TRAPEZISTI

P1100906

“Quando apri la mente, liberi la tua vita.

Quando liberi i tuoi occhi, eterno è il premio.”

SOAD

Con enorme piacere condivido questo scritto di Nicola Narduzzi su uno degli itinerari più affascinanti delle Alpi Giulie, la cresta integrale del gruppo del Canin in versione invernale. Complimenti a tutti!

Il tempo è trascorso. Lo sento nell’aria, non più gelata da bruciare i polmoni. Lo avverto nel calore dei raggi del sole ormai alto nel cielo. Lo vedo nelle gemme degli alberi, pronte a sbocciare per donare nuova vita e colore dopo il freddo grigiore invernale. Una fitta di tristezza mi accompagna mentre i lampioni illuminano il parabrezza dell’auto, lanciata nell’alternanza di luce e ombra di un’anonima strada di periferia. Come sabbia tra le dita il tempo è passato finché non mi sono ritrovato di nuovo qui, a casa, con la sensazione di aver perso qualcosa. In queste giornate terse del tardo inverno anche le montagne sembrano tristi così, tese in un’inutile attesa della dama bianca. Eppure forse non è nemmeno questo il vero problema, forse il tempo non è l’unica cosa persa. Con la mente imprigionata in una gabbia di svogliatezza e pigrizia vago senza meta nella città del ritorno. Nel senso di solitudine che solo luci e palazzi possono dare, mi rendo conto che nella gelida ombra dell’ovest ho smarrito anche la sorgente dell’incanto, quella fame che dava sapore e il giusto valore ad ogni cosa. Perso in questa palude un messaggio criptico di Saverio mi risveglia un po’: “Tira fuori lo Steve House che c’è in te…” Mi viene da sorridere, ormai sa che è facile attirare la mia attenzione.

P1100904

A volte basta davvero poco per essere felici. Un paio di scarponi e bastoncini, le braccia che spingono e le gambe che si muovono, con la neve dura che scricchiola al tuo passaggio. Il mondo ridotto a un piccolo cono di neve illuminato dalla frontale, la sagoma scura di una grande montagna sopra di te e nient’altro. Nessun pensiero, niente a disturbare la perfetta essenzialità del momento. Spengo la frontale e lascio che gli occhi si abituino gradualmente all’oscurità. Pian piano riesco a distinguere l’enorme mole della Baba Grande stagliarsi contro il cielo stellato e la chiara linea del canale da seguire. Pochi minuti dopo mi ribalto armato di zaino e ramponi dentro la botte rossa del bivacco semi sommerso dalla neve, seguito a breve da Stefano e Saverio.

P1100889

Il fornelletto a gas fornisce del prezioso calore alla nostra piccola dimora, eppure la porta rimane aperta, la notte è troppo bella per non essere ammirata. Avvolto nel sacco a pelo, cercando di trattenere un po’ di caldo, guardo le luci lontane dei paesi giù in valle e la trama delle stelle che ci sovrasta. Avevo bisogno di tutto questo: sapere di essere gli unici uomini nel raggio di chilometri,  fuori da tutto, sapere che domani sarà una grande giornata e immagazzinare tutta l’energia potenziale necessaria. Penso a domani, penso ai mesi trascorsi che mai mi sono sembrati così lontani e, finalmente sereno, mi addormento.

P1100861

I primi raggi del sole nascente che ci accolgono sull’ampio pendio dello Slebe sono la promessa di una giornata limpida. La neve è dura e trasformata, il massimo per salire rapidamente il facile tratto iniziale. Bisogna andare veloci finché la cresta ce lo consente, guadagnare tempo prezioso da spendere nell’affilato tratto che precede il Porton Sotto Canin. Dai pendii resiani del Laska Plagna degli stambecchi ci guardano, probabilmente chiedendosi chi sono questi usurpatori di terreni che non gli competono, prima di impartirci una lezione di sci ripido gettandosi a capofitto lungo la massima pendenza.

