Michelazzi, vecchi racconti e relazioni d’alpinismo

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Stefano Michelazzi nasce a Trieste l’8 gennaio 1966 ed inizia a sperimentare le esplorazioni speleologiche già all’età di 8 anni, accompagnato dal padre appassionato di questa attività.

A metà anni ’80 scopre la passione per l’arrampicata e l’alpinismo in generale che a quel punto diventerà una passione quasi totalizzante.

Nei primi anni ’90 batte in lungo ed in largo le Alpi Carniche, che per la loro vicinanza a Trieste considera montagne di casa, abbracciando l’etica rigida che contraddistingue l’alpinismo di quei monti. Apre una decina di vie nuove e ripete molte vie, anche in solitaria.

Diventare “Ragazzo padre” e crescere sua figlia da solo, lo porta a ridurre l’attività alpinistica ai minimi termini, ma nel 2002 la scelta di abbandonare Trieste ed il “posto fisso”, per “emigrare” sui monti.

Nel 2004 si trasferisce a Trento dove conseguirà il Diploma di Guida Alpina, professione che esercita a tempo pieno, con l’intento non solo di accompagnare ma anche di formare la cultura di rispetto della montagna.

Ha al suo attivo oltre 60 nuove salite e nuove varianti tra Dolomiti e Alpi Carniche e circa 1000 ripetizioni di cui molte in solitaria. Ha pubblicato nel 2010 la guida: “Emozioni Dolomitiche” e nel 2013 “Emozioni verticali”

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Vi lascio ora al racconto di Stefano, tra ricordi passati, emozioni verticali e persone che sono passate tra le montagne friulane.

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Quel giugno del 1979 la neve non voleva saperne di mollare…

Arrivammo alla Colonia estiva di Pierabech, che all’epoca era gestita dall’Opera figli del popolo di Trieste, ed indossammo tutto ciò che avevamo per ripararci un po’ dal freddo intenso.

I giorni seguenti la situazione meteo si ristabilì e come per incanto la neve si sciolse in breve tempo lasciando spazio ad una delle più belle estati della mia vita.

Un po’ perché a 13 anni cominci a diventare grande e l’anno dopo non fui più lo stesso ragazzo di quei giorni, un po’ perché da lì parti la mia passione per il salire le montagne.

Fu proprio a metà del giugno ’79 che un gruppetto di noi ragazzi, scelti fra quelli ritenuti più idonei, accompagnati da 3 assistenti ed il direttore della Colonia estiva, salì la normale alla cima del Monte Volaia.

Fu una salita epocale, nulla ci venne risparmiato.

Verso i due terzi il tempo cambiò improvvisamente e giunti in cima, ci ritrovammo nel mezzo della tempesta con acqua che scorreva ogni dove e fulmini che ci saettavano attorno, scaricandosi sui muri calcarei e dandoci ogni tanto una scossetta che ci faceva sussultare, mentre con attenzione ma il più velocemente possibile, perdevamo quota.

Nessuno di noi cadde nel panico, malgrado la paura ci fosse, eccome…

Una provvidenziale cavernetta di postazione sentinella della prima guerra ci offrì un minimo di riparo e potemmo aspettare quindi che l’inferno finisse di scatenarsi per riprendere la via del ritorno, bagnati fradici, infreddoliti ma felici di essere giunti lassù.

Oggi a distanza di tanti anni e con la coscienza di alpinista oltre che di Guida Alpina, mi fa rabbrividire, il pensare a quali responsabilità si presero i nostri accompagnatori…

Dieci anni più tardi, quelle stesse montagne divennero il mio terreno di gioco preferenziale per ciò che sarebbe diventato il mio alpinismo.

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Indiscusso capo-scuola dell’alpinismo carnico, era in quegli anni il tolmezzino Roberto Mazzilis promotore di una serie di regole non scritte, le quali rendevano il salire le pareti un gioco con un’etica piuttosto severa:

niente spit, pochi chiodi, difficoltà elevate.

In quest’etica anch’io mi rispecchiai e salii in questo stile moltissime vie classiche e moderne, spingendomi anche oltre e ripetendo diverse salite in free-solo, altro stile che in quegli anni cominciava a diventare una realtà.

Tra una ripetizione e l’altra intervallavo con qualche nuova salita, un alpinismo di ricerca, dunque, che ancora oggi è lo stile che più amo.

Tra la decina di nuovi itinerari che ho avuto modo di imprimere nelle rocce carniche, tra i quali “Arcobaleno” sulla sud del Monte Casaro aperta in free-solo (soltanto scarpette e sacchetto del magnesio…) le due che più mi stanno a cuore sono “Valentina” del 1993 alla sud della Torre Ravascletto, dedicata a mia figlia di un anno appena e nata dopo un’esplorazione di due anni prima sul versante est, aprendo la mia prima via nuova, e “Lucia” sulla sud della Torre Gennaro entrambe nel gruppo del Monte Peralba..

La Lucia gestiva il rifugio “Sorgenti del Piave” e malgrado un modo di fare piuttosto chiuso e riservato è stata in quegli anni, quando giovani e senza un soldo scalavamo rocce e sogni, il punto di riferimento per me e per molti altri alpinisti, tra i quali il feltrino Pier Verri col quale molte volte ci si incontrava al rifugio.

Una mecenate sicuramente, dei giovani alpinisti che frequentavano all’epoca la zona. Tutti senza un soldo (a volte arrivavo lassù in pullmann che costava poco, partendo poi a piedi da Sappada, carico come un asino, perché soldi per la benzina neanche a sognarli…) ma pieni di grandi progetti come tutti i giovani…!

