrebbe sapere un alpinista come minimo? Secondo me che:

  • le rocce sono formate da minerali
  • le rocce si formano secondo tre meccanismi principali (magmatico, sedimentario, metamorfico)
  • la genesi delle rocce può già portare alla formazione di strutture (strutture primarie)
  • le rocce possono in seguito venir alterate da agenti endogeni o esogeni dando deformazioni fragili o duttili (strutture secondarie) o modifiche della superficie (forme superficiali)
  • litologia e strutture influenzano sicurezza, tecnica di arrampicata e tipologia di protezioni da piazzare (nel caso dell’alpinismo su roccia)

 

 

Montasio in veste invernale

in tre nel canale findenegg. Montasio

A voi le impressioni di questa bella gita del nostro maestro di sci preferito!

Viste le condizioni della neve poco favorevoli allo scialpinismo ed al freeride, il mountain experience si è dato all’alpinismo invernale! Marco Milanese, la Guida Alpina del Sella Nevea Mountain Experience ha proposto una meta impegnativa; lo Jof di Montasio. Salendo per il canale Findenegg e scendendo per la scala Pipan ( la normale). Un bellissimo giro con vista sulla Val Dogna e la Val Saisera. Arrivati in cima si dominano i piani del Montasio e l’occhio può spaziare su tre paesi diversi ITALIA, SLOVENIA e AUSTRIA. E stata una bella avventura con ottima compagnia e spirito.

Grande Livio e complimenti a Saverio e Nicola per questa circumnavigazione di una montagna simbolo del Friuli.

RICORDI E SOLITUDINE

cima nuviernulis sernio grauziaria

Che non sarebbe stata una bella giornata l’ho capito subito. L’ultimo giorno di alta pressione del periodo doveva essere oggi. Ancora un giorno di sole terso e aria limpida. Sole autunnale che riscalda anche in quota. Invece nubi. Nebbia. Aria umida. E freddo. In autogrill incontro un amico virtuale. Magia della tecnologia della nostra epoca. Partiamo dallo stesso posto ma abbiamo obbiettivi diversi. Io sto cercando di dare un senso a questa mia estate balorda e ho voglia di roccia. Di un’ultima, seppur facile, arrampicata in quota. Loro più a nord calcheranno una delle più belle cime delle nostre alpi carniche. I baffi di sereno che si intravedono alti oltre l’Amariana invitano a proseguire verso nord. Forse sopra una certa quota e oltre la cresta di confine il sole si farà vedere. Forse. Ma oggi non sono ne di compagnia ne per un’escursione. Devo toccare la roccia. Devo sentire il ruvido calcare sotto le mani e veder il terreno che resta fisso in basso, immobile mentre io salgo verso il cielo. Le foto su facebook poi mi diranno che anche sulla Creta Aip imperversavano le nubi e le facce incrostate di ghiaccio degli amici virtuali si intonano appieno al mese in cui siamo. 3 novembre 2011. Festa di San Giusto. Patrono di Trieste. Un obbligo, quasi un dovere passarlo per monti.

Decido che oggi il meteo non sarà un fattore limitante. Almeno fino all’attacco. Deciderò allora che fare. Ma so già, dentro di me, che per non attaccare oggi servirà un qualcosa di più di un poca di nebbia o di freddo. Solo un abbondante dose di vetrato potrebbe fermarmi. Non sono attrezzato per salire su vetrato e in ogni caso non è quello che mi interessa. Ne tecnicamente ne come rischio. Oggi non cerco il difficile. Oggi voglio correre sulla roccia. La voglio accarezzare. Voglio immergermi nel panorama di quelle montagne da cui manco da troppo tempo. Ritrovare quella cima su cui già sono stato anni fa con Lauretta per la sua via più bella e famosa. E anche più difficile.

