TRE STORIE….. di sci, di neve e di quella strana, insolita grazia VOL III

 

Spik

3. Inconsapevolmente

di Saverio D’eredità

Inconsapevolmente. Abbiamo rimesso gli sci sulle spalle, tendendo le mani ai rami appiccicosi dei mughi come braccia di amici lontani, rivisti dopo passati remoti. Accarezzato le rocce, rinnovando ancora una volta promesse per la stagione. Un narciso, emerso da un’isola nella neve sotto un grande faggio, è un punto esclamativo nel fitto vociare del bosco. Una risposta pacata, ma decisa: che il grande fiume ha ricominciato a scorrere. Le montagne sembrano andare alla deriva come un pack. Ne sono un avviso i tuoni delle valanghe che ci immobilizzano.

Al diavolo le guide, i percorsi consigliati e le 5 stelle. E anche le foto di copertina, i post e gli status. Troveremo anche la polvere, inattesa, ma non saremo felici per questo. Inconsapevolmente, abbiamo accettato questa fatica, la traccia penosa nella neve molla, le virate incalcolabili, per capire quanto è lecito alzare la soglia del dolore, del non poterne più di trascinare gli sci come palle e catene ai piedi per un fine inspiegabile. Per lasciarci la libertà dell’essere inutili. Inconsapevolmente e solo per quel piacere che si trova nel fiutare la traccia, il passaggio nascosto. Abbiamo seguito le cacche dei camosci, apprezzandole quali inconfutabili segni che la vita resiste e rivendica il suo posto. Abbiamo chiesto scusa a certi rami già affranti dal peso dell’inverno per averne pelato la corteccia. Ci siamo sentiti vivi, ispidi, sudati, distrutti. Tutto per misurare una montagna nella sua interezza, quasi ispettori di un mandante sconosciuto. Un passo avanti e ancora un altro fino a piangere, ridere o comunque qualunque cosa ci facesse sentire inutili e inconsapevoli.

Lo Spik, questa piramide magnetica che avanza come una sentinella dalla regione selvaggia del Martulijek non è una cima per sci di largo consumo. Anzi, qui per metà lo sci è goduria, per metà patimento. Non so ancora perché stiamo salendo questi crinali ruvidi. Ma abbiamo accettato il gioco. Senza farci troppe domande, senza paragoni o ripensamenti. Come bambini ci siamo divertiti nelle curve finali e sono pronto a scommettere che bastino queste a far dimenticare ogni fatica. Ripenso alle parole di Buzzati che una volta scrisse “personalmente non conosco immagine più perfetta, ingenua e spensierata di felicità – la felicità consentita sulla terra – che un mattino di sole limpido… e intorno c’è la pace, e ci si sente gli sci ben sicuri ai piedi, e si sta per lanciarsi in basso: quell’impazienza, quell’insensato appagamento, quel non pensare a nulla, quel sentirsi così bene, quell’illusione, ahimè, di giovinezza; anche se dura un breve istante”.

Perché lo sci, in fondo, è quella cosa che ci farà sentire sempre stupidamente felici ed eternamente bambini.

 

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