Ringraziarla per il posto letto sempre a disposizione e per la cena che ogni tanto arrivava pure quella, nel modo in cui potevo meglio esprimere la mia gratitudine, mi sembrò il minimo!
Sono ormai quasi vent’anni che non torno più da quelle parti, purtroppo, la vita e le scelte fatte, mi hanno tenuto lontano dalle montagne che ho tanto amato, e dalle persone che hanno rappresentato quel periodo, ma i ricordi di quegli anni sono rimasti indelebili e le loro rocce ogni tanto mi fanno ancora compagnia, quando con la mente ripenso alle cose belle della mia vita!

Di seguito trovate due relazioni di vie aperte da Stefano nei lontani anni novanta.

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 Grazie infine a Stefano per l’articolo e per le relazioni, buone salite a tutti.

Marco

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arrampicando in Carnia

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con il vento in poppa rifugio lambertenghi

Recentemente ho ripetuto due vie in alpi Carniche, due stile diversi due ambienti diversi due scalate diverse.

La prima è il diedro Enza e Fabio, una classica dell’Avastolt. L’Avastolt è una parete cupa di fronte alla casera Fleons, e si trova risalendo la strada forestale da Pierabech. Tanto la parete incute soggezione tanto i verdi pascoli e l’ambiente che ci circonda ti  rilassano. Questo binomio di sensazioni è alquanto singolare, durante i run out sui chiodi di 25 anni fa’ sentivamo le famigliole allegre che scorrazzavano sui pascoli. Inevitabilmente ti chiedevi perchè cavolo eri li e non con loro. Tuttavia la salita è stata appagante, la roccia meno, ma sicuramente non vai a fare una via del genere per la roccia, la ricerca dell’itinerario e il fiuto per i passaggi e le protezione fanno di questa via un must nel curriculum di un alpinista.

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L’atra via che ho ripetuto è con il vento in poppa sulla torre Carla Maria, nei pressi del rifugio Lambertenghi. Un eccellente qualità della roccia e della scalata portano in cima a questa torre che domina il panorama del Coglians e del Volaia. Lo stile, come le difficoltà sono completamente diverse.  Qui Zanderigo non ha sicuramente risparmiato sugli spit, il che permette di scalare senza troppi pensieri e su una roccia incredibile.

eric secondo tiro con il vento in poppa

Entrambe le vie meritano sicuramente di essere ripetute e ringrazio come sempre gli apritori che con il loro duro lavoro permetto a tutti di godere di queste scalate.

La montagna è in primis libertà, ed è per questo che ho scritto di queste due vie. La decisione di scegliere uno stile di apertura piuttosto che un altro posso essere discutibili all’infinito ma ciò non toglie che la montagna permette a tutti di esprimersi secondo i proprio gusti e desideri. Questo cerco in montagna ma anche al mare, la libertà di esprimere la mia voglia di vivere la natura.

Si dice che la libertà sia fare quello che si vuole fino a quando non si danneggiano gli interessi altrui e si rispetta l’ambiente ( che poi farebbe parte degli interessi altrui ma ogni tanto ho dei dubbi) , e a parte qualche via di Roberto la cosa è perfettamente valida in montagna!

grazie come sempre ai soci di scalata per le favolose giornate assieme 🙂

peace and rock!

Marco ” rasta” Milanese

TRAPEZISTI

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“Quando apri la mente, liberi la tua vita.

Quando liberi i tuoi occhi, eterno è il premio.”

SOAD

Con enorme piacere condivido questo scritto di Nicola Narduzzi su uno degli itinerari più affascinanti delle Alpi Giulie, la cresta integrale del gruppo del Canin in versione invernale. Complimenti a tutti!

Il tempo è trascorso. Lo sento nell’aria, non più gelata da bruciare i polmoni. Lo avverto nel calore dei raggi del sole ormai alto nel cielo. Lo vedo nelle gemme degli alberi, pronte a sbocciare per donare nuova vita e colore dopo il freddo grigiore invernale. Una fitta di tristezza mi accompagna mentre i lampioni illuminano il parabrezza dell’auto, lanciata nell’alternanza di luce e ombra di un’anonima strada di periferia. Come sabbia tra le dita il tempo è passato finché non mi sono ritrovato di nuovo qui, a casa, con la sensazione di aver perso qualcosa. In queste giornate terse del tardo inverno anche le montagne sembrano tristi così, tese in un’inutile attesa della dama bianca. Eppure forse non è nemmeno questo il vero problema, forse il tempo non è l’unica cosa persa. Con la mente imprigionata in una gabbia di svogliatezza e pigrizia vago senza meta nella città del ritorno. Nel senso di solitudine che solo luci e palazzi possono dare, mi rendo conto che nella gelida ombra dell’ovest ho smarrito anche la sorgente dell’incanto, quella fame che dava sapore e il giusto valore ad ogni cosa. Perso in questa palude un messaggio criptico di Saverio mi risveglia un po’: “Tira fuori lo Steve House che c’è in te…” Mi viene da sorridere, ormai sa che è facile attirare la mia attenzione.

