AMORE A PRIMA VISTA

focella mosè

Innoltrarsi in val Spragna diciamo che non è proprio come andare in Dolomiti, una valle isolata, che soprattutto d’inverno, riserva grandi giornate per tutti.

Il racconto di un amore alpino di Nicola Narduzzi.

Arranco sulla neve in mezzo alla nebbia che avvolge la Spragna. Sono sudato, gli scarponi mi fanno stranamente male e le gambe non rispondono. Un pensiero attraversa la mente e mi viene da sorridere. Un deja-vù.

Otto anni fa, in una giornata di metà estate, arrancavo ugualmente sudato e stanco in mezzo alla nebbia proprio in questa valle. Volevo percorrere il sentiero Chersi, raggiungere forcella Nabois e scendere verso il Rifugio Pellarini. Il mio entusiasmo si scontrò con il meteo e mi dovetti accontentare di raggiungere il bivacco Mazzeni, posto sullo zoccolo roccioso che separa l’Alta Spragna dalla Bassa. Durante la pausa ristoratrice al Bivacco le nebbie si aprirono un momento e fu allora che la vidi: una sottile linea bianca inforrata tra vertiginose pareti ad indicare la via verso un’alta forcella. Allora non lo sapevo ma avevo appena visto il canale nord di Forcella Mosè. Un fulmine a ciel sereno. Più che desiderio provai timore: ero ancora alle prime armi in montagna e quel canale avvolto dalle nebbie aveva un aspetto “himalayano” nella mia mente. Tornato a casa cercai informazioni sulla eventuale percorribilità di quella linea e, per una volta, la realtà superò l’immaginazione: non solo si poteva percorrere, ma addirittura scendere con gli sci!!!

focella mosè

Con il tempo e l’esperienza mi accorsi che le Giulie offrono canali più prestigiosi a chi ne abbia le capacità, ma il ricordo di quella visione non mi abbandonò. Ogni volta che si presentava l’occasione cercavo quella linea dalle cime circostanti, come a ricordarle che ancora la pensavo, che non era ancora il suo momento ma non mi ero dimenticato di lei.

Finalmente tre anni fa mi decisi a imparare la nobile arte dello scialpinismo, o almeno provarci. Di certo i “nuovi” Yeti anni novanta che avevo ai piedi non aiutavano tanto la mia già carente tecnica sciistica. Nonostante tutto un nuovo mondo si era spalancato davanti a me: la montagna in inverno. Non più solo pareti, creste e passagi chiave ma anche pendii, canali, forcelle. Il pensiero tornò a quella linea bianca che mi aspettava negli angoli remoti della Spragna. Spesso davanti all’immancabile birra di fine gita cercavo di far cadere lì il discorso: “Ma quanto è ripido? Quanto è stretto?” “Eh serve la neve giusta.. Macina un bel po’ di gite prima.. Vedi di migliorare la sciata..” Tra una caduta e l’altra mi chiedevo se e quando avrei avuto la capacità di provare la “mia” Mosè.

Arriva infine il 2014 dell’abbondanza e del caldo. Nonostante il tempo inclemente la stagione scialpinistica ingrana e senza accorgermene mi ritrovo perso in un vortice di neve fresca, curve e pelli di foca. Complice un nuovo paio di sci non perdo occasione di lanciarmi giù per qualche pendio e provare, provare, provare, cadere, rialzarmi e riprovare. Ad ogni gita, assieme al dislivello percorso, aumenta la confidenza e la voglia di qualcosa di più. Un tarlo inizia a rodermi in testa: forse, chissà, che sia arrivato il momento? Un paio di gite a dir poco perfette fugano ogni dubbio: voglio provare, posso provare, provo. Il momento è arrivato!

Attaccare gli scarponi agli sci e sentire le pelli che scivolano sulla neve della Val Saisera ha un sapore speciale oggi. L’emozione è tanta e le gambe cercano di starle dietro. Dopo anni di salite ormai riesco a dormire bene indipendentemente da quello che si farà il giorno dopo, ma oggi non è così, ho passato una notte irrequieta e lo sento. Le nuvole vanno e vengono, ci avvolgono, scompaiono, si rincorrono. Inizia un viaggio psichedelico, i pensieri si accavallano. Fa caldo, o è solo una mia impressione? La neve è molla, non ha ghiacciato stanotte. Meglio così che ghiacciata no? Si però cavolo che fatica. Eh lo sapevo che dovevo andare a dormire prima, magari anche andare a correre qualche volta. La visibilità è sempre poca. Tanto meglio, così non mi preoccuperò guardando dall’alto il canale.