P1100905

Dopo il Cerni Vogu la cresta si assottiglia. Sotto di noi compaiono salti di rocce verticali, sopra i quali la neve si affila a fare da spartiacque. Una prima calata ci porta sul filo di questa lama di coltello. Da che lato conviene scivolare? A sinistra un salto di trecento metri ci separa dai prati resiani, a destra i ripidi pendii dell’altopiano del Canin, più vicini eppure ancora lontani. Saverio li guarda e cerca di sdrammatizzare: “In fondo magari non è un altezza per la quale si può morire.” Magari anche si, però. Istintivamente le dita si serrano attorno al manico della picozza, e la pianto ancora più saldamente nel pendio. Come trapezisti seguiamo la sottile linea che separa il successo dal disastro, la corda a volte legata in vita, ma più spesso lasciata nello zaino. In fondo la “conserva creativa”, come la chiama Saverio, a volte mi sembra più un conforto psicologico che una reale rete di sicurezza contro gli effetti di una scivolata sgradevole. Una seconda calata ci deposita su un ripido pendio di neve non ancora assestata. Quasi strisciando mi porto su una sella lungo il crinale, ormai solo un breve tratto di misto ci separa dal punto più basso della nostra cavalcata. La tensione cala, ormai manca un breve tratto in piano all’inizio della lunga risalita verso il Canin Basso e Saverio sicuro apre la strada sul filo di cresta. Improvvisamente si ferma, la montagna ci gioca un ultimo scherzo a pochi passi dalla fine delle difficoltà: la cresta si assottiglia, la neve scompare mettendo a nudo una liscia schiena di roccia. Saverio prova a fare un passo ma non se la sente e mi cede il posto. Senza troppa convinzione provo anche io, ma lascio subito stare: la corda ricompare dallo zaino e il fastidio è presto evitato.

Intanto le nuvole che gradualmente si sono alzate dal fondovalle ci hanno avvolto. Il calore dei raggi del sole è solo un ricordo e solamente il movimento garantisce protezione dal freddo. Ormai dispersi nella nebbia fitta non possiamo fare altro che salire, lenti, distrutti, verso quella cima che da qualche parte sopra di noi ci aspetta. Nonostante la scarsa visibilità riesco a riconoscere il posto dove ci troviamo: ero già stato qui due anni fa, in una tersa giornata d’autunno con un freddo sole a baciare le cime imbiancate dalla prima neve. Non era questo il pendio dove esce la via resiana? Cazzo quanto manca allora! Cerco di racimolare la concentrazione necessaria per evitare un errore: sotto di noi so esserci l’infinito scivolo definito dagli scialpinisti la “white magic line” del Canin, anche se al momento possiamo solo intuirla.

P1100888

Guardo il pendio che scompare nella nebbia pochi metri sotto di noi. Come dev’essere scivolare verso il basso nel nulla? Cosa si prova a sparire, semplicemente non esserci più da un momento all’altro?  Quanto può essere facile smettere di lottare, solo appoggiarsi al pendio e arrendersi? A un certo punto Saverio si ferma, si accascia sulla picozza. Io faccio lo stesso, ansimando fortemente, mentre mi guarda e chiede: “Manca poco vero?” Vorrei potertelo dire con certezza Sav, davvero vorrei saperlo. “Ormai ci siamo, che quella specie di costa rocciosa che si intravede è la cima” La fine di questa agonia. In questa situazione, con le gambe pesanti e il cuore che sembra esplodere nel petto una piccola bugia ha più valore della verità. Anche se mancasse tanto, ormai non abbiamo scelta. Possiamo solo andare avanti sospesi in questo vuoto grigiore, e prima o poi anche questa montagna avrà una fine. Otto ore, sono solamente otto ore che ci muoviamo! Cosa si prova, Steve? Cosa succede dopo 60 ore di salita sui fianchi di un gigante come il Denali? Cosa hai trovato negli abissi della tua anima che solo la Diretta ceca poteva tirar fuori? Dove hai trovato la forza di andare avanti quando tutto il tuo corpo chiedeva solo di mollare? Il vento inizia a soffiare più intensamente, segno che forse la cima davvero non è lontana. Un passo dopo l’altro andiamo avanti finché non compare un palo di legno, la fine della cresta, il nostro obiettivo. Quassù, sul punto estremo dei nostri sogni, Saverio si butta per terra. Un gesto che vuol dire più di mille parole: vuol dire gioia, liberazione, freddo, sete, rabbia. Poco dopo arriva anche Stefano, ci sorridiamo: sorrisi stanchi e tirati ma carichi di significato. Neanche la promessa infranta dei raggi del sole nascente ha molta importanza ormai. La consapevolezza del viaggio appena percorso è l’unico calore contro il vento gelido che mi fa tremare e impone una sosta breve, prima di affrontare la discesa.

