Michelazzi, vecchi racconti e relazioni d’alpinismo

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Stefano Michelazzi nasce a Trieste l’8 gennaio 1966 ed inizia a sperimentare le esplorazioni speleologiche già all’età di 8 anni, accompagnato dal padre appassionato di questa attività.

A metà anni ’80 scopre la passione per l’arrampicata e l’alpinismo in generale che a quel punto diventerà una passione quasi totalizzante.

Nei primi anni ’90 batte in lungo ed in largo le Alpi Carniche, che per la loro vicinanza a Trieste considera montagne di casa, abbracciando l’etica rigida che contraddistingue l’alpinismo di quei monti. Apre una decina di vie nuove e ripete molte vie, anche in solitaria.

Diventare “Ragazzo padre” e crescere sua figlia da solo, lo porta a ridurre l’attività alpinistica ai minimi termini, ma nel 2002 la scelta di abbandonare Trieste ed il “posto fisso”, per “emigrare” sui monti.

Nel 2004 si trasferisce a Trento dove conseguirà il Diploma di Guida Alpina, professione che esercita a tempo pieno, con l’intento non solo di accompagnare ma anche di formare la cultura di rispetto della montagna.

Ha al suo attivo oltre 60 nuove salite e nuove varianti tra Dolomiti e Alpi Carniche e circa 1000 ripetizioni di cui molte in solitaria. Ha pubblicato nel 2010 la guida: “Emozioni Dolomitiche” e nel 2013 “Emozioni verticali”

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Vi lascio ora al racconto di Stefano, tra ricordi passati, emozioni verticali e persone che sono passate tra le montagne friulane.

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Quel giugno del 1979 la neve non voleva saperne di mollare…

Arrivammo alla Colonia estiva di Pierabech, che all’epoca era gestita dall’Opera figli del popolo di Trieste, ed indossammo tutto ciò che avevamo per ripararci un po’ dal freddo intenso.

I giorni seguenti la situazione meteo si ristabilì e come per incanto la neve si sciolse in breve tempo lasciando spazio ad una delle più belle estati della mia vita.

Un po’ perché a 13 anni cominci a diventare grande e l’anno dopo non fui più lo stesso ragazzo di quei giorni, un po’ perché da lì parti la mia passione per il salire le montagne.

Fu proprio a metà del giugno ’79 che un gruppetto di noi ragazzi, scelti fra quelli ritenuti più idonei, accompagnati da 3 assistenti ed il direttore della Colonia estiva, salì la normale alla cima del Monte Volaia.

Fu una salita epocale, nulla ci venne risparmiato.

Verso i due terzi il tempo cambiò improvvisamente e giunti in cima, ci ritrovammo nel mezzo della tempesta con acqua che scorreva ogni dove e fulmini che ci saettavano attorno, scaricandosi sui muri calcarei e dandoci ogni tanto una scossetta che ci faceva sussultare, mentre con attenzione ma il più velocemente possibile, perdevamo quota.

Nessuno di noi cadde nel panico, malgrado la paura ci fosse, eccome…

Una provvidenziale cavernetta di postazione sentinella della prima guerra ci offrì un minimo di riparo e potemmo aspettare quindi che l’inferno finisse di scatenarsi per riprendere la via del ritorno, bagnati fradici, infreddoliti ma felici di essere giunti lassù.

Oggi a distanza di tanti anni e con la coscienza di alpinista oltre che di Guida Alpina, mi fa rabbrividire, il pensare a quali responsabilità si presero i nostri accompagnatori…

Dieci anni più tardi, quelle stesse montagne divennero il mio terreno di gioco preferenziale per ciò che sarebbe diventato il mio alpinismo.

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Indiscusso capo-scuola dell’alpinismo carnico, era in quegli anni il tolmezzino Roberto Mazzilis promotore di una serie di regole non scritte, le quali rendevano il salire le pareti un gioco con un’etica piuttosto severa:

niente spit, pochi chiodi, difficoltà elevate.

In quest’etica anch’io mi rispecchiai e salii in questo stile moltissime vie classiche e moderne, spingendomi anche oltre e ripetendo diverse salite in free-solo, altro stile che in quegli anni cominciava a diventare una realtà.

Tra una ripetizione e l’altra intervallavo con qualche nuova salita, un alpinismo di ricerca, dunque, che ancora oggi è lo stile che più amo.