Questo dialogo interiore si dissolve assieme alle ultime nebbie. Alle nostre spalle compaiono il Buinz, il temibile Huda e il Montasio. Davanti a noi la linea. Questa visione mi scuote nel profondo, trovo la carica giusta, aumento il passo e via verso la meta. Quando finalmente metto piede in forcella vengo accolto da una folata di vento freddo. “è davvero un momento importante per me” dico a Luca, anche se in realtà non provo assolutamente niente, la mente pensa ad altro. Il pensiero si concentra sulla discesa. Soffia un vento gelido, il sole è coperto da delle velature e per questo la pausa sarà breve. Il tempo di sistemare le pelli, bere un thè caldo, cercare di riposare le gambe e poi di nuovo sci ai piedi.

Mi avvicino al bordo del canale e guardo giù. Il cuore accellera i battiti: timore, preoccupazione, eccitazione. Un respiro profondo e si parte, nel cuore di quella linea che tanto mi impressionò otto anni fa. La neve è piuttosto dura all’imbocco del canale, speravo di meglio. Qualche derapage, qualche curva saltata, una scivolata interrotta sul nascere e il tratto più ripido è di nuovo sopra di noi. Pochi intensi minuti e una cosa a lungo sognata si realizza. Guardo in alto la forcella: era questo il momento che aspettavo, il cerchio si è chiuso. È tempo di allungare le curve, godersi la neve e l’ambiente che ci circonda mentre scivoliamo giù, verso il sole. In basso mi volto e do un’ultimo sguardo al canale, così uguale ma anche così diverso.

Di certo non una sciata memorabile, ma in fondo i sogni non si possono ridurre in qualità della neve, pendenze o gradi. È una questione intima quella che alle volte ci lega ad una linea: una luce, un’immagine, una sensazione. L’ho osservata, desiderata, sognata ed infine percorsa. Una grande storia d’amore.

THE BIG ONE

relazione via con gradi

Fuoco dentro, ghiaccio fuori.. a Luca.

E’ tutta la stagione che ad est il ghiaccio non è praticamente mai esistito, ho fatto una sola cascata in tutta la stagione, facendo 850 chilometri in giornata.  Ormai non ci pensavo quasi più anche perché a causa di un polso dolorante non scalo praticamente da 4 mesi.

Martedì assieme all’amico e collega Guido Candolini risaliamo con gli sci la val Spragna, il farwest dell’est, nel cuore delle alpi Giulie. Stiamo andando a fare un rilievo nivologico per l’ufficio regionale, il quale poi redigerà il bollettino per tutti i cari scialpinisti e freeriders. L’attenzione però cade su una linea evidentissima, cattura entrambi e lungo tutta la salita non riusciamo a staccargli  gli occhi di dosso. Neve, misto, neve, misto ancora, roccia e per finire, ghiaccio, tutto al posto giusto, in una sequenza perfetta, nella grande parete Nord Est del Montasio

Non ho dubbi, devo salirla il più presto possibile per due ragioni, la prima è che ormai inizia a scaldare troppo, e la seconda è che mi sta crescendo una motivazione totale.

Sono pervaso da un fuoco alimentato dall’alto, il mio maestro so che mi guarda dall’ azzurro del cielo, sono sicuro sia orgoglioso di me. Luca Vuerich mi ha insegnato questo stile di ascensione ed ora è il momento di metterlo in pratica nel migliore dei modi.

Carlo e Alex sono della partita, due giorni dopo, alle 5 di mattina, siamo già con gli sci ai piedi, schiacciati dagli zaini, ritorneremo alla macchina più di 15 ore dopo, sfiniti.

Dopo due ore e mezza di avvicinamento nell’ambiente magico e solitario dell’Alta Spragna, alla base della prima sezione della parete, ci cambiamo e prepariamo il materiale per l’ascensione. Dopo uno scivolo di neve e qualche passettino di misto, faccio sosta come posso, pronto per partire per il primo vero tiro. Un bel passo di M6 a parecchi metri da un nut mi fa pensare un pochino, ma sono totalmente focalizzato, passo via veloce. Il tiro dopo uguale. Carlo passa in testa e usciamo facile sulla cengia mediana, la scalata è stata divertente, il morale è alto, ma lassù si vede un mostro, un mostro di ghiaccio.