torre nuviernulis

Al parcheggio sono solo. Non potrebbe esser diversamente. Non è previsto incontro con esseri umani oggi. Giovedì feriale per gli amici friulani e tempo che invita a star davanti al fogolar. Senza pensarci troppo cambio le scarpe e parto. Lo zainetto è semi vuoto. il materiale tecnico si riduce a casco e scarpette. Solo il piumino leggero fa sentire la differenza di volume e fa ricordare la stagione autunnale. Non è tempo per star a guardare molto il panorama. Solo alberi e segni bianco rossi si offrono allo sguardo. Il resto è nebbia e rugiada. Il sentiero scorre veloce. Ricordi di altri tempi. Altre persone. Ricordi belli. Ricordi brutti. Il rifugio, le pareti soprastanti nascoste oggi allo sguardo. Non mi fermo se non per un sorso di acqua e continuo verso la forcella. Ora il terreno lo conosco meno, ma i ricordi insistono. La nebbia diventa sempre più fitta. Nel versante nord lingue di neve dura interrompono la monotonia del sentiero. Orme provvidenziali mi permettono di continuare al mio ritmo, senza il bisogno di rallentare per passare in tranquillità l’ostacolo. Forca Nuviernulis, di nome e di fatto oggi. Rallento un attimo per veder dove attacca la Bulfoni. Non si vede la parete. Però so che sono meno di 20 metri dal sentiero. Non distinguo nemmeno l’attacco della Feruglio. Continuo quasi di corsa sperando che nel versante sud le cose siano migliori. Venticello freddo in forcella ma niente vetrato in nessun posto. Scendo e poi riprendo subito a salire. La roccia è fredda quando ci passo vicino. Rallento per dar modo al mio corpo di scrollarsi di dosso fatica e sudore. Trovare l’attacco non sarà un problema oggi. Un bel bollo rosso lo segna. La via in condizioni estive è caratterizzata da roccia ottima e difficoltà basse. Molto basse anche per uno come me che in arrampicata è mediocre. Mi fermo alla base. Della parete vedo si e no 20 metri. Senza bollo rosso direi che oggi non avrei trovato l’inizio se non con estrema difficoltà. Decido subito che oggi le scarpette non è il caso di metterle. Troppo freddo. La roccia però è asciutta. E sopra il tempo sembra migliore … lascio alla base tutto quello che non mi serve per arrampicare. Porto solo una barretta e la macchina fotografica. Il magnesio inutile direi oggi, che doveva servire per qualche bella foto alla pantera resta giù pure lui. Porto dietro le scarpette, non si sa mai, guanti e berretto di riserva. Do un ultimo sguardo all’orologio. È presto. Tanto presto. Eppur non sono partito presto da casa e mi son pure fermato a mangiar per strada.. parto. Il passo più duro da relazione è subito qua sopra. Lo passo di corsa come di corsa faccio i successivi 50/60 metri. Il fiato si rompe. Ansimo. Penso che se non rallento non arrivo su vivo o forse non ci arrivo proprio. Metto i guanti perché le mani sono congelate e le dita non hanno sensibilità e faccio un altro pezzo. Più piano ma forse sempre di corsa. Fa un certo effetto esser qua solo in mezzo alla nebbia di novembre in un posto che già d’estate non è di sicuro affollato. So che se mi faccio male con questo tempo non ho nessuna possibilità di aspettare i soccorsi neppure per poco tempo. Soccorsi che nessuno manderebbe. Nessuno sa che sono qua. Nessuno sa che sono in montagna. Fino a lunedì nessuno saprebbe del mio problema e chi sa poi se al lavoro si farebbero le giuste domande. Qua a pochi km in linea d’aria dalla pianura friulana sono solo. Non credo neanche che il telefonino prenda. E poi da solo se ti fai male non è detto che lo puoi usare. Sono solo, come oggi volevo essere. È questo tutto il fascino di andar per monti da soli. Sai che non puoi sbagliare. Che ogni movimento va pesato e meditato. Anche quando corri. Puoi contare solo su te stesso. In piena sintonia con tutto il mondo attorno. Questa salita può quasi esser considerata banale tecnicamente. ma il fascino di esser qua da solo non ha prezzo.

Tolgo e metto i guanti diverse volte a seconda del passaggio. Anche sul 3 grado ci sono appigli svasi a volte. Il ritmo non cala. Passo la cengia dove si può uscire sulla normale. Verso l’alto intravedo che le nubi sono meno fitte. Le difficoltà calano e diventano meno continue. Il ritmo aumenta. A 10 metri dalla cima, ormai sulla cresta orizzontale devo fermarmi per capire come passare un gendarme. Brutta cosa l’ipossia. Cima. Dopo 10 anni. L’adrenalina scende. Tiro il fiato. Un paio di foto. Visibilità 30 metri. Ma rispetto a sotto è bello e caldo. La discesa l’ho già fatta, ma non ricordo niente del percorso. Trovarla è peggio che salire. Alcuni passaggi sono molto belli. E la roccia è stupenda. A volte arrampicare sul secondo e terzo da belle soddisfazioni. Rientro nella nebbia fitta. Perdo e ritrovo la strada per scendere alcune volte. Sempre di corsa o quasi arrivo alla base. Ora il programma prevede la salita alla normale del Sernio. Ma la tensione scende. Il freddo aumenta. Sono in movimento da 3 ore. Dovrei mangiar e riposare. Troppo freddo e umido per stare fermi. Non si vede niente. Un altro ricordo alla mente. Un ricordo brutto di qualcosa successa su quella normale. Decido che per oggi ho fatto abbastanza. Metto tutto nello zaino e riparto in discesa. Piumino e berretto indossati. La Crete del Serenat oggi non fa fede al suo nome e si cela allo sguardo. Al rifugio faccio merenda. Un po’ di frutta secca mentre bevo l’acqua della sorgente. Quanta pace in queste montagne immerse nella nebbia che precede il gelo invernale.

Attorno brevi tappe della mia vita. Nella testa ancora tanta voglia di lasciare il segno sulle montagne del mondo.