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A volte basta davvero poco per essere felici. Un paio di scarponi e bastoncini, le braccia che spingono e le gambe che si muovono, con la neve dura che scricchiola al tuo passaggio. Il mondo ridotto a un piccolo cono di neve illuminato dalla frontale, la sagoma scura di una grande montagna sopra di te e nient’altro. Nessun pensiero, niente a disturbare la perfetta essenzialità del momento. Spengo la frontale e lascio che gli occhi si abituino gradualmente all’oscurità. Pian piano riesco a distinguere l’enorme mole della Baba Grande stagliarsi contro il cielo stellato e la chiara linea del canale da seguire. Pochi minuti dopo mi ribalto armato di zaino e ramponi dentro la botte rossa del bivacco semi sommerso dalla neve, seguito a breve da Stefano e Saverio.

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Il fornelletto a gas fornisce del prezioso calore alla nostra piccola dimora, eppure la porta rimane aperta, la notte è troppo bella per non essere ammirata. Avvolto nel sacco a pelo, cercando di trattenere un po’ di caldo, guardo le luci lontane dei paesi giù in valle e la trama delle stelle che ci sovrasta. Avevo bisogno di tutto questo: sapere di essere gli unici uomini nel raggio di chilometri,  fuori da tutto, sapere che domani sarà una grande giornata e immagazzinare tutta l’energia potenziale necessaria. Penso a domani, penso ai mesi trascorsi che mai mi sono sembrati così lontani e, finalmente sereno, mi addormento.

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I primi raggi del sole nascente che ci accolgono sull’ampio pendio dello Slebe sono la promessa di una giornata limpida. La neve è dura e trasformata, il massimo per salire rapidamente il facile tratto iniziale. Bisogna andare veloci finché la cresta ce lo consente, guadagnare tempo prezioso da spendere nell’affilato tratto che precede il Porton Sotto Canin. Dai pendii resiani del Laska Plagna degli stambecchi ci guardano, probabilmente chiedendosi chi sono questi usurpatori di terreni che non gli competono, prima di impartirci una lezione di sci ripido gettandosi a capofitto lungo la massima pendenza.

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Dopo il Cerni Vogu la cresta si assottiglia. Sotto di noi compaiono salti di rocce verticali, sopra i quali la neve si affila a fare da spartiacque. Una prima calata ci porta sul filo di questa lama di coltello. Da che lato conviene scivolare? A sinistra un salto di trecento metri ci separa dai prati resiani, a destra i ripidi pendii dell’altopiano del Canin, più vicini eppure ancora lontani. Saverio li guarda e cerca di sdrammatizzare: “In fondo magari non è un altezza per la quale si può morire.” Magari anche si, però. Istintivamente le dita si serrano attorno al manico della picozza, e la pianto ancora più saldamente nel pendio. Come trapezisti seguiamo la sottile linea che separa il successo dal disastro, la corda a volte legata in vita, ma più spesso lasciata nello zaino. In fondo la “conserva creativa”, come la chiama Saverio, a volte mi sembra più un conforto psicologico che una reale rete di sicurezza contro gli effetti di una scivolata sgradevole. Una seconda calata ci deposita su un ripido pendio di neve non ancora assestata. Quasi strisciando mi porto su una sella lungo il crinale, ormai solo un breve tratto di misto ci separa dal punto più basso della nostra cavalcata. La tensione cala, ormai manca un breve tratto in piano all’inizio della lunga risalita verso il Canin Basso e Saverio sicuro apre la strada sul filo di cresta. Improvvisamente si ferma, la montagna ci gioca un ultimo scherzo a pochi passi dalla fine delle difficoltà: la cresta si assottiglia, la neve scompare mettendo a nudo una liscia schiena di roccia. Saverio prova a fare un passo ma non se la sente e mi cede il posto. Senza troppa convinzione provo anche io, ma lascio subito stare: la corda ricompare dallo zaino e il fastidio è presto evitato.

Intanto le nuvole che gradualmente si sono alzate dal fondovalle ci hanno avvolto. Il calore dei raggi del sole è solo un ricordo e solamente il movimento garantisce protezione dal freddo. Ormai dispersi nella nebbia fitta non possiamo fare altro che salire, lenti, distrutti, verso quella cima che da qualche parte sopra di noi ci aspetta. Nonostante la scarsa visibilità riesco a riconoscere il posto dove ci troviamo: ero già stato qui due anni fa, in una tersa giornata d’autunno con un freddo sole a baciare le cime imbiancate dalla prima neve. Non era questo il pendio dove esce la via resiana? Cazzo quanto manca allora! Cerco di racimolare la concentrazione necessaria per evitare un errore: sotto di noi so esserci l’infinito scivolo definito dagli scialpinisti la “white magic line” del Canin, anche se al momento possiamo solo intuirla.