Tra la decina di nuovi itinerari che ho avuto modo di imprimere nelle rocce carniche, tra i quali “Arcobaleno” sulla sud del Monte Casaro aperta in free-solo (soltanto scarpette e sacchetto del magnesio…) le due che più mi stanno a cuore sono “Valentina” del 1993 alla sud della Torre Ravascletto, dedicata a mia figlia di un anno appena e nata dopo un’esplorazione di due anni prima sul versante est, aprendo la mia prima via nuova, e “Lucia” sulla sud della Torre Gennaro entrambe nel gruppo del Monte Peralba..

La Lucia gestiva il rifugio “Sorgenti del Piave” e malgrado un modo di fare piuttosto chiuso e riservato è stata in quegli anni, quando giovani e senza un soldo scalavamo rocce e sogni, il punto di riferimento per me e per molti altri alpinisti, tra i quali il feltrino Pier Verri col quale molte volte ci si incontrava al rifugio.

Una mecenate sicuramente, dei giovani alpinisti che frequentavano all’epoca la zona. Tutti senza un soldo (a volte arrivavo lassù in pullmann che costava poco, partendo poi a piedi da Sappada, carico come un asino, perché soldi per la benzina neanche a sognarli…) ma pieni di grandi progetti come tutti i giovani…!

Ringraziarla per il posto letto sempre a disposizione e per la cena che ogni tanto arrivava pure quella, nel modo in cui potevo meglio esprimere la mia gratitudine, mi sembrò il minimo!
Sono ormai quasi vent’anni che non torno più da quelle parti, purtroppo, la vita e le scelte fatte, mi hanno tenuto lontano dalle montagne che ho tanto amato, e dalle persone che hanno rappresentato quel periodo, ma i ricordi di quegli anni sono rimasti indelebili e le loro rocce ogni tanto mi fanno ancora compagnia, quando con la mente ripenso alle cose belle della mia vita!

Di seguito trovate due relazioni di vie aperte da Stefano nei lontani anni novanta.

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 Grazie infine a Stefano per l’articolo e per le relazioni, buone salite a tutti.

Marco

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climb and fly: that’s the dream

Un sogno vecchio come la scalata, un desiderio che ho sempre avuto da quando feci  la Dibona in tre cime di Lavaredo con mio padre. Proprio lì, guardando dall’alto la verticalissima parete nord ho provato questo desiderio, un’attrazione verso il vuoto, un senso di tranquillità nel guardare giù. So che per molti queste parole sono strane, ma per me è veramente così. Quando sono in parete, o su un aereo pronto per saltare, o in un decollo per parapendio o su un highline la mia mente si rilassa, il mio corpo sente il vuoto ed è felice!

Da quella volta in Tre Cime ho sempre desiderato scendere da una scalata volando. Dopo tutto chi non lo ha mai desiderato? lunghi rientri da vie, ghiaioni o terribili strade forestali spacca-ginocchia. Bene, finalmente dopo anni di allenamento in tutte e due le discipline e grazie al mio socio Andrea, ho potuto realizzare questo sogno.

Come sempre le giornate migliori escono a caso. Il giorno precedente, nell’indecisione sul da farsi ormai era diventata sera e brancolavamo con la mente tra Dolomiti, Alpi Carniche o Giulie, oppure mandare tutto in vacca e andare in falesia. E poi come al solito la lampadina si accende. Andiamo in Cavallo ( alpi Carniche, passo Pramollo), a fare tutte e due!

La via in questione è una via che ha aperto un amico (Fabio Gigone & friends) nel 2006 e su cui aleggiavano storie strane: si chiama gocce di guttalax, e con questo forse ho detto tutto.

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La giornata quindi inizia con molte incognite; riusciremo a fare la via viste le molte ritirate precedenti? riusciremo a portare su il sacco con il mio materiale da speedfly? ci sarà un decollo in cima? ci sarà il vento giusto? ci sarà un atterraggio?

Eravamo pronti a tutto, o a niente.

La via è un piccolo capolavoro su placca, roccia eccellente e movimenti di altissima qualità. I gradi sono indicativi, più che altro perchè il tipo di arrampicata è talmente diverso da quello che si trova in falesia che è difficile fare paragoni. Una cosa è certa però, bisogna avere piedi buoni e un po’ di pelo. Le protezioni sono ottime ma diciamo che cadere, a meno che tu non sia vicino allo spit, non è una buona idea!

Detto questo la via è stupenda e passa via pulita pulita, in uscita il vento sembra buono e sistemato lo zaino corro in su per trovare un decollo. Fremo dal desiderio di trovare un decollo adatto, inutilmente. Il vento inizia a girare. Aspetto, cerco di capire il vento, con le orecchie, con la faccia. Un possibile decollo forse c’è ma è veramente pieno di sassi. Indeciso provo a correre senza vela provando ad evitarli. Con il tipo di vela che ho bisogna correre parecchio anche con il vento contrario. Faccio un ometto per sapere qual è il punto di non ritorno, il punto in cui è meglio fermare la corsa se non si è sicuri perchè dopo sono solo sassi grandi come computer.