—————-

Quanto manca a Forcella Tedesca? Domanda inutile, stupida. Eppure, non posso esimermi dal porla alla nebbia attorno a me. Avevamo iniziato la discesa fiduciosi di un rientro rapido alla normalità, ma la realtà dei fatti aveva mandato a rotoli i nostri programmi. Pericolosamente in equilibrio su ripidi pendii, coperti da una neve più vicina allo stato liquido che a quello solido, avevamo ancora una volta penzolato da uno spuntone provvidenziale per tirarci fuori dai casini, ma adesso nessuna corda può aiutarci a guadagnare metri in questo infinito traverso. Sprofondando passo dopo passo, con la testa bassa ed in silenzio avanzo sull’ennesimo pendio nevoso. Mutismo e rassegnazione, condito da una buona dose di quel menefreghismo che accompagna gli stadi più avanzati della fatica, sono l’unica soluzione. Non so bene dove sono, e ormai non me ne frega neanche. So che devo andare avanti e il corpo esegue come un automa. Quanto manca? Cento passi o mille ha forse importanza? Guardo le punte dei ramponi, libero la mente e vado avanti. Con le gambe pieni di acido lattico, svuotate di ogni energia, ogni cedimento della neve sotto il mio peso è come una coltellata. Vaffanculo Steve. Vaffanculo a te, e a tutte le tue cazzate sulla consapevolezza. Vaffanculo a te, e alla fatica. La realtà è che fa solo male.

Durante una vaga schiarita sento Stefano e Saverio chiamarmi, mi volto e li vedo indicare la linea di cresta che li sovrasta: forcella Tedesca è sopra di loro, nello sconforto l’avevo superata di una ventina di metri senza accorgermene!

—————-

Le luci di Sella, incassate tra i ripidi pendii che coronano la Raccolana, si fanno sempre più vicine. La neve appena battuta delle piste è ancora morbida e si lascia scalfire facilmente dagli scarponi in una quasi piacevole corsetta verso la fine del viaggio. Sopra di noi le nuvole hanno ceduto il posto alla volta celeste, interrotta dinanzi a noi dalla bastionata del Montasio. Guardando tutto questo, respirando l’aria fredda, sentendo le gambe pesanti andare ancora avanti, lascio scivolare via la gabbia in cui mi ero rinchiuso e finalmente mi sento libero. Nella perfetta bellezza del momento, oltre la fatica e il freddo, oltre la monotonia della quotidianità e le incertezze del futuro trovo il mio punto fisso, assaporo la profondità di quanto vissuto e, finalmente, sento di essere davvero tornato a casa. Forse non avevi tutti i torti, Steve. In fondo proprio queste 12 ore sono il motivo di questa percezione più acuta delle cose, di questa visione d’insieme più nitida. Eppure tutto ciò dura un attimo, e improvviso come è arrivato scompare. “Qualcosa m’hanno detto la sera e la montagna, ma l’ho perduto.” scrisse Jorge Luis Borges.

Alla discesa seguirà un ritorno, e poi  un altro ancora, per provare a ritrovare quanto perduto, alla continua ricerca di qualcosa che forse non esiste, se non per un breve istante nella mente di un trapezista in equilibrio precario sulla cresta di una montagna.

Annunci

Montasio in veste invernale

in tre nel canale findenegg. Montasio

A voi le impressioni di questa bella gita del nostro maestro di sci preferito!

Viste le condizioni della neve poco favorevoli allo scialpinismo ed al freeride, il mountain experience si è dato all’alpinismo invernale! Marco Milanese, la Guida Alpina del Sella Nevea Mountain Experience ha proposto una meta impegnativa; lo Jof di Montasio. Salendo per il canale Findenegg e scendendo per la scala Pipan ( la normale). Un bellissimo giro con vista sulla Val Dogna e la Val Saisera. Arrivati in cima si dominano i piani del Montasio e l’occhio può spaziare su tre paesi diversi ITALIA, SLOVENIA e AUSTRIA. E stata una bella avventura con ottima compagnia e spirito.

Grande Livio e complimenti a Saverio e Nicola per questa circumnavigazione di una montagna simbolo del Friuli.

TRE STORIE….. di sci, di neve e di quella strana, insolita grazia VOL I

canalone del siera

Una meravigliosa e classicissima storia che molti ameranno. La storia di una rivincita. Dedicato a tutte le persone che vogliono e cercano costantemente di migliorarsi.

di Saverio D’eredità

VOL I . Del cadere. E del rialzarsi.

“E tu? E tu da dove vieni?”