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Guardo il pendio che scompare nella nebbia pochi metri sotto di noi. Come dev’essere scivolare verso il basso nel nulla? Cosa si prova a sparire, semplicemente non esserci più da un momento all’altro?  Quanto può essere facile smettere di lottare, solo appoggiarsi al pendio e arrendersi? A un certo punto Saverio si ferma, si accascia sulla picozza. Io faccio lo stesso, ansimando fortemente, mentre mi guarda e chiede: “Manca poco vero?” Vorrei potertelo dire con certezza Sav, davvero vorrei saperlo. “Ormai ci siamo, che quella specie di costa rocciosa che si intravede è la cima” La fine di questa agonia. In questa situazione, con le gambe pesanti e il cuore che sembra esplodere nel petto una piccola bugia ha più valore della verità. Anche se mancasse tanto, ormai non abbiamo scelta. Possiamo solo andare avanti sospesi in questo vuoto grigiore, e prima o poi anche questa montagna avrà una fine. Otto ore, sono solamente otto ore che ci muoviamo! Cosa si prova, Steve? Cosa succede dopo 60 ore di salita sui fianchi di un gigante come il Denali? Cosa hai trovato negli abissi della tua anima che solo la Diretta ceca poteva tirar fuori? Dove hai trovato la forza di andare avanti quando tutto il tuo corpo chiedeva solo di mollare? Il vento inizia a soffiare più intensamente, segno che forse la cima davvero non è lontana. Un passo dopo l’altro andiamo avanti finché non compare un palo di legno, la fine della cresta, il nostro obiettivo. Quassù, sul punto estremo dei nostri sogni, Saverio si butta per terra. Un gesto che vuol dire più di mille parole: vuol dire gioia, liberazione, freddo, sete, rabbia. Poco dopo arriva anche Stefano, ci sorridiamo: sorrisi stanchi e tirati ma carichi di significato. Neanche la promessa infranta dei raggi del sole nascente ha molta importanza ormai. La consapevolezza del viaggio appena percorso è l’unico calore contro il vento gelido che mi fa tremare e impone una sosta breve, prima di affrontare la discesa.

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Quanto manca a Forcella Tedesca? Domanda inutile, stupida. Eppure, non posso esimermi dal porla alla nebbia attorno a me. Avevamo iniziato la discesa fiduciosi di un rientro rapido alla normalità, ma la realtà dei fatti aveva mandato a rotoli i nostri programmi. Pericolosamente in equilibrio su ripidi pendii, coperti da una neve più vicina allo stato liquido che a quello solido, avevamo ancora una volta penzolato da uno spuntone provvidenziale per tirarci fuori dai casini, ma adesso nessuna corda può aiutarci a guadagnare metri in questo infinito traverso. Sprofondando passo dopo passo, con la testa bassa ed in silenzio avanzo sull’ennesimo pendio nevoso. Mutismo e rassegnazione, condito da una buona dose di quel menefreghismo che accompagna gli stadi più avanzati della fatica, sono l’unica soluzione. Non so bene dove sono, e ormai non me ne frega neanche. So che devo andare avanti e il corpo esegue come un automa. Quanto manca? Cento passi o mille ha forse importanza? Guardo le punte dei ramponi, libero la mente e vado avanti. Con le gambe pieni di acido lattico, svuotate di ogni energia, ogni cedimento della neve sotto il mio peso è come una coltellata. Vaffanculo Steve. Vaffanculo a te, e a tutte le tue cazzate sulla consapevolezza. Vaffanculo a te, e alla fatica. La realtà è che fa solo male.

Durante una vaga schiarita sento Stefano e Saverio chiamarmi, mi volto e li vedo indicare la linea di cresta che li sovrasta: forcella Tedesca è sopra di loro, nello sconforto l’avevo superata di una ventina di metri senza accorgermene!

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Le luci di Sella, incassate tra i ripidi pendii che coronano la Raccolana, si fanno sempre più vicine. La neve appena battuta delle piste è ancora morbida e si lascia scalfire facilmente dagli scarponi in una quasi piacevole corsetta verso la fine del viaggio. Sopra di noi le nuvole hanno ceduto il posto alla volta celeste, interrotta dinanzi a noi dalla bastionata del Montasio. Guardando tutto questo, respirando l’aria fredda, sentendo le gambe pesanti andare ancora avanti, lascio scivolare via la gabbia in cui mi ero rinchiuso e finalmente mi sento libero. Nella perfetta bellezza del momento, oltre la fatica e il freddo, oltre la monotonia della quotidianità e le incertezze del futuro trovo il mio punto fisso, assaporo la profondità di quanto vissuto e, finalmente, sento di essere davvero tornato a casa. Forse non avevi tutti i torti, Steve. In fondo proprio queste 12 ore sono il motivo di questa percezione più acuta delle cose, di questa visione d’insieme più nitida. Eppure tutto ciò dura un attimo, e improvviso come è arrivato scompare. “Qualcosa m’hanno detto la sera e la montagna, ma l’ho perduto.” scrisse Jorge Luis Borges.

Alla discesa seguirà un ritorno, e poi  un altro ancora, per provare a ritrovare quanto perduto, alla continua ricerca di qualcosa che forse non esiste, se non per un breve istante nella mente di un trapezista in equilibrio precario sulla cresta di una montagna.

Montasio in veste invernale

in tre nel canale findenegg. Montasio

A voi le impressioni di questa bella gita del nostro maestro di sci preferito!

Viste le condizioni della neve poco favorevoli allo scialpinismo ed al freeride, il mountain experience si è dato all’alpinismo invernale! Marco Milanese, la Guida Alpina del Sella Nevea Mountain Experience ha proposto una meta impegnativa; lo Jof di Montasio. Salendo per il canale Findenegg e scendendo per la scala Pipan ( la normale). Un bellissimo giro con vista sulla Val Dogna e la Val Saisera. Arrivati in cima si dominano i piani del Montasio e l’occhio può spaziare su tre paesi diversi ITALIA, SLOVENIA e AUSTRIA. E stata una bella avventura con ottima compagnia e spirito.

Grande Livio e complimenti a Saverio e Nicola per questa circumnavigazione di una montagna simbolo del Friuli.