TORRE NUVIERNULIS

VIA DEGLI AMICI

3/11/2011

Mass Espo.

chamonix, zion of alpinism

tenda e dente
foto Zorro freeski

Secondo un concetto Rasta, ZION è una città sia reale che ideologica, talvolta identificata anche come il paradiso, e viene contrapposto al concetto di Babilonia.

Ebbene Chamonix per tutti gli alpinisti del mondo è Zion, l’unico problema è che lo sanno in troppe persone!

Una cittadina  cosmopolita che sorge in mezzo ad una vallata a 1000 metri di quota, offre una quantità di vie e linee praticamente infinite, e non stiamo parlando ovviamente di semplice roccia ma di tutto quello che la montagna offre. Neve, ghiaccio, roccia e misto la fanno da padroni in un ambiente unico e ad alta quota, bisogna solo prendere un aereo verticale. Si perchè ormai, per prendere la funivia dell’Aguille du Midi  bisogna fare il check-in e  l’imbarco,un imbarco verso l’aria sottile. Siamo in 4 questo giro, e con dei sacchi veramente spropositati dall’arrivo delle ” aereo” ci dirigiamo verso questo sconfinato mondo dell’alta quota, passeremo tre giorni nel cuore pulsante della montagna.

Splende il sole e non c’è una nuvola in cielo, gli altri sono già alla prima sosta della Rebuffat. La roccia è calda, infilo le mani in una fessura piena di ghiaccio e neve, finalmente stacco i piedi dal ghiacciaio. Dopo cinque mesi che non arrampico, godo, anche se al momento riesco solo a muovermi come un pachiderma.In cima a questa eccezionale via (la consiglio veramente) godiamo uno di quei panorami per i quali non vorresti mai scendere, non ne capisci il motivo.

E’ venuto il tempo di installare il campo base ai piedi della parete del Mount Blac du Tacul, operazione non priva di fatica per tutta la neve che dobbiamo spalare. Dormire sulla neve non è mai un operazione semplice ma grazie ad un po’ di esperienza riesco a passare un notte incredibilmente tranquilla.

Siamo all’attacco del famoso supercouloir al Tacul, in coda però, due cordate arrancano sopra di noi. I primi tiri di misto su granito sono fantastici! Sembra che le lame e i buchi siano fatti apposta, saliamo veloci ma in sosta tocca aspettare…molto. Usciti dal misto siamo sul ghiaccio e senza ritegno ma con educazione supero la cordata che ci precede, operazione che ci risparmia del poco piacevole ghiaccio in testa. La sezione di ghiaccio è divertente e scopriamo piacevolmente che i gradi dati all’inclinazione del ghiaccio ad alte quote si addolciscono. Nico e Zorro hanno optato invece per il couloir du Diable che attacca a sinistra del supercouloir, anche per loro una bellissima gita come si può notare dalle foto, complimenti anche perchè era la loro prima esperienza sul ghiaccio!

Giusto il tempo di arrivare di nuovo al campo base per godersi gli ultimi raggi di sole, sappiamo che a breve sprofonderemo di nuovo nel gelo, la mattina dopo infatti tutto scricchiola.

Il sole mattutino riscalda il campo e ci permette di sistemare tutto con calma e prepararci ad una discesa molto impegnativa. Fidatevi che avevo più paura di farmi male per fare la vallèe blache con 25 kg sulla schiena in mezzo ad un mare di gobbe che sciare sui 50 gradi.

La sera siamo già tutti di nuovo in macchina verso les Arcs, località sciistica a circa un ora e mezza a sud di Chamonix, il meeting di highline ci aspetta. 5 highline per camminare, 5 highline per viaggiare con la mente e con lo spirito.

Che dire, tanta musica, un’ottima compagnia e molto vuoto. Yeah vez.

Ritorniamo a Chamonix e il gruppo si divide, Carlo e Zorro provano la cima del Bianco con gli sci e io e Nico scaleremo una super via alla Midì. Sogni infranti da un vento a 120 all’ora, i ragazzi devono far marcia in dietro dopo aver strisciato per raggiungere la Vallot ( dentro segnava -13 senza vento), noi invece siamo al sole in falesia. Come si dice: c’è andata di culo.

Un grandissimo grazie a Lucia e Rèdèlè che ha reso possibile questo soggiorno meraviglioso, e poi ovviamente ai compagni di viaggio e a Zorro per le meravigliose foto, sempre in piena. Blesssss

Rasta FreeAdventure

 

tesi di laurea sull’arrampicata

un oceano dove navigare a vista
un oceano dove navigare a vista

Vi presento, in formato pdf scaricabile, la tesi di laurea di Giovanni Martinuzzi che compie una bella panoramica sull’alpinsimo e l’arrampicata!

Come esempio ha portato una via di roccia classica, anzi……LA VIA..

Enjoy

presentazione martinuzzi