Lo sguardo del maestro, mascherato dagli occhiali a specchio, era puntato proprio su di me. Anche se io in quel momento non stavo perfettamente seguendo le indicazioni su come impostare la curva a sci paralleli. Il mio sguardo, invece, era rapito da quel cupo canalone incassato tra le pareti del Siera, del quale non vedevo lo sbocco ma ne immaginavo avventurose strettoie, linee fragili, sfuriare di venti.

“Sì, parlo proprio a te, con quel piumino verde!”

In effetti l’abbigliamento non deponeva a mio favore. Salopette rossa in acrilico con rinforzi in gommapiuma anni ’70 tipo Piero Gros, stratificazioni varie dalla maglia di lana alla camicia di flanella infine un fiammante piumino verde acido che faceva tanto omino Michelin e molto poco sciatore provetto. Unico tocco alla moda del tempo, un cappellino con visiera in pile della Invicta dai toni fluo sgargianti – questo sì davvero anni ’90!

Si dice che l’abito non fa il monaco, ma nello sci forse sì. Quella “mise” molto poco trendy condizionava senz’altro le mie prestazioni, rendendole goffe e poco convincenti. A questo si aggiunga il fatto che – oggettivamente – il mio grado di apprendimento risultava piuttosto lento e farraginoso.

Cadere e rialzarsi. Per me lo sci non ha voluto dire altro, in quella prima settimana bianca. Non riuscivo proprio a capire come poter assumere una posizione stabile con quegli stretti e lunghi assi ai piedi, imprigionati in scatole di plastica rigide che non consentivano altri movimenti se non quelli di un disperato frenare puntellato dai bastoncini. Cadere e rialzarsi.

Molto spesso mi ritrovavo supino ad agitare gli sci in aria come lo scarafaggio di Kafka, imprigionato in un’inutile armatura e consapevole che tutto questo non aveva nulla a che fare con la montagna che immaginavo. Eppure per me lo sci, a 13 anni, era di fatto l’unica possibilità per starci in montagna seppure in una forma distante dal mio ideale di “stelle e tempeste”. La musica tamarra al baracchino della salsiccia, le urla dei bambini, l’irritante agilità ed eleganza dei più bravi. Cadere e rialzarsi. Quelle insopportabili punte degli sci che non facevano che incrociarsi mettendo a repentaglio le mie ginocchia e l’equilibrio.

Non era un caso che apprezzassi infatti molto di più i brevi periodi in seggiovia, quando – immancabilmente solo – potevo osservare i profili delle montagne da prospettive inedite.

“Quindi? Parlo con te !o sei sordo anche?”

Sì, parlava con me, ma come facevo a capirlo dietro quegli occhiali a specchio e il sorrisetto ironico nascosto dal baffone? Gli altri ragazzi, in fila, mi osservavano ridacchiando. Non ho mai avuto fortuna nei gruppi. Temo fosse colpa della tuta da sci. Per sfuggire ai commenti maligni di chi osservava le mie discese cercavo di mettermi in mezzo alla fila in modo che nessuno potesse notarmi più di tanto. Ad ogni esercizio infatti corrispondeva una caduta o ben che potesse andare una sonora culata per terra prontamente ripresa a prezzo di sforzi di braccia sovrumani. Sempre la stessa scena. Corpo indietro, culo basso, ginocchia rigide, punte che si incrociano. Cadere e rialzarsi.

Giorni sempre uguali, lo stesso sole, la stessa neve sciolta. Le casette di Cima Sappada piccole e lontane, separate da un calvario di lividi, goffaggini assortite e quella insopportabile sensazione di rigidità da burattino. Ginocchia tese e culo basso.

“Io? In che senso?” – il baffone se la ride dietro gli occhiali a specchio e i compagni di corso a ruota (gregge senza dignità!). “Sto dicendo, dove sei nato te?” Eccolo, il trabocchetto. Sono stato smascherato. 24 mesi non sono bastati a camuffare il mio accento. Forse è colpa anche del piumino verde acido.

“Io…bè abito a Udine…” – balbetto – “però sono di Palermo”.

Ecco, ho fatto outing. Non poteva durare per tutta la settimana bianca, il trucco. Ebbene sì sono l’usurpatore di nevi alpine, un nativo del 38° parallelo che si permette di assaggiare la purissima neve sappadina.

“E cosa ci fa un palermitano sulla neve?” La risata del baffone è sonora ed irritante. Quella del gregge anche. La mia posizione sociale tracolla.