RICORDI E SOLITUDINE

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Che non sarebbe stata una bella giornata l’ho capito subito. L’ultimo giorno di alta pressione del periodo doveva essere oggi. Ancora un giorno di sole terso e aria limpida. Sole autunnale che riscalda anche in quota. Invece nubi. Nebbia. Aria umida. E freddo. In autogrill incontro un amico virtuale. Magia della tecnologia della nostra epoca. Partiamo dallo stesso posto ma abbiamo obbiettivi diversi. Io sto cercando di dare un senso a questa mia estate balorda e ho voglia di roccia. Di un’ultima, seppur facile, arrampicata in quota. Loro più a nord calcheranno una delle più belle cime delle nostre alpi carniche. I baffi di sereno che si intravedono alti oltre l’Amariana invitano a proseguire verso nord. Forse sopra una certa quota e oltre la cresta di confine il sole si farà vedere. Forse. Ma oggi non sono ne di compagnia ne per un’escursione. Devo toccare la roccia. Devo sentire il ruvido calcare sotto le mani e veder il terreno che resta fisso in basso, immobile mentre io salgo verso il cielo. Le foto su facebook poi mi diranno che anche sulla Creta Aip imperversavano le nubi e le facce incrostate di ghiaccio degli amici virtuali si intonano appieno al mese in cui siamo. 3 novembre 2011. Festa di San Giusto. Patrono di Trieste. Un obbligo, quasi un dovere passarlo per monti.

Decido che oggi il meteo non sarà un fattore limitante. Almeno fino all’attacco. Deciderò allora che fare. Ma so già, dentro di me, che per non attaccare oggi servirà un qualcosa di più di un poca di nebbia o di freddo. Solo un abbondante dose di vetrato potrebbe fermarmi. Non sono attrezzato per salire su vetrato e in ogni caso non è quello che mi interessa. Ne tecnicamente ne come rischio. Oggi non cerco il difficile. Oggi voglio correre sulla roccia. La voglio accarezzare. Voglio immergermi nel panorama di quelle montagne da cui manco da troppo tempo. Ritrovare quella cima su cui già sono stato anni fa con Lauretta per la sua via più bella e famosa. E anche più difficile.

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Al parcheggio sono solo. Non potrebbe esser diversamente. Non è previsto incontro con esseri umani oggi. Giovedì feriale per gli amici friulani e tempo che invita a star davanti al fogolar. Senza pensarci troppo cambio le scarpe e parto. Lo zainetto è semi vuoto. il materiale tecnico si riduce a casco e scarpette. Solo il piumino leggero fa sentire la differenza di volume e fa ricordare la stagione autunnale. Non è tempo per star a guardare molto il panorama. Solo alberi e segni bianco rossi si offrono allo sguardo. Il resto è nebbia e rugiada. Il sentiero scorre veloce. Ricordi di altri tempi. Altre persone. Ricordi belli. Ricordi brutti. Il rifugio, le pareti soprastanti nascoste oggi allo sguardo. Non mi fermo se non per un sorso di acqua e continuo verso la forcella. Ora il terreno lo conosco meno, ma i ricordi insistono. La nebbia diventa sempre più fitta. Nel versante nord lingue di neve dura interrompono la monotonia del sentiero. Orme provvidenziali mi permettono di continuare al mio ritmo, senza il bisogno di rallentare per passare in tranquillità l’ostacolo. Forca Nuviernulis, di nome e di fatto oggi. Rallento un attimo per veder dove attacca la Bulfoni. Non si vede la parete. Però so che sono meno di 20 metri dal sentiero. Non distinguo nemmeno l’attacco della Feruglio. Continuo quasi di corsa sperando che nel versante sud le cose siano migliori. Venticello freddo in forcella ma niente vetrato in nessun posto. Scendo e poi riprendo subito a salire. La roccia è fredda quando ci passo vicino. Rallento per dar modo al mio corpo di scrollarsi di dosso fatica e sudore. Trovare l’attacco non sarà un problema oggi. Un bel bollo rosso lo segna. La via in condizioni estive è caratterizzata da roccia ottima e difficoltà basse. Molto basse anche per uno come me che in arrampicata è mediocre. Mi fermo alla base. Della parete vedo si e no 20 metri. Senza bollo rosso direi che oggi non avrei trovato l’inizio se non con estrema difficoltà. Decido subito che oggi le scarpette non è il caso di metterle. Troppo freddo. La roccia però è asciutta. E sopra il tempo sembra migliore … lascio alla base tutto quello che non mi serve per arrampicare. Porto solo una barretta e la macchina fotografica. Il magnesio inutile direi oggi, che doveva servire per qualche bella foto alla pantera resta giù pure lui. Porto dietro le scarpette, non si sa mai, guanti e berretto di riserva. Do un ultimo sguardo all’orologio. È presto. Tanto presto. Eppur non sono partito presto da casa e mi son pure fermato a mangiar per strada.. parto. Il passo più duro da relazione è subito qua sopra. Lo passo di corsa come di corsa faccio i successivi 50/60 metri. Il fiato si rompe. Ansimo. Penso che se non rallento non arrivo su vivo o forse non ci arrivo proprio. Metto i guanti perché le mani sono congelate e le dita non hanno sensibilità e faccio un altro pezzo. Più piano ma forse sempre di corsa. Fa un certo effetto esser qua solo in mezzo alla nebbia di novembre in un posto che già d’estate non è di sicuro affollato. So che se mi faccio male con questo tempo non ho nessuna possibilità di aspettare i soccorsi neppure per poco tempo. Soccorsi che nessuno manderebbe. Nessuno sa che sono qua. Nessuno sa che sono in montagna. Fino a lunedì nessuno saprebbe del mio problema e chi sa poi se al lavoro si farebbero le giuste domande. Qua a pochi km in linea d’aria dalla pianura friulana sono solo. Non credo neanche che il telefonino prenda. E poi da solo se ti fai male non è detto che lo puoi usare. Sono solo, come oggi volevo essere. È questo tutto il fascino di andar per monti da soli. Sai che non puoi sbagliare. Che ogni movimento va pesato e meditato. Anche quando corri. Puoi contare solo su te stesso. In piena sintonia con tutto il mondo attorno. Questa salita può quasi esser considerata banale tecnicamente. ma il fascino di esser qua da solo non ha prezzo.

