arrampicando in Carnia

eric tiro bello con rifugio
con il vento in poppa rifugio lambertenghi

Recentemente ho ripetuto due vie in alpi Carniche, due stile diversi due ambienti diversi due scalate diverse.

La prima è il diedro Enza e Fabio, una classica dell’Avastolt. L’Avastolt è una parete cupa di fronte alla casera Fleons, e si trova risalendo la strada forestale da Pierabech. Tanto la parete incute soggezione tanto i verdi pascoli e l’ambiente che ci circonda ti  rilassano. Questo binomio di sensazioni è alquanto singolare, durante i run out sui chiodi di 25 anni fa’ sentivamo le famigliole allegre che scorrazzavano sui pascoli. Inevitabilmente ti chiedevi perchè cavolo eri li e non con loro. Tuttavia la salita è stata appagante, la roccia meno, ma sicuramente non vai a fare una via del genere per la roccia, la ricerca dell’itinerario e il fiuto per i passaggi e le protezione fanno di questa via un must nel curriculum di un alpinista.

20150607_110251

L’atra via che ho ripetuto è con il vento in poppa sulla torre Carla Maria, nei pressi del rifugio Lambertenghi. Un eccellente qualità della roccia e della scalata portano in cima a questa torre che domina il panorama del Coglians e del Volaia. Lo stile, come le difficoltà sono completamente diverse.  Qui Zanderigo non ha sicuramente risparmiato sugli spit, il che permette di scalare senza troppi pensieri e su una roccia incredibile.

eric secondo tiro con il vento in poppa

Entrambe le vie meritano sicuramente di essere ripetute e ringrazio come sempre gli apritori che con il loro duro lavoro permetto a tutti di godere di queste scalate.

La montagna è in primis libertà, ed è per questo che ho scritto di queste due vie. La decisione di scegliere uno stile di apertura piuttosto che un altro posso essere discutibili all’infinito ma ciò non toglie che la montagna permette a tutti di esprimersi secondo i proprio gusti e desideri. Questo cerco in montagna ma anche al mare, la libertà di esprimere la mia voglia di vivere la natura.

Si dice che la libertà sia fare quello che si vuole fino a quando non si danneggiano gli interessi altrui e si rispetta l’ambiente ( che poi farebbe parte degli interessi altrui ma ogni tanto ho dei dubbi) , e a parte qualche via di Roberto la cosa è perfettamente valida in montagna!

grazie come sempre ai soci di scalata per le favolose giornate assieme 🙂

peace and rock!

Marco ” rasta” Milanese

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cascata col dei bos

foto 5

Le meravigliose giornate di questo inverno hanno permesso di girovagare parecchio. Tra lavoro e passione, ho la fortuna di andar spesso per monti ed è proprio durante una ciaspolata in 5 Torri che noto questa linea. Non ci volevo credere, sono tanti anni che faccio ghiaccio nella conca ampezzana ma di quella cascata, incastonata nel canale del Col dei Bos non avevo minimamente nessuna notizia.

Una curiosità quasi fastidiosa mi spinge lungo il sentiero e poi lungo il canale, ma è quando sto per uscire dal primo tiro che capisco che le nostre possibilità di riuscita schizzano alle stelle. Manca solo un tiro nel canale per vedere la cascata, sperando sia attaccata a terra e non sospesa. Non c’è la faccio ad aspettare Leo in sosta e appena passa un piccolo passaggio di misto partiamo in conserva. La cascata è attaccata! ed è anche molto grossa. CI mangiamo i due meravigliosi tiri al sole e in un batter’d’occhio siamo in cima.

WOW! quasi tutto troppo veloce. Che dire, una giornata spettacolare in eccezionale compagnia non mi serve altro.

La Cascata dei Bos si trova a 1 km prima del Passo Falzarego, arrivando da Cortina. Questa cascata offre un eccezionale concentrato di difficoltà e ambiente a due passi dalla macchina.