Preparo il materiale e il vento si intensifica, perfetto, sento di potercela fare. Appena finisco di preparare tutto arriva una bella folata, è il momento giusto, 5 secondi e sono in aria. Incredibile!

Volo guardando la via che ho appena salito, vedo tutto perfettamente, i sensi si acutizzano, sento meglio, vedo meglio, vedo tutte le cime, i boschi e i ghiaioni in un secondo. Per poco però, perchè qua si corre giù veloci. Avevo individuato un paio di atterraggi ma il primo lo supero alla svelta. Punto al secondo, più brutto ma fattibile. Niente da fare neanche per il secondo atterraggio, il vento mi sposta troppo avanti. Capisco subito il da farsi e viro a destra andando a prende un costone dove atterrare di lato su un  prato. Atterraggio perfetto. Tiro i comandi con violenza per far cadere la vela come a volerla abbattere.

Sono esausto, la mente oggi ha lavorato parecchio sia per salire che per scendere. Mi siedo e per una buona mezz’ora non mi alzo, ma semplicemente osservo. Vedo pareti ovunque, nessuno in giro, solo stambecchi che fanno cadere sassi da pareti lontane, alberi, prati, nuvole e vento.

Quando inizi ad arrampicare o a volare o a sciare, non vedi più l’elemento roccia l’elemento aria e l’elemento acqua come lo vedevi prima di iniziare, qualcosa è cambiato dentro di te. Questo è il motivo per cui amo fare tante attività, perchè vivi la natura più intensamente, la fai più tua.

L’aria per esempio, non è soltanto uno spostamento d’aria a volte fastidioso, è un qualcosa che può sostenerti e che devi comprendere nel profondo per far si che accada. Lo senti in faccia il vento, ti devi fermare ed ascoltare, voltarti più volte e aspettare, capire i cicli delle folate e l’intensità. Capirne il senso.

La roccia non sarà più solo roccia, chi la guarda con un occhio esperto vedrà sinfonie di movimenti, appigli e appoggi unici, vedrà sforzi pazzeschi o delicati passaggi. Vedrà una linea, e sognerà di salirla assecondando la roccia, non forzandola.

La neve non sarà più un disagio oppure una lastra di ghiaccio servita da impianti di risalita. Sarà la cosa più morbida su cui tu ti sia mai posato, ti entrerà ovunque ma ne sarai contento. Ti farà saltare e scendere veloce, come la migliore delle amanti. Creerà per te lingue su pareti dove poter espandere il tuo terreno di gioco.

Adoro la natura perchè sento di farne parte. La comprendo e la rispetto. Sarebbe sicuramente bellissimo se le persone capissero questo, perchè allora anche una semplice carta su un prato sarebbe un sacrilegio.

Grazie infine ad Andrea che ha reso possibile questa piccola avventura e grazie anche alla mamma e al suo zaino che si è rivelato un rispettabile saccone da recupero, vista l’età. Che sia stato il suo ultimo grande viaggio? Non credo.

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Do not compare yourself to others just do your line.

climb&fly

Marco

 

arrampicando in Carnia

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con il vento in poppa rifugio lambertenghi

Recentemente ho ripetuto due vie in alpi Carniche, due stile diversi due ambienti diversi due scalate diverse.

La prima è il diedro Enza e Fabio, una classica dell’Avastolt. L’Avastolt è una parete cupa di fronte alla casera Fleons, e si trova risalendo la strada forestale da Pierabech. Tanto la parete incute soggezione tanto i verdi pascoli e l’ambiente che ci circonda ti  rilassano. Questo binomio di sensazioni è alquanto singolare, durante i run out sui chiodi di 25 anni fa’ sentivamo le famigliole allegre che scorrazzavano sui pascoli. Inevitabilmente ti chiedevi perchè cavolo eri li e non con loro. Tuttavia la salita è stata appagante, la roccia meno, ma sicuramente non vai a fare una via del genere per la roccia, la ricerca dell’itinerario e il fiuto per i passaggi e le protezione fanno di questa via un must nel curriculum di un alpinista.

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L’atra via che ho ripetuto è con il vento in poppa sulla torre Carla Maria, nei pressi del rifugio Lambertenghi. Un eccellente qualità della roccia e della scalata portano in cima a questa torre che domina il panorama del Coglians e del Volaia. Lo stile, come le difficoltà sono completamente diverse.  Qui Zanderigo non ha sicuramente risparmiato sugli spit, il che permette di scalare senza troppi pensieri e su una roccia incredibile.