Tolgo e metto i guanti diverse volte a seconda del passaggio. Anche sul 3 grado ci sono appigli svasi a volte. Il ritmo non cala. Passo la cengia dove si può uscire sulla normale. Verso l’alto intravedo che le nubi sono meno fitte. Le difficoltà calano e diventano meno continue. Il ritmo aumenta. A 10 metri dalla cima, ormai sulla cresta orizzontale devo fermarmi per capire come passare un gendarme. Brutta cosa l’ipossia. Cima. Dopo 10 anni. L’adrenalina scende. Tiro il fiato. Un paio di foto. Visibilità 30 metri. Ma rispetto a sotto è bello e caldo. La discesa l’ho già fatta, ma non ricordo niente del percorso. Trovarla è peggio che salire. Alcuni passaggi sono molto belli. E la roccia è stupenda. A volte arrampicare sul secondo e terzo da belle soddisfazioni. Rientro nella nebbia fitta. Perdo e ritrovo la strada per scendere alcune volte. Sempre di corsa o quasi arrivo alla base. Ora il programma prevede la salita alla normale del Sernio. Ma la tensione scende. Il freddo aumenta. Sono in movimento da 3 ore. Dovrei mangiar e riposare. Troppo freddo e umido per stare fermi. Non si vede niente. Un altro ricordo alla mente. Un ricordo brutto di qualcosa successa su quella normale. Decido che per oggi ho fatto abbastanza. Metto tutto nello zaino e riparto in discesa. Piumino e berretto indossati. La Crete del Serenat oggi non fa fede al suo nome e si cela allo sguardo. Al rifugio faccio merenda. Un po’ di frutta secca mentre bevo l’acqua della sorgente. Quanta pace in queste montagne immerse nella nebbia che precede il gelo invernale.

Attorno brevi tappe della mia vita. Nella testa ancora tanta voglia di lasciare il segno sulle montagne del mondo.

TORRE NUVIERNULIS

VIA DEGLI AMICI

3/11/2011

Mass Espo.

AD UN PASSO DI DISTANZA “ovvero come finirsi in due giorni e vivere felici“

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A voi il racconto di Nicola Narduzzi, dove la musica accompagna due grandi classiche dolomitiche, e riempie il cuore.

Prego procedere ascoltanto la musica dal video sottostante e iniziare a leggere. Yeah!

Un rumore stridulo rompe il silenzio che avvolge la stanza. Lascio passare un lasso di tempo che non saprei quantificare, prima di rendermi conto che la sveglia mi chiama fuori dall’accogliente tepore delle lenzuola. Con il braccio tasto il buio attorno a me, fino a che non riesco a interrompere questo supplizio. Un pensiero, come una corrente elettrica, accende improvvisamente il cervello: oggi si arrampica! Pochi minuti dopo una frugale colazione sono pronto per spegnere le luci, aprire la porta di casa e tuffarmi nell’oscurità del cortile. Nonostante la sveglia brusca, il primo passo fuori casa verso una parete è sempre un momento intimo e particolare: non è ancora mattina, non è più notte; il primo chiarore che precede l’alba compare sulle creste ad oriente, mentre in cielo le stelle ancora brillano. L’aria fresca di una strana estate fa rabbrividire mentre salgo in macchina. Giro la chiave, gli occhi abituati al buio vengono disturbati dall’accensione del quadro elettrico e la radio comincia far girare un cd. L’aria si riempie di musica:

This is how I show my love

I made it in my mind because

Mi avvio lungo la strada deserta, a quest’ora la guida è un piacevole momento di riflessione che consente alla mente di focalizzarsi sulla meta.

This is how an angel dies

Blame it on my own sick pride

Sarà abbastanza buono il tempo? Verso le montagne diversi banchi di nuvole scuotono le mie certezze fondate su previsioni ottime. Sarò all’altezza? Su ogni cima penso di aver trovato la mia risposta, ed ogni nuovo giorno invece ricomincio da zero.

Maybe I should cry for help

Maybe I should kill myself

Dietro di me la luce del crepuscolo inizia ad infiammare il cielo, le Prealpi si dischiudono davanti a me: una bellezza lontana e primordiale che osservo distaccato, quasi senza percepirla. La mente è altrove, completamente catturata dal perfetto spigolo che ci aspetta laggiù, sopra la Val Zoldana.

Sail with me into the dark, sail with me into the dark

Sail with me, sail with me

Il piano è semplice: salire lo spigolo Strobel in Bosconero, spostarmi a Cortina e il giorno dopo salire la Costantini-Apollonio al Pilastro di Rozes. Un lungo cammino attraverso pendii ghiaiosi e ottima dolomia, due giorni nel cuore delle Dolomiti. Forse stavolta me la sono cercata, eppure  48 ore di tempo decente non potevano andare sprecate. Con una buona dose di spacconeria ho rassicurato Saverio che non avrei avuto problemi a condurre sul giallo dolomitico della Rozes nonostante una via già alle spalle, e nelle braccia. Se questo atteggiamento abbia solide fondamenta pratiche lo scoprirò tiro dopo tiro. Meglio pensare ad un passo alla volta. Finalmente mi incontro con Federico, mio compagno in questa prima giornata: il viaggio può iniziare.