La facilità di accesso e anche di discesa permettono di affrontare questa cascata in modo abbastanza semplice. La cascata è visibile solo per la parte superiore e unicamente da due tornanti all’altezza del parcheggio degli impianti delle 5 torri. Il luogo migliore tuttavia rimane il lago Bài de Dònes, guardando la partenza della seggiovia delle 5 torri dirigersi a sinistra per tracce e sentiero, dopo 100 metri circa si arriva al lago.

Cascata dei Bos

Questa cascata offre un eccezionale concentrato di difficoltà e ambiente a due passi dalla macchina.

La facilità di accesso e anche di discesa permettono di affrontare questa cascata in modo abbastanza semplice. Il primo tiro è molto bello e ingaggioso mentre la parte alta è puro godimento, la parte alta è addirittura al sole! Che dire, una cascata da non mancare.

ACCESSO GENERALE

Parcheggiare 1 km prima del Passo Falzarego, arrivando da Cortina, presso la casa cantoniera “Ra Nona”.

ACCESSO

Seguire il sentiero 412 che attraverso il bosco porta su una vecchia strada militare che costeggia tutta la montagna, da qui proseguire verso la Tofana fino ad una galleria. Subito prima della galleria girare a sinistra e iniziare a costeggiare le pareti fino all’imbocco dell’evidente ed unico canale. 1 h

Itinerario:

la salita è composta da tre parti:

– primo tiro di misto/dry che può essere affrontato sia direttamente con piccolo strapiombo o a destra su una fessura. Entrambi gradati M7, lunghezza 20 metri, sosta su due chiodi.

– canale con un breve passaggio di misto, fattibile anche qui sia a destra che a sinistra del masso incastrato. Sosta su ghiaccio alla base della cascata, eventuale tratto in conserva sul canale poco ripido.

– primo tiro di ghiaccio 40 metri WI5  sosta su ghiaccio e spit

– secondo tiro di ghiaccio 40 metri WI5 sosta su friends, oppure fermandosi per tempo su ghiaccio.

Discesa;

per la discesa la soluzione migliore è nascondere gli zaini durante l’avvicinamento all’altezza della galleria sulla strada militare. Una volta arrivati in cima non rimane che scendere a piedi verso le Tofane e ritornare tranquillamente alla galleria.

Note

La cascata è visibile solo per la parte superiore e unicamente da due tornanti all’altezza del parcheggio degli impianti delle 5 torri. Il luogo migliore tuttavia rimane il lago Bài de Dònes, guardando la partenza della seggiovia delle 5 torri dirigersi a sinistra per tracce e sentiero, dopo 100 metri circa si arriva al lago.

Materiale

Friends fino al 2 BD ( giallo), viti da ghiaccio e NDA. per quanto riguarda i chiodi è a discrezione, gli unici due chiodi presenti sono quelli della prima sosta. Lungo il primo tiro ci si protegge a friends.

 

 

 

TRE STORIE….. di sci, di neve e di quella strana, insolita grazia VOL II

mangar

Eccezionale salita al Mangart d’inverno.

Di Saverio D’eredità

“Niente come la neve ci riporta la cifra delle stagioni, del tempo che passa, il senso di un ritmo profondo. Porta la grazia sopra ogni cosa e ciò che era brutto e triste, o semplicemente grigio, si riscatta.”

VOL II . Una questione di passi

Un piccolo morso al polpaccio arresta i miei passi, avvertendomi che dopo 1700 metri di dislivello a ritmo tambureggiante è lecito andare fuori giri. Mi fermo, lasciando passare avanti i compagni ben contenti di poter andare a riempire di orme la cima ancora intatta. La cosa non mi spiace, perché dopo un po’di ore posso tirare il fiato e guardarmi indietro.