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Entrambe le vie meritano sicuramente di essere ripetute e ringrazio come sempre gli apritori che con il loro duro lavoro permetto a tutti di godere di queste scalate.

La montagna è in primis libertà, ed è per questo che ho scritto di queste due vie. La decisione di scegliere uno stile di apertura piuttosto che un altro posso essere discutibili all’infinito ma ciò non toglie che la montagna permette a tutti di esprimersi secondo i proprio gusti e desideri. Questo cerco in montagna ma anche al mare, la libertà di esprimere la mia voglia di vivere la natura.

Si dice che la libertà sia fare quello che si vuole fino a quando non si danneggiano gli interessi altrui e si rispetta l’ambiente ( che poi farebbe parte degli interessi altrui ma ogni tanto ho dei dubbi) , e a parte qualche via di Roberto la cosa è perfettamente valida in montagna!

grazie come sempre ai soci di scalata per le favolose giornate assieme 🙂

peace and rock!

Marco ” rasta” Milanese

AD UN PASSO DI DISTANZA “ovvero come finirsi in due giorni e vivere felici“

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A voi il racconto di Nicola Narduzzi, dove la musica accompagna due grandi classiche dolomitiche, e riempie il cuore.

Prego procedere ascoltanto la musica dal video sottostante e iniziare a leggere. Yeah!

Un rumore stridulo rompe il silenzio che avvolge la stanza. Lascio passare un lasso di tempo che non saprei quantificare, prima di rendermi conto che la sveglia mi chiama fuori dall’accogliente tepore delle lenzuola. Con il braccio tasto il buio attorno a me, fino a che non riesco a interrompere questo supplizio. Un pensiero, come una corrente elettrica, accende improvvisamente il cervello: oggi si arrampica! Pochi minuti dopo una frugale colazione sono pronto per spegnere le luci, aprire la porta di casa e tuffarmi nell’oscurità del cortile. Nonostante la sveglia brusca, il primo passo fuori casa verso una parete è sempre un momento intimo e particolare: non è ancora mattina, non è più notte; il primo chiarore che precede l’alba compare sulle creste ad oriente, mentre in cielo le stelle ancora brillano. L’aria fresca di una strana estate fa rabbrividire mentre salgo in macchina. Giro la chiave, gli occhi abituati al buio vengono disturbati dall’accensione del quadro elettrico e la radio comincia far girare un cd. L’aria si riempie di musica:

This is how I show my love

I made it in my mind because

Mi avvio lungo la strada deserta, a quest’ora la guida è un piacevole momento di riflessione che consente alla mente di focalizzarsi sulla meta.

This is how an angel dies

Blame it on my own sick pride

Sarà abbastanza buono il tempo? Verso le montagne diversi banchi di nuvole scuotono le mie certezze fondate su previsioni ottime. Sarò all’altezza? Su ogni cima penso di aver trovato la mia risposta, ed ogni nuovo giorno invece ricomincio da zero.

Maybe I should cry for help

Maybe I should kill myself

Dietro di me la luce del crepuscolo inizia ad infiammare il cielo, le Prealpi si dischiudono davanti a me: una bellezza lontana e primordiale che osservo distaccato, quasi senza percepirla. La mente è altrove, completamente catturata dal perfetto spigolo che ci aspetta laggiù, sopra la Val Zoldana.

Sail with me into the dark, sail with me into the dark

Sail with me, sail with me

Il piano è semplice: salire lo spigolo Strobel in Bosconero, spostarmi a Cortina e il giorno dopo salire la Costantini-Apollonio al Pilastro di Rozes. Un lungo cammino attraverso pendii ghiaiosi e ottima dolomia, due giorni nel cuore delle Dolomiti. Forse stavolta me la sono cercata, eppure  48 ore di tempo decente non potevano andare sprecate. Con una buona dose di spacconeria ho rassicurato Saverio che non avrei avuto problemi a condurre sul giallo dolomitico della Rozes nonostante una via già alle spalle, e nelle braccia. Se questo atteggiamento abbia solide fondamenta pratiche lo scoprirò tiro dopo tiro. Meglio pensare ad un passo alla volta. Finalmente mi incontro con Federico, mio compagno in questa prima giornata: il viaggio può iniziare.

….

La larga fessura incombe sulla mia testa, squarciando la gialla dolomia sommitale della Rocchetta di Bosconero. Una decina di metri sopra di me uno strabiombo la chiude, incutendo un grande timore.