Arriviamo sulla verticale della cascata e ci riposiamo un pochino, acqua e nutella riportano energie. Alex parte per un tiro prevalentemente di neve e con un passo di misto siamo alla base della parte verticale.

Il ghiaccio che troviamo appoggiato alla parete è troppo poco per poterlo salire, il caldo lo stacca dalla roccia troppo facilmente. Proviamo a forzare la linea salendo a destra su un diedro di roccia marcia. Alex arriva alla fine di questo ma mentre affronta un delicatissimo traverso perde una picca. Provo io e con qualche acrobazia che ricorderò a lungo passo il traverso e raggiungo il ghiaccio “buono”.

I due tiri successivi mi spappolano le braccia e segnano la mente. Vedo il nevaio sommitale, è finita, dobbiamo assolutamente tornare da Alex, le pareti a sud continuano a tuonare per le grandi scariche, il clima è tenebroso.

La discesa su doppie precarie ci fa tenere ancora il cervello acceso, siamo in alpi Giulie, io e Alex sappiamo bene come funzione da queste parti, Carlo per sua sfortuna lo deve imparare sul campo. La roccia è quello che è, ci si deve accontentare di chiodi diciamo… freestyle.

Sono le 18.30 comincia a fare buio di nuovo e la luna fa capolino regalandoci colori argentei che riempiono l’animo. Un ringraziamento della montagna che ci saluta, offrendoci una sciata su un raggio lunare che proviene dalla forcella della Lavinal dell’Orso. Sento la montagna, sento l’energia che sprigiona, sento la sua forza ineguagliabile, sembra che oggi abbia apprezzato farsi accarezzare da piccoli uomini.

Questa salita è dedicata al “ big one”, a Luca Vuerich, un drago in parete, una persona speciale. Il mio Maestro, colui che mi prese sotto la sua ala e mi mostrò il mondo dell’alpinismo nella sua veste più severa. E’ stato per me fonte di grande ispirazione, anche come persona, non solo come alpinista. Cieli blu Luca, sei stato sempre con noi durante questa salita, un abbraccio.

Marco ” rasta” Milanese

RELAZIONE:

 Accesso stradale

Dallo svincolo Valbruna-Tarvisio dell’autostrada A23 raggiungere l’abitato di Valbruna e proseguire risalendo tutta la Val Saisera fino ai parcheggi nei pressi della Malga Saisera e delle piste di fondo.

Avvicinamento
Percorrere le piste di fondo fino alla testata della valle, sotto le grandi pareti del Montasio, dove le piste da fondo riportano verso valle. Ricalcando il percorso del sentiero estivo n. 616, i cui segnavia sono visibili sugli alberi, ci si addentra nella Bassa Spragna lungo il fianco orografico sinistro della valle, prima in un bosco di faggi e poi nella boscaglia. Continuare lungo la valle prendendo un canale alla destra orograzica del Biv. Mazzeni. Arrivati nel grande anfiteatro dirigersi a nord verso l’evidente parete del Buinz. 2.30 h

VIA

L1+L2: Neve e piccoli passaggi di misto

L3: M6, attacco alla sinistra del canale incastonato nella parete, ma dopo 15 metri immettersi nel suddetto canale. Abbiamo seguito questa linea perché l’entrata del canale presentava un muro di neve

L3: M6, seguire l’evidente canalino tenendo la destra fino ad uscire su neve

L4: Neve e piccoli passaggi di misto

L5: Neve

L6: M4, prevalentemente neve con un passaggio di misto

L7: M7 seguire un dietro fessura alla destra della colata di ghiaccio ( che si presentava troppo precaria), alla fine del diedro traversare a sinistra (1 chiodo) per ritornare sul ghiaccio più consistente

L8: WI5+ Ghiaccio precario all’interno di un diedro

L9: WI5+ Colonna di ghiaccio a tratti verticale

L10: Neve fino in cima

Discesa:

calate lunga la via su abalakov e chiodi.

Materiale lasciato:

7 chiodi, un nut