RICORDI E SOLITUDINE

cima nuviernulis sernio grauziaria

Che non sarebbe stata una bella giornata l’ho capito subito. L’ultimo giorno di alta pressione del periodo doveva essere oggi. Ancora un giorno di sole terso e aria limpida. Sole autunnale che riscalda anche in quota. Invece nubi. Nebbia. Aria umida. E freddo. In autogrill incontro un amico virtuale. Magia della tecnologia della nostra epoca. Partiamo dallo stesso posto ma abbiamo obbiettivi diversi. Io sto cercando di dare un senso a questa mia estate balorda e ho voglia di roccia. Di un’ultima, seppur facile, arrampicata in quota. Loro più a nord calcheranno una delle più belle cime delle nostre alpi carniche. I baffi di sereno che si intravedono alti oltre l’Amariana invitano a proseguire verso nord. Forse sopra una certa quota e oltre la cresta di confine il sole si farà vedere. Forse. Ma oggi non sono ne di compagnia ne per un’escursione. Devo toccare la roccia. Devo sentire il ruvido calcare sotto le mani e veder il terreno che resta fisso in basso, immobile mentre io salgo verso il cielo. Le foto su facebook poi mi diranno che anche sulla Creta Aip imperversavano le nubi e le facce incrostate di ghiaccio degli amici virtuali si intonano appieno al mese in cui siamo. 3 novembre 2011. Festa di San Giusto. Patrono di Trieste. Un obbligo, quasi un dovere passarlo per monti.

Decido che oggi il meteo non sarà un fattore limitante. Almeno fino all’attacco. Deciderò allora che fare. Ma so già, dentro di me, che per non attaccare oggi servirà un qualcosa di più di un poca di nebbia o di freddo. Solo un abbondante dose di vetrato potrebbe fermarmi. Non sono attrezzato per salire su vetrato e in ogni caso non è quello che mi interessa. Ne tecnicamente ne come rischio. Oggi non cerco il difficile. Oggi voglio correre sulla roccia. La voglio accarezzare. Voglio immergermi nel panorama di quelle montagne da cui manco da troppo tempo. Ritrovare quella cima su cui già sono stato anni fa con Lauretta per la sua via più bella e famosa. E anche più difficile.