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La larga fessura incombe sulla mia testa, squarciando la gialla dolomia sommitale della Rocchetta di Bosconero. Una decina di metri sopra di me uno strabiombo la chiude, incutendo un grande timore.

“Puoi usare il friend grande?” chiede Fede dalla sosta. Esito un attimo. “Sto pensando a come giocarmelo” è la mia laconica risposta. Guardo prima il grosso friend dorato che pende dall’imbrago, poi il  cuneo incastrato all’altezza della mia vita, antico testimone dell’alpinismo passato. Torno a scrutare lo strapiombo, lassù: la mia unica protezione devo sfruttarla al meglio.

Mi alzo un paio di metri in spaccata, la corda che penzola libera tra le mie gambe, guardo verso il basso e la decisione è istantanea: prendo il friend e lo incastro. Fortuna che Fabrizio mi ha detto di portarlo. Continuo in spaccata fino ad un paio di metri sotto lo strabiombo, finalmente vedo un chiodo, sperduta isola di salvezza in questo oceano giallo. Il friend è qualche metro sotto di me, è messo bene, razionalmente so che terrà un volo, ma la paura di cadere non è qualcosa di razionale: è una cosa primitiva, istintiva, provienente dai recessi più nascosti della mente. Una paura che non si può cancellare, al massimo si può controllare. Faccio un respiro profondo e guardo il chiodo che ammicca da sotto lo strapiombo. Ormai è li vicino a me, ad un passo di distanza. Ancora un respiro e sono pronto: faccio il passo.

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Martello, passo, passo. Ripeti. Martello, passo, passo. Ripeti. Un mantra ripetuto all’infinito, giù nel canalone innevato. Il mondo si è ridotto ad un quadrato di pochi di metri di neve attorno a me, il resto non voglio vederlo. Come un automa ho seguito il mantra, ho compiuto un centinaio di volte la stessa sequenza di azioni, eppure questo maledetto canale sembra non finire mai.

Mi faccio coraggio e provo a guardarmi attorno: Federico è già un centinaio di metri sotto di me, oltre il tratto più ripido. È forte, ha esperienza e non si lascia intimorire. Sopra di noi le ripide pareti incombono, imponendo un senso di claustrofobia. Il cielo è sempre più scuro: durante le pause in sosta osservavo attento il continuo alternarsi di temporali tra Tofana e Civetta, ora il tempo a nostra disposizione sembra essere finito.

Riprendo a muovermi, meglio sbrigarsi. Fisso intensamente il martello, la mia unica possibilità di fermare sul nascere una scivolata quantomeno sgradevole. La neve è abbastanza morbida da poter essere scalfitta con le scarpe da ginnastica, ma un crepaccio profondo la separa dalle pareti. Il mondo torna a rimpicciolirsi: martello, passo, passo, ripeti.

Lentamente supero la sezione più ripida, ora la fine del canalone è lì sotto di me, ad un passo di distanza. Raggiungo Federico, che pazientemente ha osservato la mia discesa. Cerca di rassicurarmi: “Guarda, fidati delle scarpe che su una neve così tengono un sacco!”

Ho ancora molto da imparare.

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“Saverio, ho finito la benzina.” Non voglio immaginare le facce che si stanno scambiando i miei tre compagni  giù, trenta metri sotto di me, sulla seconda cengia del Pilastro di Rozes. Qualcosa non è andato come previsto. La sequenza di artificiale lungo i due tetti mi ha prosciugato più dei tiri in libera lungo l’estetica serie di tacche della celebre salita ampezzana. Ora, appeso ad un chiodo lungo il camino strapiombante noto come “schiena di mulo”, provo a sciogliere le braccia ormai acciaiate e in preda ai crampi.

Cerco di convincermi di averne abbastanza per superare quest’ultima strettoia: rocce più facili mi attendono lì, ad un passo di distanza. Ci provo, mi innalzo oltre questo stretto budello con il busto ma le braccia mi fanno male, ritorno al chiodo. Cazzo, un passo, è solo un singolo passo!

Eppure, solo poche ore fa, a Saverio che mi aveva chiesto se ero stanco avevo risposto: “Ma no dai, fresco come una rosa!” Ho dissimulato la stanchezza che avvertivo in corpo come uno sbruffone, e adesso la gravità mi chiede di renderne conto. Forse l’ambizione mi ha accecato, forse il desiderare davvero questa salita mi ha portato a ignorare dei segnali, forse ho puntato troppo in alto.

Forse, forse, forse…in pochi secondi tutti questi pensieri mi frullano nella mente, ma scrollo la testa e li scaccio. Nel momento in cui i dubbi ti assalgono hai già fallito. Sono arrivato fino a qui, la fine delle difficoltà si trova ora davanti a me, ad un solo maledetto passo di distanza.

“Adesso esco” annuncio con tutta  la convinzione che riesco a racimolare. Saverio mi dà corda, alzo i piedi più che posso e in tre movimenti sono fuori: il camino non strabiomba più, la dolomia riacquista il caratteristico grigiore da roccia appoggiata. Raggiungo la sosta e mi abbandono per un minuto alla stanchezza. Il mio turno è finito, non resta che farmi condurre da Saverio fuori dalla parete.