“Puoi usare il friend grande?” chiede Fede dalla sosta. Esito un attimo. “Sto pensando a come giocarmelo” è la mia laconica risposta. Guardo prima il grosso friend dorato che pende dall’imbrago, poi il  cuneo incastrato all’altezza della mia vita, antico testimone dell’alpinismo passato. Torno a scrutare lo strapiombo, lassù: la mia unica protezione devo sfruttarla al meglio.

Mi alzo un paio di metri in spaccata, la corda che penzola libera tra le mie gambe, guardo verso il basso e la decisione è istantanea: prendo il friend e lo incastro. Fortuna che Fabrizio mi ha detto di portarlo. Continuo in spaccata fino ad un paio di metri sotto lo strabiombo, finalmente vedo un chiodo, sperduta isola di salvezza in questo oceano giallo. Il friend è qualche metro sotto di me, è messo bene, razionalmente so che terrà un volo, ma la paura di cadere non è qualcosa di razionale: è una cosa primitiva, istintiva, provienente dai recessi più nascosti della mente. Una paura che non si può cancellare, al massimo si può controllare. Faccio un respiro profondo e guardo il chiodo che ammicca da sotto lo strapiombo. Ormai è li vicino a me, ad un passo di distanza. Ancora un respiro e sono pronto: faccio il passo.

….

Martello, passo, passo. Ripeti. Martello, passo, passo. Ripeti. Un mantra ripetuto all’infinito, giù nel canalone innevato. Il mondo si è ridotto ad un quadrato di pochi di metri di neve attorno a me, il resto non voglio vederlo. Come un automa ho seguito il mantra, ho compiuto un centinaio di volte la stessa sequenza di azioni, eppure questo maledetto canale sembra non finire mai.

Mi faccio coraggio e provo a guardarmi attorno: Federico è già un centinaio di metri sotto di me, oltre il tratto più ripido. È forte, ha esperienza e non si lascia intimorire. Sopra di noi le ripide pareti incombono, imponendo un senso di claustrofobia. Il cielo è sempre più scuro: durante le pause in sosta osservavo attento il continuo alternarsi di temporali tra Tofana e Civetta, ora il tempo a nostra disposizione sembra essere finito.

Riprendo a muovermi, meglio sbrigarsi. Fisso intensamente il martello, la mia unica possibilità di fermare sul nascere una scivolata quantomeno sgradevole. La neve è abbastanza morbida da poter essere scalfitta con le scarpe da ginnastica, ma un crepaccio profondo la separa dalle pareti. Il mondo torna a rimpicciolirsi: martello, passo, passo, ripeti.

Lentamente supero la sezione più ripida, ora la fine del canalone è lì sotto di me, ad un passo di distanza. Raggiungo Federico, che pazientemente ha osservato la mia discesa. Cerca di rassicurarmi: “Guarda, fidati delle scarpe che su una neve così tengono un sacco!”

Ho ancora molto da imparare.

….

“Saverio, ho finito la benzina.” Non voglio immaginare le facce che si stanno scambiando i miei tre compagni  giù, trenta metri sotto di me, sulla seconda cengia del Pilastro di Rozes. Qualcosa non è andato come previsto. La sequenza di artificiale lungo i due tetti mi ha prosciugato più dei tiri in libera lungo l’estetica serie di tacche della celebre salita ampezzana. Ora, appeso ad un chiodo lungo il camino strapiombante noto come “schiena di mulo”, provo a sciogliere le braccia ormai acciaiate e in preda ai crampi.

Cerco di convincermi di averne abbastanza per superare quest’ultima strettoia: rocce più facili mi attendono lì, ad un passo di distanza. Ci provo, mi innalzo oltre questo stretto budello con il busto ma le braccia mi fanno male, ritorno al chiodo. Cazzo, un passo, è solo un singolo passo!

Eppure, solo poche ore fa, a Saverio che mi aveva chiesto se ero stanco avevo risposto: “Ma no dai, fresco come una rosa!” Ho dissimulato la stanchezza che avvertivo in corpo come uno sbruffone, e adesso la gravità mi chiede di renderne conto. Forse l’ambizione mi ha accecato, forse il desiderare davvero questa salita mi ha portato a ignorare dei segnali, forse ho puntato troppo in alto.

Forse, forse, forse…in pochi secondi tutti questi pensieri mi frullano nella mente, ma scrollo la testa e li scaccio. Nel momento in cui i dubbi ti assalgono hai già fallito. Sono arrivato fino a qui, la fine delle difficoltà si trova ora davanti a me, ad un solo maledetto passo di distanza.