torre nuviernulis

Al parcheggio sono solo. Non potrebbe esser diversamente. Non è previsto incontro con esseri umani oggi. Giovedì feriale per gli amici friulani e tempo che invita a star davanti al fogolar. Senza pensarci troppo cambio le scarpe e parto. Lo zainetto è semi vuoto. il materiale tecnico si riduce a casco e scarpette. Solo il piumino leggero fa sentire la differenza di volume e fa ricordare la stagione autunnale. Non è tempo per star a guardare molto il panorama. Solo alberi e segni bianco rossi si offrono allo sguardo. Il resto è nebbia e rugiada. Il sentiero scorre veloce. Ricordi di altri tempi. Altre persone. Ricordi belli. Ricordi brutti. Il rifugio, le pareti soprastanti nascoste oggi allo sguardo. Non mi fermo se non per un sorso di acqua e continuo verso la forcella. Ora il terreno lo conosco meno, ma i ricordi insistono. La nebbia diventa sempre più fitta. Nel versante nord lingue di neve dura interrompono la monotonia del sentiero. Orme provvidenziali mi permettono di continuare al mio ritmo, senza il bisogno di rallentare per passare in tranquillità l’ostacolo. Forca Nuviernulis, di nome e di fatto oggi. Rallento un attimo per veder dove attacca la Bulfoni. Non si vede la parete. Però so che sono meno di 20 metri dal sentiero. Non distinguo nemmeno l’attacco della Feruglio. Continuo quasi di corsa sperando che nel versante sud le cose siano migliori. Venticello freddo in forcella ma niente vetrato in nessun posto. Scendo e poi riprendo subito a salire. La roccia è fredda quando ci passo vicino. Rallento per dar modo al mio corpo di scrollarsi di dosso fatica e sudore. Trovare l’attacco non sarà un problema oggi. Un bel bollo rosso lo segna. La via in condizioni estive è caratterizzata da roccia ottima e difficoltà basse. Molto basse anche per uno come me che in arrampicata è mediocre. Mi fermo alla base. Della parete vedo si e no 20 metri. Senza bollo rosso direi che oggi non avrei trovato l’inizio se non con estrema difficoltà. Decido subito che oggi le scarpette non è il caso di metterle. Troppo freddo. La roccia però è asciutta. E sopra il tempo sembra migliore … lascio alla base tutto quello che non mi serve per arrampicare. Porto solo una barretta e la macchina fotografica. Il magnesio inutile direi oggi, che doveva servire per qualche bella foto alla pantera resta giù pure lui. Porto dietro le scarpette, non si sa mai, guanti e berretto di riserva. Do un ultimo sguardo all’orologio. È presto. Tanto presto. Eppur non sono partito presto da casa e mi son pure fermato a mangiar per strada.. parto. Il passo più duro da relazione è subito qua sopra. Lo passo di corsa come di corsa faccio i successivi 50/60 metri. Il fiato si rompe. Ansimo. Penso che se non rallento non arrivo su vivo o forse non ci arrivo proprio. Metto i guanti perché le mani sono congelate e le dita non hanno sensibilità e faccio un altro pezzo. Più piano ma forse sempre di corsa. Fa un certo effetto esser qua solo in mezzo alla nebbia di novembre in un posto che già d’estate non è di sicuro affollato. So che se mi faccio male con questo tempo non ho nessuna possibilità di aspettare i soccorsi neppure per poco tempo. Soccorsi che nessuno manderebbe. Nessuno sa che sono qua. Nessuno sa che sono in montagna. Fino a lunedì nessuno saprebbe del mio problema e chi sa poi se al lavoro si farebbero le giuste domande. Qua a pochi km in linea d’aria dalla pianura friulana sono solo. Non credo neanche che il telefonino prenda. E poi da solo se ti fai male non è detto che lo puoi usare. Sono solo, come oggi volevo essere. È questo tutto il fascino di andar per monti da soli. Sai che non puoi sbagliare. Che ogni movimento va pesato e meditato. Anche quando corri. Puoi contare solo su te stesso. In piena sintonia con tutto il mondo attorno. Questa salita può quasi esser considerata banale tecnicamente. ma il fascino di esser qua da solo non ha prezzo.

Tolgo e metto i guanti diverse volte a seconda del passaggio. Anche sul 3 grado ci sono appigli svasi a volte. Il ritmo non cala. Passo la cengia dove si può uscire sulla normale. Verso l’alto intravedo che le nubi sono meno fitte. Le difficoltà calano e diventano meno continue. Il ritmo aumenta. A 10 metri dalla cima, ormai sulla cresta orizzontale devo fermarmi per capire come passare un gendarme. Brutta cosa l’ipossia. Cima. Dopo 10 anni. L’adrenalina scende. Tiro il fiato. Un paio di foto. Visibilità 30 metri. Ma rispetto a sotto è bello e caldo. La discesa l’ho già fatta, ma non ricordo niente del percorso. Trovarla è peggio che salire. Alcuni passaggi sono molto belli. E la roccia è stupenda. A volte arrampicare sul secondo e terzo da belle soddisfazioni. Rientro nella nebbia fitta. Perdo e ritrovo la strada per scendere alcune volte. Sempre di corsa o quasi arrivo alla base. Ora il programma prevede la salita alla normale del Sernio. Ma la tensione scende. Il freddo aumenta. Sono in movimento da 3 ore. Dovrei mangiar e riposare. Troppo freddo e umido per stare fermi. Non si vede niente. Un altro ricordo alla mente. Un ricordo brutto di qualcosa successa su quella normale. Decido che per oggi ho fatto abbastanza. Metto tutto nello zaino e riparto in discesa. Piumino e berretto indossati. La Crete del Serenat oggi non fa fede al suo nome e si cela allo sguardo. Al rifugio faccio merenda. Un po’ di frutta secca mentre bevo l’acqua della sorgente. Quanta pace in queste montagne immerse nella nebbia che precede il gelo invernale.

Attorno brevi tappe della mia vita. Nella testa ancora tanta voglia di lasciare il segno sulle montagne del mondo.

TORRE NUVIERNULIS

VIA DEGLI AMICI

3/11/2011

Mass Espo.

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