Il sole invade la conca di Fusine erodendo la scorza dell’inverno, aprendo una prima breccia sulla superficie gelata del lago a liberarla da mesi di prigionia bianca.  Ci vorrà ancora un po’prima che venga sgomberare la neve dalla croce di vetta, che emerge superstite quale relitto di un mondo passato. E anche noi ci aggiriamo sulla cupola del Mangart come i primi uomini sbarcati nel mondo nuovo. Seduto sulle tavole degli sci, ammiro l’opera dell’inverno che appare come svelata in questa giornata tersa. Adoro l’inverno perché esso sovrasta ogni cosa, colmandola, sommergendola, livellandola. Come una marea lenta ed inesorabile ricopre tutto, smorza le asperità, plasma le forme. Niente come la neve ci riporta la cifra delle stagioni, del tempo che passa, il senso di un ritmo profondo. Porta la grazia sopra ogni cosa e ciò che era brutto e triste, o semplicemente grigio, si riscatta. Come queste giornate infinite, in cui la montagna ti entra dentro come un fiume in piena.

Mangart_via nord

Sono forse queste le scialpinistiche da cui traggo più soddisfazione. Quando l’idea nasce fulminea come un’intuizione e ti rode lentamente come un tarlo. Allora si iniziano a studiare i bollettini anche in lingue sconosciute, si fanno tarature di isobare e temperature, ragionando su esposizioni e stratigrafie, effettuando ricognizioni non dichiarate e comparazioni tra itinerari simili. Più che sci alpinisti ci si sente generali alle grandi manovre, oppure giocatori d’azzardo. Per dei dilettanti come noi, del resto, tentare un Mangart fuori stagione è proprio una scommessa. Ma è da qui che nasce la soddisfazione. Sentire la concentrazione crescere già dalla sera prima, soppesare i materiali, quindi uscire in albe altrimenti riservate agli animali, i panettieri e i turnisti.

Riguardo indietro i nostri passi. Perché in fondo lo scialpinsimo è una questione di passi. I primi pesanti passi del mattino, lo sguardo rivolto a cime, forcelle, pendii che sembrano appartenere da altri continenti, sentirsi terribilmente stupidi e masochisti nel voler passare ore dentro delle scatole di plastica trascinando gli sci ai piedi. Litigare con i rami di un bosco e compiere acrobazie nel passare letti di torrenti, solo per non togliere gli sci, quasi fosse un disonore. Quindi uscire in spazi aperti, dove larici affogati boccheggiano nella neve. E poi ancora canaloni, creste, cornici, traversi, ognuno una sua storia privata e segreta, ognuno una trattativa tra gli attriti, la gravità e il desiderio. Tutto per due curve disegnate su una tavola bianca.

mangart

Abbiamo solcato vasti deserti di neve portandoci nel cono d’ombra della cupola del Mangart e seguendone la linea più diretta quasi senza dire niente siamo arrivati sulla cima. Anche per oggi i miei sci ormai segnati da ferite insanabili hanno avuto il privilegio di toccare la vetta sulle mie spalle, ma non l’onore di potersi posare sulla neve e iniziare la discesa dalla cima. Anche per oggi mi accontenterò di ciò che ho avuto perché mai come in questi casi è la montagna a lasciare gli spazi aperti e tocca a noi saperli scegliere. Anche per oggi della rinuncia farò una forma di saggezza. Del resto non è la prestazione, il pezzo forte dell’inverno. Rifaremo quindi al contrario la procedura fin qui seguita, la procedura dei passi misurati e cadenzati, uno dopo l’altro marcheremo le nostre impronte a ritroso su quel lenzuolo bianco steso nel cielo di Fusine. Passato anche l’ultimo ostacolo mi decido a rompere gli indugi e mettere gli sci ai piedi. Una prima curva rigida, una seconda malfatta, ed una terza finalmente padrona del pendio mi portano a gran velocità fuori dal cono d’ombra e con una piccola soddisfazione. E nello scivolare sul fondo del torrente che prepara il disgelo sembra quasi che ogni ferita venga sanata, mentre le scie delle nostre curve ricoprono ancora una volta i nostri passi, rendendoli invisibili.