“Adesso esco” annuncio con tutta  la convinzione che riesco a racimolare. Saverio mi dà corda, alzo i piedi più che posso e in tre movimenti sono fuori: il camino non strabiomba più, la dolomia riacquista il caratteristico grigiore da roccia appoggiata. Raggiungo la sosta e mi abbandono per un minuto alla stanchezza. Il mio turno è finito, non resta che farmi condurre da Saverio fuori dalla parete.

….

Il moto regolare della corriera mi culla, mentre i panorami continuano a scorrere davanti ai miei occhi. Appoggio la testa allo schienale, i muscoli della schiena e delle braccia sono indolenziti dai due giorni appena trascorsi e bramano riposo. Perchè devo andare a cacciarmi in queste situazioni? Una domanda che continuo a pormi da stamattina. Chiudo gli occhi, mi sento in pace. Piano piano  il sonno comincia a prendere il sopravvento. Seguendo passo dopo passo il tortuoso cammino che io stesso mi sono scelto ho scoperto l’abisso delle possibilità e ne ho rivelato il contenuto. Non ho più niente da dare, questo è il mio limite, questo è ciò che mi rimane. La serenità è la mia ricompensa.

Perchè? Ha forse importanza? Al momento sono sereno e non conta nient’altro. Arrampicando sulla sottile cresta tra ciò che posso e non posso osare trovo la mia pace. Il senso, il fine ultimo di questo arrampicare continua a rimanere celato tra le nebbie davanti a me. Man mano che avanzo continua a sfumare e rimane sempre lì, ad un passo di distanza.

INFINITO

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“Vivere ogni giorno della propria vita con un sorriso sulle labbra, come fosse allo stesso tempo il primo e l’ultimo, la vita e la morte strette in un simbolico abbraccio.”

 

Questo meraviglioso viaggio di MASS ESPO ( nome d’arte), descrive con eleganza, molti pensieri di noi avventurieri del verticale.

Grazie mille per questi racconti Mass.

 

Infinito come il blu del cielo che splende sopra il mare.

Infinito come la successione di calcare in cui sono avvolto da alcune ore.

Infinito orizzonte di calcare, rigole, placche e strapiombi da unire con traversi esposti. Linea ideale nell’ombra di questa montagna così piccola eppur così dura e affascinante.

La bava di zio Fox che mi ha stregato ancora.

Guardo il mondo attorno a me mentre riposo gli avambracci e cerco senza riuscirci, di staccare tutto dalla mia mente per essere solo movimento e determinazione. Per raggiungere la sosta che intravedo alcuni metri sopra. La fatica nelle braccia si ripercuote nella testa, riducendo la mia voglia di lottare, di trovare soluzioni da imporre al mio corpo per salire su questa parete strapiombante. Sembra lontanissima la sosta di poco fa presso l’albero della merenda posto a metà parete, un’oasi quasi orizzontale dove le foglie riparano dai raggi del sole estivo, dove si intravedono gli strapiombi finali e si deve trovare la concentrazione necessaria per superarli.

Vedo il mio compagno tutto a sinistra, stanco ma attento alla sosta. Un compagno che mi infonde fiducia in questo mare di calcare. Trascinato quassù dalla mia voglia di duro, su una via tre gradi più difficile del suo solito, ammaliato dalla bellezza del luogo e dalla fiducia nelle mie ben misere capacità. A destra la Dragutin Brahm, invitante, facile, mi fa l’occhiolino. Una doppia, un traverso e via su tiri di 4° già percorsi… Sarebbe facile … fin troppo. Guardo Gianni; ripenso alla fatica ed alla concentrazione che ci sono state necessarie per superare questi primi tiri. Sarebbe facile. Ma siamo climber, non ci attira il facile, bensì la ricerca dei nostri limiti, il superarli: limiti fisici, limiti psicologici. E siamo alpinisti: vogliamo pareti grandi dalla cui base non si veda la cima; oceani di pietra in cui ricercare una via scolpita nel tempo dall’acqua e dal vento. Una linea ideale che unisca la base con la cima, una retta perfetta come la scia di una goccia d’acqua cadente. Orizzonti minerali in cui si specchia la nostra voglia di vivere; viaggi verticali in cui perdersi, in cui trovare i limiti della nostra essenza. Ore vissute sulla punta delle dita, senza una ragione, senza cibo, soffrendo caldo e freddo, fatica e paura per trovare ciò che sta solo dentro noi stessi, ciò che dà un senso e gioia al resto della vita. Vivere fino in fondo.