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Il moto regolare della corriera mi culla, mentre i panorami continuano a scorrere davanti ai miei occhi. Appoggio la testa allo schienale, i muscoli della schiena e delle braccia sono indolenziti dai due giorni appena trascorsi e bramano riposo. Perchè devo andare a cacciarmi in queste situazioni? Una domanda che continuo a pormi da stamattina. Chiudo gli occhi, mi sento in pace. Piano piano  il sonno comincia a prendere il sopravvento. Seguendo passo dopo passo il tortuoso cammino che io stesso mi sono scelto ho scoperto l’abisso delle possibilità e ne ho rivelato il contenuto. Non ho più niente da dare, questo è il mio limite, questo è ciò che mi rimane. La serenità è la mia ricompensa.

Perchè? Ha forse importanza? Al momento sono sereno e non conta nient’altro. Arrampicando sulla sottile cresta tra ciò che posso e non posso osare trovo la mia pace. Il senso, il fine ultimo di questo arrampicare continua a rimanere celato tra le nebbie davanti a me. Man mano che avanzo continua a sfumare e rimane sempre lì, ad un passo di distanza.

nostra signora LA SFINGE

rifugio grauzaria

Luca è appena arrivato in sosta e tra una boccata d’aria e l’altra, afferma: ” questo è una vera via alpinistica!”. Ebbene si, percorrere una via sulla sfinge e una sfida bel lontana dall’arrampicata sportiva dei nostri tempi. La ricerca della linea, il saper attrezzare soste e non aver problemi con i run out, sono i principali aspetti di una via alpina che si rispetti.

La buona roccia,  l’ambiente da big wall e la storia che avvolge questa parete rendono la scalata un esperienza unica. Un vero viaggio nel Friuli più vero e scostante, un esperienza di scalata che chiunque dovrebbe provare. Qui il fiuto e l’esperienza prendono il posto dei muscoli.

Riporto di seguito la relazione della salita, che propongo con entusiasmo, sperando che sia d’aiuto alla frequentazione.

Durante questa ascensione abbiamo effettuato una combinazione di due vie, la “Bizzarro-Simonetti” e la “Gilberti”o “classica”. Questa combinazione rende questa salita abbordabile ( un passo di VI, pochi V e molti III) , volendo e possibile continuare lungo la “Bizzarro Simonetti” con difficoltà crescenti.

sfinge grauzaria sernio moggio

Avvicinamento:

Da Moggio Udinese proseguire seguendo le indicazioni verso la Val Aupa, da qui, dopo qualche chilometro, sulla sinistra si nota il cartello per il rifugio Grauzaria. Parcheggiare la macchina alla fine della strada e salire lungo il sentiero. Dopo mezz’ora circa, sulla sinistra, è presente un bivio che porta evidentemente verso parete. Seguire il sentiero che si snoda tra i mughi e puntare poi verso destra dirigendosi facilmente verso la parete. Un ora di cammino dalla macchina.

Attacco:

L’attacco si trova a sinistra dell’evidente pilastro situato a sinistra dello spigolo. Salire il diedro che in alto si trasforma in camino per circa 55 metri, IV, sosta su spuntoni a sinistra della fine del pilastro. Ora la parete si fa frastagliata, salire per due lunghezze obliquando sempre a sinistra verso un camino che termina con un piccolo tettino (percorso non obbligato). Qui si fa sosta su un terrazzino erboso. III/III+ 80 metri. Traversare 5 metri a destra e seguire una netta fessura che obliqua a sinistra, continuare fino ad un comodo terrazzino. 30 metri V. Qui si presenta il passo chiave della via, pochi metri di VI e si raggiunge l’imbocco del camino successivo, sosta su chiodi. Da qua con un tiro unico percorrere tutto il camino con scalata “vecchia scuola” che può mettere in difficoltà. 60 metri V, sosta su sasso incastrato e friend. Qui ci si ritrova sulla cengia detritica che si unisce alla “Gilberti-Soravito”, traversare qualche metro a sinistra e imboccare il camino di destra. Ora per facile arrampicata seguire le grandi placche appoggiate che dividono la parete. Cercare di arrampicare sotto la parte fino in fondo, alla base del gran dietro sovrastante dove si trovano fittoni per sosta ( da integrare). Da qui entrare in un camino che con un breve passaggio rognoso porta dentro un canale detritico. Ora tenere la destra, salire per qualche metro e successivamente traversare nettamente a destra ( due chiodi) su una cengietta che porta sul filo dello spigolo. Seguire lo spigolo per tre lunghezze ( soste su fittoni, III+)Dove lo spigolo si impenna, spostarsi nel canale a sinistra che si risale interamente fino ad uscire su una forcella delimitata a destra da un piccolo gendarme.

Discesa:

Da qui seguendo i bolli rossi, risalire per qualche decina di metri e poi traversare prima in piano e poi in discesa. Raggiunto il canale della forcella del Portonat scendere per il sentiero fino al rifugio Grauzaria.

 

Volume consigliato: Alpi Carniche Volume I.

Materiale:NDA + chiodi e martello per rinforzare e fare soste.

Infine un ringraziamento agli apritori che ci permettono di apprezzare e condividere queste meravigliose salite, e un complimenti a Luca per la ” prestazione”.

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LIONS FREE ADVENTURES