Del resto, ai tempi, bisognava guadagnarsi la pagnotta a suon di sorrisi assecondando anche le peggiori battute. Ma se avessi imparato a sciare, bè quello sì che sarebbe stato un bel riscatto. Sì, anche un palermitano può imparare a stare su la neve. E non quella granita sporca che da bambino mi portarono a toccare ad un incrocio stradale sulle colline stranamente imbiancate attorno a Palermo. Ma se era la neve l’oggetto del desiderio, ebbene, sarebbe stata quella l’arma per affrancarsi!

E quindi un giorno per miracolo eccola, la neve. Giorno di bufera, di alberi cristallizzati e mucchietti a bordo pista. Immediatamente la fantasia adolescenziale si popolò di immagini di lotte nella tormenta, la situazione più alpinisticamente tipica. Mi sentivo bene quel giorno. Tutti bravi ad impostare la curva sci paralleli sulle piste tirate a biliardo. Ma è quando il gioco si fa duro che si tirano le somme. E quindi tutti a lamentarsi che non si vede niente, che la neve bagna, che è pesante e che non si curva. Pivelli, penso tra me. Un Bonatti sarebbe stato a batter traccia a quest’ora, altro che!

La solita scena della fila indiana a scalare. Stavolta ho fatto male i conti e son rimasto ultimo, a monte. Tutti potranno vedere dunque la maldestra esibizione. Curva a sci paralleli. Il baffone alza il bastoncino, mi muovo lentissimo, poi un briciolo di velocità e – senza accorgermene – voilà ecco fatta una perfetta curva a sci paralleli. Penso sia un caso, trattengo l’euforia e già pronto alla sconfitta, ne imposto un’altra ma il numero si ripete. Le imbrocco tutte fino a planare in mezzo alla fila indiana, a pochi metri dagli occhiali a specchio del baffone. Forse punto nell’orgoglio non mi fa un complimento diretto, ma si rivolge al gregge. “Ecco, avete visto? Dai, riproviamo!” Sono confuso e disorientato. Il miracolo si è compiuto. Guardo in alto il canalone inghiottito dalla nebbia. Forse un giorno scenderò anche di là.

Sarebbero passati vent’anni ed in ognuno di questi, passando con l’auto da Cima Sappada avrei abbassato lo sguardo ad indagare il canalone, promettendo a ciascuno dei miei compagni e più spesso a me stesso che avremmo fatto anche quello. Fino a quest’anno quando usciti dal tunnel di 2 mesi di nevicate e nel sole di marzo l’auto si ferma finalmente sotto la direttrice del canalone.

Poche ore dopo sto ansimando nel battere una traccia non condivisa perché i soci sotto hanno saggiamente deciso di lasciarmi andare avanti nell’opera masochista spostandosi in un ramo parallelo meno ripido. Mancano pochi metri, vedo la forcella e sento il vento fischiare. Pochi metri neve al petto e con un’insidiosa placca ventata da traversare. La maledizione invernale della forcella non raggiunta si ripeterà?

Stavolta sono determinato, con delicatezza e seguendone il bordo taglio la placca che valuta il mio peso consono alla sua tenuta. Striscio sulla forcella quasi come un ghepardo. I soci hanno rinunciato a portarsi gli sci e mi stanno raggiungendo a piedi dall’altro ramo. Per una sorta di nemesi, dunque, mi ritrovo solo ad affrontare l’incassato seppur breve imbuto nevoso appena salito e inclinato forse oltre il lecito per me. Ma se la maledizione della forcella è stata sconfitta anche quella reticenza ad osare una discesa ripida dovrà esserlo. Vedo le casette di Sappada finalmente dalla prospettiva agognata. È il momento di prendersi la rivincita sul baffone e il piumino verde. Il preparativo è meticoloso, ma è solo quando abbasso la maschera e batto gli sci sulla neve che sento quella strana sensazione di sicurezza che ti danno le tavole sotto i piedi. Una curva saltata, un derapage prudente, poi la sequenza prende forma e ritmo. La neve è leggera, le vibrazioni sulla frequenza giusta. Riscatto il canalone faticosamente tracciato alternando zucchero su fondo duro a qualche tratto di crosta e altri di valanga. Ma è tutto un preludio al gran finale, dove il canale si espande come la foce di un fiume, atteso da quella volta del baffone. Il sole entra di taglio e sembra illuminare ogni singolo cristallo, scelgo una linea e mi lancio. Trovo il raggio giusto, la neve perfetta, apro le curve e sento allargarsi un infantile sorriso sotto la maschera. Di nuovo quella stupida felicità mi pervade ed una strana, insolita grazia. Plano sulle piste sfiorando la fila indiana di un corso voltato verso di noi.