Guardo su, mi metto in laterale, stringo forte con la sinistra e salgo. Passo il not return point. Ora volare sarebbe un viaggio nel buio su una parete grande come questa.

Sosta. Braccia sfinite. Ma ormai so che non si torna indietro. Il blu del cielo si staglia contro il grigio dello strapiombo finale. La stanchezza combattuta dalla volontà: volontà di proseguire, di uscire sulla cresta finale, voglia di sentire la soddisfazione crescere all’interno del corpo e della mente. La valle ad ogni sosta più lontana. Niente più finezza, avanti vecchia maniera, tirando sui chiodi se del caso. L’infinito è qui, davanti e dentro di me, sui prossimi due tiri, duri e bellissimi, in cui null’altro potrà esistere nella mia mente se non la sensazione del mio baricentro ed una cieca assoluta fiducia nelle mie braccia stanche. Superarmi, impormi volontà e concentrazione per fare ciò che fino a ieri non osavo fare. Crescere per conoscermi un po’ di più. Volontà per non fallire nella mente. Concentrazione per imporre al mio fisico di non sbagliare.

Ultima sosta: quercus pubescens, dimensione orizzontale. Il sole illumina il volto di nuovo sorridente del mio compagno sugli ultimi metri di questa via; la tensione svanisce e con essa la fatica. E già il presente diventa ricordo delle ore passate in parete, dei tiri, dei movimenti, degli amici che hanno reso possibile ciò, con la loro passione e i loro soldi.

Il tempo della meditazione è finito e bisogna salire ancora fra placche di un grigio infinito come gli occhi che mi stanno aspettando in valle. La cima, punto d’incontro delle linee di cresta di ogni montagna svetta assolata sopra di noi. Poche facili placche di bianco calcare. La raggiungo correndo. Il solito panorama che non smette mai di esaltare si apre dalla sommità. Sono raggiante. Come poche volte sulla cima di un monte ”i miei pensieri non partono verso nuovi progetti”. Scendo chiacchierando per la normale. Poi di colpo mi trovo solo. Gianni si è attardato o sono io che ho messo il turbo e salto fra un karen e l’altro come uno stambecco, leggero, con la mente sgombra da ogni cosa, cantando la mia canzone preferita, inno di ogni uomo libero e specchio di una generazione fallita. Anche se il mio tritolo è il magnesio, anche se i trent’anni sono passati da un pezzo, o forse non sono mai arrivati, per noi pochi eletti bambini che inseguendo il nostro pensiero felice siamo fermi nel limbo dato dalla pietra, impossibilitati ad invecchiare; fermi come innanzi alle rotaie, immobili, a guadare i treni della vita che scompaiono all’orizzonte sommersi da altri problemi. Noi, piccole formichine aggrappate alle spalle dei monti continuiamo a vivere così, da sempre. Nel nostro assurdo mondo, con gli stessi sogni e gli stessi sguardi di allora; un allora che non è un quando ma solo un dove senza perché.

La normale vola sotto i miei piedi. Passaggi che ormai riconosco a memoria, pietre ed appigli che mi salutano come si fa con un vecchio amico.

Il torrente in secca non oppone resistenza al guado e la brezza del canyon asciuga il sudore.

Finalmente posso specchiare il mio sorriso nel grigio infinito di altri occhi, occhi che danno un valore particolare alla via appena salita, alla stessa vita. Gioia di vivere da regalare ad altri. Vitalità che non si ferma davanti alla fatica fisica.

Vorrei prenderle la mano e portarla al mare, giocare fra le onde …

Mi volto. L’Anica si staglia contro il cielo azzurro dei Velebit. L’uscita del Klin è illuminata da un ultimo raggio di sole.

A volte la vita è bella ma non bisogna preoccuparsene. Questo stato di cose può finire presto. Sta a noi farlo durare a lungo.

Solo la pietra è infinito e solo se si è capaci di amare si può capirne il segreto.

Vivere ogni giorno della propria vita con un sorriso sulle labbra, come fosse allo stesso tempo il primo e l’ultimo, la vita e la morte strette in un simbolico abbraccio.

Ansia di vivere tutta la vita, sentirne appieno il profumo.

Giocare sognare … scoprire … qualcosa di più di mangiare e procreare.

Sorrido al sole, sorrido al vento, a quegli occhi grigi come il calcare, belli come una placca erosa dallo stillicidio di infinite gocce di acqua cadente.

Pian piano la mia mente torna normale, il futuro riprende ad essere la chiave di lettura di una vita.

Nuovi progetti, linfa di vita; insaziabile sete di nuove avventure, di nuove pareti in cui sprofondare.

