Finale di Partita

alba sul canin

sempre un grazie dall’amico Saverio, scrivete scrivete.

Seguiamo con lo sguardo i fari dell’indistruttibile Agila di Andrea sfumare man mano nella notte e di colpo ci sentiamo un po’ più soli e forse anche un po’più stupidi. Certo il fatto di dover rimettere ai piedi quegli scafandri impregnati come spugne di acqua e sudore non aiuta a migliorare il quadro.

Più soli, ma forse molto più stupidi e inequivocabilmente in preda ad una frenesia. Il fatto che solo poche ore fa ci stessimo calando da un’improbabile ancoraggio dalla Nord del Tricorno non può che confermare il nostro caso clinico. Perché l’unica strada da prendere sarebbe stata quella di casa e invece due birre da mezzo, un piatto di tartara e la complicità degli amici hanno cambiato le carte in tavola. Sarà stata colpa del tramonto, di questa sfilata di sirene alla sinistra del finestrino che va dallo Spik al Jof Fuart e noi marinai semplici, troppo deboli per non cedere al loro richiamo.

Lo scialpinismo di primavera è proprio una roba da tossici. E noi siamo in piena fame chimica da neve. Alla ricerca dell’ultima curva, di quella perfetta, insostituibile, che si imprima con la sua linea morbida da qualche parte nel cuore per un tempo che ci consenta di superare l’estate o che appaghi momentaneamente questa dipendenza.

Ed eccoci qua, nello stanzino discreto del Di Brazzà a riordinare cose e idee, consapevoli che aver mollato l’auto in Val Saisera equivale esattamente a “cercarsela”. Perché ora, voglia o meno, condizioni o no dovremo scavalcare ancora le schiene irte del Montasio e imboccare la più facile via di discesa per la valle, ovvero il canalone della Huda Palica. E dire che fino a ieri era un mostro sacro e oggi solo il modo più veloce per tornare a casa. Crea proprio delle allucinazioni, lo scialpinismo.

La luna illumina e riempie lo spazio oltre la porta. Il fornelletto illumina fiocamente la stanza non creando che poco calore. La mia pila è scarica, ci si alterna con una frontale a far da bere e sistemare lo zaino. Ma forse anche io sono scarico. Poche ore fa ci ha raggiunto la notizia della morte di Luca Beltrame su quelle Cime Vergini che prima ci sembravano più mute del solito, adagiate nella luce di una sera calda e anomala.

Io Luca lo conoscevo poco, avevamo fatto il corso insieme e poi avevo incrociato le sue firme su certe cime che certamente ci univano e in fondo ai suoi articoli. Mi piaceva il suo modo di andare in montagna e il suo modo di scrivere e credo che un aspetto rispecchiasse l’altro. Camminare e scrivere sono forme della mente. L’avevo incontrato una volta, due inverni fa, sulla cresta del Montasio e oggi mi fa una certa tristezza osservare quella stessa cresta dove ci eravamo incrociati. Sono cose che ti lasciano spaesato, fuori posto come davanti a dei cocci rotti che non sai più ricomporre, una trama interrotta.

La notte non avrebbe aiutato a ricostruire le trame consegnandomi ad un mattino pieno di dubbi. No, decisamente non è stata un’idea intelligente. Ci inoltriamo nella luce stanca dell’alba osservando la disfatta dell’inverno, come di un esercito in ritirata. Ne sono un segno i coni sporchi di valanga, il richiamo dei primi stambecchi e i guanti che giacciono nel punto più distante dello zaino. Alla forcella ci incrociamo per pochi istanti silenziosi e grigi. Il canalone è davanti, ma neanche lo guardiamo mentre rinnoviamo il rituale di cui avremo presto nostalgia. È il finale di partita.

Stringere gli scarponi, chiudere gli attacchi e pensare mentalmente a dove impostare la prima curva, sempre la più difficile. Due derapate prudenti per prendere confidenza, la  neve ci spinge in giù, il grande toboga si apre e invita ad allargare le curve. A non pensarci più. Dentro, nel cuore della temibile Huda, si scivola sulle macerie dell’inverno, tra scoli di valanga e sassi, non preoccupandosi tanto delle solette e nemmeno dello stile. Assumiamo un’altra dose di questo metadone fatto di lamine e cristalli, pietra e bosco, ossessioni e spensieratezza. Avremo nostalgia anche di questi piedi fradici?

E come presi da insolita leggerezza affrontiamo gli ultimi ostacoli lasciando scorrere gli sci verso il policromo mosaico del fondovalle. Mi sorprende l’emergere di un formicaio accanto alla mia traccia nella neve, come una dissonanza. Ripenso a Luca e credo che oggi sarebbe felice. Io mi sento ancora fuori posto e al tempo stesso mai come ora parte di un respiro immenso. Le montagne sono sempre al loro posto.

E le ultime curve, gialle sulla neve del meriggio, diventano dolcissime.

Saverio

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