Oceani di pietra e di ghiaccio in cui ricercare i miei limiti, le mie capacità. La mia voglia di vivere.

Sognare per vivere in eterno.

“Montagna vissuta, tempo per respirare”.

chamonix, zion of alpinism

tenda e dente
foto Zorro freeski

Secondo un concetto Rasta, ZION è una città sia reale che ideologica, talvolta identificata anche come il paradiso, e viene contrapposto al concetto di Babilonia.

Ebbene Chamonix per tutti gli alpinisti del mondo è Zion, l’unico problema è che lo sanno in troppe persone!

Una cittadina  cosmopolita che sorge in mezzo ad una vallata a 1000 metri di quota, offre una quantità di vie e linee praticamente infinite, e non stiamo parlando ovviamente di semplice roccia ma di tutto quello che la montagna offre. Neve, ghiaccio, roccia e misto la fanno da padroni in un ambiente unico e ad alta quota, bisogna solo prendere un aereo verticale. Si perchè ormai, per prendere la funivia dell’Aguille du Midi  bisogna fare il check-in e  l’imbarco,un imbarco verso l’aria sottile. Siamo in 4 questo giro, e con dei sacchi veramente spropositati dall’arrivo delle ” aereo” ci dirigiamo verso questo sconfinato mondo dell’alta quota, passeremo tre giorni nel cuore pulsante della montagna.

Splende il sole e non c’è una nuvola in cielo, gli altri sono già alla prima sosta della Rebuffat. La roccia è calda, infilo le mani in una fessura piena di ghiaccio e neve, finalmente stacco i piedi dal ghiacciaio. Dopo cinque mesi che non arrampico, godo, anche se al momento riesco solo a muovermi come un pachiderma.In cima a questa eccezionale via (la consiglio veramente) godiamo uno di quei panorami per i quali non vorresti mai scendere, non ne capisci il motivo.

E’ venuto il tempo di installare il campo base ai piedi della parete del Mount Blac du Tacul, operazione non priva di fatica per tutta la neve che dobbiamo spalare. Dormire sulla neve non è mai un operazione semplice ma grazie ad un po’ di esperienza riesco a passare un notte incredibilmente tranquilla.

Siamo all’attacco del famoso supercouloir al Tacul, in coda però, due cordate arrancano sopra di noi. I primi tiri di misto su granito sono fantastici! Sembra che le lame e i buchi siano fatti apposta, saliamo veloci ma in sosta tocca aspettare…molto. Usciti dal misto siamo sul ghiaccio e senza ritegno ma con educazione supero la cordata che ci precede, operazione che ci risparmia del poco piacevole ghiaccio in testa. La sezione di ghiaccio è divertente e scopriamo piacevolmente che i gradi dati all’inclinazione del ghiaccio ad alte quote si addolciscono. Nico e Zorro hanno optato invece per il couloir du Diable che attacca a sinistra del supercouloir, anche per loro una bellissima gita come si può notare dalle foto, complimenti anche perchè era la loro prima esperienza sul ghiaccio!

Giusto il tempo di arrivare di nuovo al campo base per godersi gli ultimi raggi di sole, sappiamo che a breve sprofonderemo di nuovo nel gelo, la mattina dopo infatti tutto scricchiola.

Il sole mattutino riscalda il campo e ci permette di sistemare tutto con calma e prepararci ad una discesa molto impegnativa. Fidatevi che avevo più paura di farmi male per fare la vallèe blache con 25 kg sulla schiena in mezzo ad un mare di gobbe che sciare sui 50 gradi.

La sera siamo già tutti di nuovo in macchina verso les Arcs, località sciistica a circa un ora e mezza a sud di Chamonix, il meeting di highline ci aspetta. 5 highline per camminare, 5 highline per viaggiare con la mente e con lo spirito.

Che dire, tanta musica, un’ottima compagnia e molto vuoto. Yeah vez.

Ritorniamo a Chamonix e il gruppo si divide, Carlo e Zorro provano la cima del Bianco con gli sci e io e Nico scaleremo una super via alla Midì. Sogni infranti da un vento a 120 all’ora, i ragazzi devono far marcia in dietro dopo aver strisciato per raggiungere la Vallot ( dentro segnava -13 senza vento), noi invece siamo al sole in falesia. Come si dice: c’è andata di culo.

Un grandissimo grazie a Lucia e Rèdèlè che ha reso possibile questo soggiorno meraviglioso, e poi ovviamente ai compagni di viaggio e a Zorro per le meravigliose foto, sempre in piena. Blesssss

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